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Lieve Entità

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Provvedimenti

Spaccio di stupefacenti: la contabilità esclude la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti. L'uomo chiedeva la riqualificazione del reato nell'ipotesi attenuata di lieve entità, l'esclusione della recidiva e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno rilevato l'assoluta genericità dei motivi di ricorso. La Cassazione ha confermato la gravità del fatto a causa del rilevante dato ponderale, della detenzione di droghe di tipo diverso e del ritrovamento di un registro contabile dei crediti dei clienti, elementi che dimostrano un'attività illecita professionale e non occasionale. L'imputato, che ha commesso il reato mentre era in detenzione domiciliare, è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quando i precedenti aumentano la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la determinazione della pena base, ritenendola eccessiva rispetto alla scarsa offensività del fatto. I giudici hanno invece confermato la correttezza della decisione precedente, che aveva fissato la pena a nove mesi di reclusione (poco sopra il minimo edittale). Questa scelta è giustificata dalla natura della sostanza (cocaina) e dai numerosi precedenti penali specifici accumulati dall'uomo tra il 2017 e il 2021. La Cassazione ha ribadito che la capacità a delinquere e la gravità del comportamento legittimano un aumento della sanzione rispetto al minimo di legge. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: la Cassazione smaschera lo spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di droga a fini di spaccio. L'imputato sosteneva l'uso personale di stupefacenti e chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno invece confermato l'attività di spaccio basandosi su indizi precisi: il possesso di diverse tipologie di droghe in casa, un coltello sporco di sostanza stupefacente, la somma di 200 euro in contanti e la presenza di molteplici nascondigli per occultare la merce. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la tesi della difesa, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata se c’è professionalità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la riqualificazione del reato di spaccio nella fattispecie attenuata della "lieve entità nel reato di spaccio". I giudici hanno rilevato l'assoluta genericità dei motivi di ricorso, privi di specifiche censure alla sentenza d'appello. Nel merito, la Suprema Corte ha confermato la correttezza della decisione precedente, che aveva escluso la "lieve entità nel reato di spaccio" a causa di un'organizzazione criminale strutturata, del possesso di droghe di diversa natura, della durata prolungata dell'attività illecita e della frequenza degli scambi con profitti elevati. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità dello spaccio: no se c’è un’organizzazione
Il caso riguarda un uomo condannato per spaccio di stupefacenti che ha richiesto la concessione della circostanza attenuante della lieve entità dello spaccio. L'imputato era stato trovato in possesso di 17 dosi di hashish e 5 di marijuana. Tuttavia, l'attività di spaccio avveniva attraverso una stabile organizzazione dotata di vedette e ricetrasmittenti per eludere i controlli. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la presenza di un'organizzazione strutturata, unita al quantitativo non trascurabile di dosi, esclude la configurabilità del fatto di lieve entità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: condannata la piazza organizzata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di droga e spaccio a Pagani. Gli imputati contestavano la mancata riqualificazione dei reati nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sperando nella prescrizione. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando l'esistenza di una vera e propria piazza di spaccio professionale e organizzata, incompatibile con la minore gravità. Inoltre, ha ritenuto validi gli indizi della cosiddetta "droga parlata" emersi dalle intercettazioni telefoniche, dove le sostanze venivano indicate con termini criptici come "vino" o "pizze". Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla cassa delle ammende.
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Spaccio e domiciliari: quando manca l’interesse all’impugnazione
Il Tribunale del Riesame sostituiva la custodia in carcere con gli arresti domiciliari per un indagato accusato di spaccio di stupefacenti, negando però la qualificazione del fatto come di lieve entità. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando tale mancato riconoscimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse all'impugnazione. Infatti, la misura degli arresti domiciliari è applicabile anche per l'ipotesi attenuata di lieve entità. Di conseguenza, la diversa qualificazione giuridica richiesta non avrebbe apportato alcuna utilità concreta o pratica sulla misura cautelare in atto. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di droga: no allo sconto con i bilancini
Il Tribunale del Riesame ha applicato gli arresti domiciliari a un indagato trovato in possesso di oltre 360 grammi di marijuana e strumenti per il confezionamento. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del fatto nella più mite fattispecie della lieve entità nel reato di droga e contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, data la sua collaborazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la lieve entità nel reato di droga richiede una valutazione globale e non può essere concessa in presenza di un quantitativo significativo e di un'organizzazione professionale (bilancini, buste). Inoltre, il pericolo di recidiva è concreto, poiché l'indagato ha commesso il fatto mentre era già sottoposto all'obbligo di firma per reati analoghi.
