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Delocalizzazione (mafiosa)

Definizione

Il fenomeno per cui un'organizzazione mafiosa espande la sua presenza e le sue attività al di fuori del suo territorio storico, creando nuove strutture operative in altre regioni o nazioni.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Partecipazione associazione mafiosa: affari e cene valgono prova
La Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un individuo accusato di far parte di una 'locale' di 'ndrangheta a Roma. La difesa sosteneva la mancanza di prove, ma i giudici hanno stabilito un principio chiave: la **Partecipazione associazione mafiosa** non richiede necessariamente atti di violenza. La forza intimidatrice di un clan 'delocalizzato' deriva dalla fama dell'organizzazione madre. La costante disponibilità dell'indagato verso il clan, la sua presenza a riunioni strategiche e il suo ruolo in operazioni economiche sono stati ritenuti indizi sufficienti a dimostrare un'adesione stabile e consapevole al sodalizio criminale, giustificando la misura cautelare.
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Associazione di tipo mafioso: la fama del clan basta per il carcere
Un indagato contesta la custodia in carcere per partecipazione a una 'locale' di 'ndrangheta a Roma, sostenendo la mancanza di prove sulla forza intimidatrice del gruppo. La Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: una filiale 'delocalizzata' di un'organizzazione storica non ha bisogno di compiere atti violenti per dimostrare la sua pericolosità. La sua forza intimidatrice è implicita, ereditata direttamente dalla fama criminale della 'casa madre' in Calabria. La semplice esistenza della filiale, che ne replica le strutture e i metodi, è sufficiente per configurare il reato di associazione di tipo mafioso e giustificare la massima misura cautelare. L'indagato perde e resta in carcere.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: la cellula ‘silente’ di Roma
La Corte di Cassazione ha confermato una misura cautelare per un individuo accusato di far parte di una cellula romana della 'ndrangheta. Secondo i giudici, per configurare il reato di partecipazione ad associazione mafiosa in una cellula 'delocalizzata', non è necessaria una manifestazione eclatante del metodo mafioso. La forza di intimidazione, infatti, deriva direttamente dal legame con la 'casa-madre' calabrese. La Corte ha ritenuto sufficienti a provare il coinvolgimento attivo dell'indagato elementi come la sua partecipazione a riunioni strategiche, la disponibilità a compiere attività illecite (come il recupero crediti) per conto del clan e il suo stabile inserimento nella struttura organizzativa. L'appello dell'indagato è stato quindi respinto.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: basta il legame con il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un individuo accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. L'uomo era ritenuto un membro a pieno titolo di un 'locale' di 'ndrangheta operante sul litorale romano. La difesa sosteneva la mancanza di prove di un suo ruolo stabile e di una reale forza intimidatrice del clan in quel territorio. La Corte ha invece stabilito un principio fondamentale: per le filiali 'delocalizzate' di clan storici, la forza intimidatrice deriva direttamente dal legame con la 'casa madre'. Il contributo costante e variegato dell'indagato (fornitura di armi, informazioni riservate) è stato ritenuto prova sufficiente della sua piena appartenenza al sodalizio, rendendo legittima la misura cautelare.
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