Definizione
Insieme di norme che disciplinano le misure di prevenzione e il contrasto alla criminalità organizzata.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 47 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 76% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 7%
- Rigettato 13%
- Inammissibile 76%
- Altro 4%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 344%
- Penale Sez. 733%
- Penale Sez. 122%
Precedenti più richiamati
- Cass. 46575/2022in 9 provvedimenti
- Cass. 1919/2024in 6 provvedimenti
- Cass. 9432/2017in 9 provvedimenti
- Cass. 1919/2025in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 28911/2019in 9 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un Avvocato, Due Sorelle e Un'Azienda hanno impugnato un decreto del Tribunale che aveva deciso sull'accertamento crediti prevenzione. Il Tribunale aveva ammesso alcuni crediti con riserva, subordinandoli all'esito di giudizi civili, e rigettato altri per presunta tardività documentale o mancanza di prova sulla data certa. La Corte di Cassazione ha stabilito che il giudice della prevenzione ha competenza esclusiva per l'accertamento dei crediti e non può demandare tale decisione al giudice civile. Ha inoltre chiarito che la produzione documentale in fase di opposizione non è automaticamente tardiva e che la data certa di un contratto può essere dimostrata con altri elementi. La Suprema Corte ha annullato il decreto, rinviando al Tribunale per un nuovo esame.
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Un istituto di credito concede finanziamenti garantiti da pegno su beni mobili. In seguito, il giudice penale dispone la confisca dei beni del debitore. L'istituto chiede la restituzione delle somme o la tutela del proprio credito pignoratizio. Il Giudice per le Indagini Preliminari respinge la domanda, ritenendo inapplicabili le tutele del Codice Antimafia alle confische penali classiche. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. La Suprema Corte stabilisce che la disciplina sulla confisca penale e tutela dei terzi creditori opera in modo uniforme per le confische di prevenzione e quelle penali estese. Il creditore in buona fede, titolare di un diritto di pegno antecedente al sequestro, ha diritto a vedere tutelata la propria garanzia patrimoniale secondo le norme del D.Lgs. 159/2011.
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Il Ricorrente è stato condannato per il reato previsto dal Codice antimafia, relativo all'omessa comunicazione delle variazioni della propria situazione patrimoniale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione del giudice di merito sulla sua reale capacità reddituale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi di impugnazione erano generici e si limitavano a riprodurre le stesse difese già esaminate e correttamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che confermava la sua responsabilità penale per la violazione del codice antimafia, a causa dell'inosservanza delle prescrizioni della sorveglianza speciale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi di impugnazione erano del tutto generici e si limitavano a riprodurre le medesime censure sull'elemento psicologico e sull'offensività della condotta già respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti privati e dal loro legale contro il rigetto dell'insinuazione al passivo dei loro crediti verso una società confiscata. La Corte ha chiarito che, in base al Codice antimafia, i crediti vantati verso soggetti sottoposti a sequestro devono essere supportati da documenti aventi data certa anteriore al sequestro stesso, per evitare frodi. Inoltre, il ricorso personale del legale è stato ritenuto inammissibile poiché, nel rito penale applicabile alle misure di prevenzione, è obbligatorio il patrocinio di un difensore abilitato al patrocinio dinanzi alla Cassazione, non potendo il professionista difendersi da solo. Di conseguenza, i creditori perdono definitivamente la possibilità di recuperare le somme richieste e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Il Ricorrente è stato condannato per tre violazioni delle misure di prevenzione previste dal Codice Antimafia. Contro la sentenza di condanna, Il Ricorrente ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. Tuttavia, l'unico motivo di contestazione sollevato non era mai stato presentato durante il precedente giudizio di appello. La Corte Suprema ha stabilito che non è possibile proporre per la prima volta in Cassazione questioni che potevano essere sollevate davanti ai giudici di secondo grado. Per questo motivo, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando Il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la misura della sorveglianza speciale per pericolosità sociale nei confronti di un individuo. La decisione si basa su prove concrete che dimostrano la sua partecipazione a un'associazione sovversiva e una costante attività di propaganda e istigazione all'odio razziale, religioso ed etnico. I giudici hanno ritenuto che la sua condotta non fosse occasionale, ma un'espressione di uno stile di vita illecito e pericoloso per la sicurezza e la tranquillità pubblica. L'insieme degli elementi, tra cui indagini e intercettazioni, ha giustificato l'applicazione della misura, rendendo il ricorso del soggetto inammissibile.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo condannato per la violazione sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'imputato aveva semplicemente riproposto le stesse argomentazioni già respinte dal giudice precedente. La Corte ha stabilito che un ricorso 'fotocopia', privo di nuovi elementi giuridici, non può essere accolto. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato obbligato a pagare le spese processuali e una multa di 3.000 euro. La sentenza ribadisce un principio fondamentale: non si può abusare del diritto di impugnazione presentando motivi generici e ripetitivi.
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La Corte di Cassazione affronta il caso di un immobile confiscato, assegnato a un Comune per scopi sociali e profondamente ristrutturato con fondi pubblici. Anni dopo, la confisca viene revocata. Il Comune chiede la restituzione per equivalente, cioè di pagare al vecchio proprietario il valore originario del bene anziché restituire l'immobile migliorato. La Corte di Cassazione accoglie questa tesi, stabilendo un principio fondamentale: la restituzione per equivalente è una regola generale che si applica sempre per tutelare l'interesse pubblico, anche se la confisca originaria era basata su leggi vecchie. La competenza a decidere su questa modalità spetta allo stesso giudice che ha revocato la confisca.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per la violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale. La persona era stata trovata assente dalla propria abitazione durante gli orari di permanenza obbligatoria, come accertato da ripetuti controlli delle forze dell'ordine. La Corte ha respinto la difesa dell'imputato, che sosteneva la tenuità del fatto, ritenendo che eludere i controlli di una misura di prevenzione non sia mai un'infrazione di lieve entità. L'esito finale è stata la dichiarazione di inammissibilità del ricorso, con la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e di una multa di 3.000 euro.