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Droga in borsa ma negato il diritto di partecipazione all’udienza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per una donna, accusata in concorso con il marito di detenzione di stupefacenti. La donna aveva chiesto tempestivamente di partecipare all'udienza di riesame, ma il Tribunale non l'aveva autorizzata a presentarsi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa autorizzazione viola il diritto di partecipazione all'udienza, determinando una nullità assoluta e insanabile del provvedimento. Inoltre, i giudici di legittimità hanno accolto il motivo relativo al mancato riconoscimento della lieve entità del reato, poiché i giudici di merito si erano basati solo sul dato quantitativo della droga senza valutare il contesto complessivo e l'incensuratezza della donna. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Spaccio di lieve entità: troppe dosi e droghe diverse dicono no
L'Imputato veniva trovato in possesso di cocaina, marijuana e hashish, quest'ultimo sufficiente per oltre quattromila dosi, oltre a materiale da taglio. Sebbene il primo giudice avesse qualificato il fatto come spaccio di lieve entità, la Corte d'Appello riformava la decisione escludendo tale attenuante a causa dell'elevato numero di dosi e della diversità delle droghe. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per concedere lo spaccio di lieve entità occorre una valutazione globale di tutti gli elementi, e che la presenza di droghe diverse e in quantità rilevanti impedisce di considerare il fatto di minore gravità. L'Imputato è stato condannato a tre anni di reclusione, a una multa di 14.000 euro e al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio o consumo di gruppo di stupefacenti? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per spaccio di eroina e cocaina. Uno dei ricorrenti sosteneva che la cessione di droga configurasse un semplice consumo di gruppo di stupefacenti, escludendo la rilevanza penale. La Suprema Corte ha chiarito che tale fattispecie richiede requisiti rigidissimi, qui assenti, confermando l'attività di spaccio. Un secondo ricorrente contestava il concorso nel reato e il mancato riconoscimento della lieve entità, ma i giudici hanno confermato la gravità del fatto basandosi sull'uso dell'auto per nascondere la droga e sulla pluralità di sostanze. Infine, la richiesta di sospensione condizionale della pena avanzata dal terzo ricorrente è stata respinta perché non presentata nei precedenti gradi di giudizio. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condanna valida anche senza traduzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'Imputato, di nazionalità straniera, aveva contestato la mancata traduzione degli atti e chiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso: la conoscenza dell'italiano è stata ampiamente dimostrata dalla sua condotta processuale e dalla residenza pluriennale in Italia. Inoltre, l'abitualità delle cessioni di cocaina, protrattesi per due anni con cadenza bisettimanale, e l'esistenza di un canale stabile di approvvigionamento escludono la lieve entità del reato, anche in assenza di continui sequestri di droga. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Concorso nel reato di spaccio: la vedetta non si salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio insieme al compagno. La polizia aveva sorpreso la donna mentre controllava la strada dalla finestra e faceva segno a un acquirente di entrare nell'appartamento, dove sono stati poi rinvenuti oltre trenta grammi di cocaina ad alta purezza. La difesa sosteneva si trattasse di una semplice connivenza non punibile, dovuta alla convivenza. I giudici hanno invece stabilito che il comportamento attivo della donna (palo e coordinamento degli ingressi) configura un pieno concorso nel reato di spaccio. Inoltre, l'elevata purezza della droga e il numero di dosi ricavabili hanno escluso l'ipotesi del fatto di lieve entità, rendendo il ricorso inammissibile e condannando la ricorrente al pagamento delle spese.
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Spaccio di lieve entità: il peso reale vince sulle dosi pronte
L'Imputato è stato condannato per detenzione di eroina e cocaina. La Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata qualificazione del fatto come spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello aveva negato l'attenuante basandosi solo sulla suddivisione in dosi e sulla diversità delle droghe. La Suprema Corte ha ritenuto illogica tale decisione, evidenziando che il peso effettivo della cocaina non bastava nemmeno per una singola dose. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Traffico di stupefacenti di lieve entità: no allo sconto
Quattro imputati sono stati condannati per associazione finalizzata al traffico di droga e spaccio. Tra di loro, il Capo dell'Organizzazione gestiva i traffici, mentre altri si occupavano del trasporto e della vendita al dettaglio con oltre duecento cessioni di cocaina. I ricorrenti hanno impugnato la condanna chiedendo la riqualificazione dei reati in traffico di stupefacenti di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la reiterazione sistematica dello spaccio e l'esistenza di una struttura organizzata escludono la minore gravità del fatto. Inoltre, l'associazione minore è configurabile solo se il programma criminoso prevede esclusivamente condotte minime. Di conseguenza, i ricorrenti restano condannati e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: reato lieve ma allontanamento valido
Lo Straniero, condannato per spaccio di lieve entità, ha impugnato il provvedimento di espulsione dello straniero dal territorio italiano. La difesa sosteneva che la scarsa gravità del fatto e lo stato di emarginazione escludessero la pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che anche un reato di lieve entità può giustificare l'allontanamento se emerge una concreta pericolosità sociale. Nel caso specifico, Lo Straniero traeva il proprio sostentamento esclusivamente dall'attività illecita e aveva continuato a delinquere nonostante precedenti condanne e misure cautelari in corso.
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Lieve entità dello spaccio: il peso della droga non basta
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di 3 grammi di marijuana e 121 grammi di hashish. I giudici di merito hanno escluso la qualificazione del fatto come lieve entità dello spaccio basandosi unicamente sul peso della droga e sul ritrovamento di 195 euro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che il solo dato quantitativo non è sufficiente per escludere la minore gravità del reato. I giudici devono valutare globalmente tutte le circostanze del caso, come l'assenza di un'organizzazione strutturata e la limitata circolazione di denaro. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte di appello per una nuova valutazione.
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Ricettazione di lieve entità: errore sul valore cancella condanna
L'Imputata viene condannata per ricettazione in relazione ad alcuni oggetti d'oro. La Corte d'Appello nega l'attenuante della ricettazione di lieve entità, attribuendo ai beni un valore di 2.500 euro. La difesa ricorre in Cassazione, dimostrando un travisamento della prova: l'Imputata aveva ricevuto solo una catenina e due medagliette, mentre la cifra di 2.500 euro si riferiva all'intera refurtiva sottratta da un minore, di cui lei aveva solo una minima parte. La Suprema Corte accoglie il ricorso rilevando l'errore dei giudici di merito. Di conseguenza, accertata la fondatezza del ricorso, la Cassazione dichiara l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, annullando la sentenza senza rinvio.
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Lieve entità nel reato di spaccio: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. La difesa contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessività della pena. I giudici hanno chiarito che la quantità di droga sequestrata (oltre 25 grammi di eroina e 4 grammi di cocaina) si collocava al limite massimo per configurare la lieve entità nel reato di spaccio. Di conseguenza, la pena applicata non poteva essere fissata sui minimi edittali, anche a causa dei precedenti penali del soggetto. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: la fuga conferma la colpa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'uomo trasportava quasi un chilogrammo di hashish, suddiviso in panetti nascosti sotto il sedile e nel cruscotto. Alla vista dei Carabinieri, il conducente aveva tentato la fuga passando con il semaforo rosso. I giudici hanno confermato la sua piena consapevolezza del carico illecito, escludendo l'ipotesi del fatto di lieve entità a causa dell'ingente quantitativo di droga (pari a circa 11.200 dosi) e delle modalità professionali del trasporto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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