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Un individuo, già sottoposto a misura di prevenzione, è stato condannato per la violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale. Il reato consisteva nel frequentare abitualmente persone con precedenti penali, contravvenendo a un ordine specifico del giudice. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, ma i giudici lo hanno dichiarato inammissibile. La Corte ha stabilito un principio chiaro: per commettere questo reato è sufficiente la ripetitività dei contatti con i pregiudicati. Le ragioni o le finalità di tali incontri sono del tutto irrilevanti. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'obbligo per il ricorrente di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Un imputato è stato condannato per aver guidato un veicolo senza patente mentre era sottoposto alla misura dell'avviso orale. La difesa ha contestato la rilevanza penale del fatto, sostenendo che l'avviso orale, essendo un semplice ammonimento verbale, non potesse giustificare l'applicazione dell'art. 73 del Codice Antimafia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la norma penale si applica a tutte le misure di prevenzione personale, incluse quelle amministrative. La decisione recepisce l'orientamento della Corte Costituzionale, che ha ritenuto legittima la sanzione penale per chi guida senza titolo abilitativo in presenza di una conclamata pericolosità sociale.
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La Corte di Cassazione ha confermato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per un soggetto con reiterati DASPO. La decisione ribadisce che la **pericolosità sociale** è attuale se supportata da episodi recenti, come la resistenza a pubblico ufficiale e frequentazioni con pregiudicati, avvenuti in un arco temporale prossimo alla misura. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché la motivazione del giudice di merito è risultata solida e basata su fatti concreti.
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La Corte di Cassazione ha affrontato il caso della messa in liquidazione di due ditte individuali sequestrate ai sensi del Codice Antimafia. I titolari avevano presentato ricorso per cassazione contro il decreto del Tribunale, lamentando la mancanza di presupposti per la chiusura delle attività. La Suprema Corte ha stabilito che, trattandosi di provvedimenti che incidono direttamente sui diritti patrimoniali, deve essere garantito il doppio grado di giurisdizione di merito. Di conseguenza, i ricorsi sono stati riqualificati come appelli e trasmessi alla Corte d'Appello competente per il riesame.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale, non essendo stato trovato in casa durante i controlli notturni. La difesa sosteneva che la misura fosse nulla per mancata rivalutazione della pericolosità sociale dopo un periodo di detenzione. La Suprema Corte ha però chiarito che, ai sensi del Codice Antimafia, tale rivalutazione è obbligatoria solo se la detenzione si protrae per almeno due anni, circostanza non avvenuta nel caso in esame.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di due anni. Il ricorrente lamentava la nullità del giudizio di appello svoltosi in forma cartolare nonostante l'adesione del difensore all'astensione dalle udienze. La Suprema Corte ha chiarito che, in assenza di una tempestiva richiesta di discussione orale, il rito scritto prevale e l'astensione del difensore non obbliga al rinvio. È stata inoltre confermata la legittimità dell'obbligo di permanenza domiciliare notturna, in quanto effetto automatico previsto dalla legge per chi è sottoposto a tale misura.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per la violazione delle prescrizioni imposte dal Codice Antimafia. Il ricorrente aveva impugnato la sentenza di appello contestando l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che le censure proposte riguardavano valutazioni di merito già correttamente affrontate dai giudici precedenti. La decisione sottolinea come la pericolosità sociale e i precedenti penali siano elementi determinanti per giustificare un trattamento sanzionatorio più severo nell'ambito delle misure di prevenzione.
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La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della restituzione per equivalente di un immobile rurale precedentemente confiscato per errore. Nonostante la revoca della confisca, il bene non è stato restituito fisicamente agli eredi a causa del preminente interesse pubblico e delle attività sociali svolte nell'edificio dal Comune. La Corte ha stabilito che l'articolo 46 del Codice Antimafia si applica a ogni ipotesi di restituzione, indipendentemente dal motivo della revoca, garantendo un ristoro economico calcolato al netto delle migliorie apportate dallo Stato.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un soggetto che ha violato il foglio di via obbligatorio rientrando nel Comune di Bologna nonostante il divieto. La difesa sosteneva l'illegittimità del provvedimento del Questore poiché il ricorrente si dichiarava senza fissa dimora, rendendo impossibile il rientro nella residenza formale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che la mancanza di effettività della residenza anagrafica deve essere provata rigorosamente e non può basarsi su semplici asserzioni per eludere il divieto di ritorno.
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La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna di un uomo che era stato ritenuto colpevole di aver violato le prescrizioni di un **avviso orale**. L'imputato era stato trovato in possesso di un telefono cellulare nonostante il divieto questorile di utilizzare apparati radiotrasmittenti. Tuttavia, a seguito della sentenza n. 2/2023 della Corte Costituzionale, il divieto di possedere cellulari nell'ambito dell'**avviso orale** è stato dichiarato illegittimo. Di conseguenza, la condotta non integra più alcuna fattispecie di reato, portando alla revoca della condanna e della confisca del bene.
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