Definizione
Un software (comunemente noto come 'trojan') installato segretamente su un dispositivo elettronico (come smartphone o computer) per intercettare comunicazioni, dati e conversazioni che avvengono tramite o in prossimità del dispositivo stesso.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 64 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 47% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 14%
- Rigettato 47%
- Inammissibile 37%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 648%
- Penale Sez. 227%
- Penale Sez. 425%
Precedenti più richiamati
- Cass. S.U. 26889/2016in 12 provvedimenti
- Cass. 29613/2025in 3 provvedimenti
- Cass. 31849/2020in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 36764/2024in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 51/2019in 10 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere ha contestato la legittimità delle indagini svolte tramite captatore informatico installato sul proprio smartphone. La difesa ha lamentato che il giudice avesse autorizzato l'operazione richiamando gli atti del pubblico ministero senza motivare in modo autonomo, omettendo inoltre di specificare con precisione i luoghi di privata dimora sottoposti ad ascolto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il rinvio ad altri atti è pienamente valido se dimostra un controllo effettivo della situazione investigativa, specialmente quando l'indagato cambia telefono durante le indagini. Poiché il decreto indicava chiaramente le abitazioni monitorate e la difesa non ha allegato i provvedimenti contestati, la misura carceraria è rimasta confermata con condanna alle spese.
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Un avvocato è finito in carcere per concorso esterno in associazione camorristica, truffe assicurative e falso. Secondo l'accusa, il legale non si limitava ad assistere i clienti ma gestiva affari illeciti del clan, faceva da tramite con i detenuti e corrompeva funzionari pubblici. La difesa ha impugnato l'ordinanza lamentando la violazione delle tutele professionali tramite captatore informatico e l'inutilizzabilità delle prove. La Corte di Cassazione ha convalidato la custodia cautelare. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni del difensore sono pienamente valide e utilizzabili quando il legale non esercita il mandato difensivo ma partecipa direttamente alle condotte delittuose.
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Un indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per la sua partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di droga. La difesa ha sostenuto l'incompetenza del giudice, l'inutilizzabilità delle intercettazioni con captatore informatico e la carenza di gravi indizi, qualificando l'indagato come semplice acquirente isolato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la piena legittimità della custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che il ruolo di promotore attivo e l'inserimento stabile nella rete criminale giustificano la misura detentiva. La Corte ha unicamente rettificato un errore materiale del dispositivo riguardante un'aggravante già esclusa nella motivazione della decisione.
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L'Indagato ha impugnato la custodia cautelare per reato associativo finalizzato al traffico di droga. Ha contestato l'utilizzabilità delle **intercettazioni con captatore informatico** (trojan) e l'insufficienza degli indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che la nuova disciplina sulle intercettazioni con trojan non si applica ai procedimenti anteriori al 1° settembre 2020. La Corte ha ritenuto congrua la motivazione del Tribunale sull'esistenza di gravi indizi per l'associazione e sulla necessità della misura cautelare, data la capacità criminale e il rischio di reiterazione del reato.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa ed estorsione. La ricorrente sosteneva l'insussistenza di gravi indizi di colpevolezza e chiedeva la derubricazione dei fatti di pascolo abusivo. I giudici hanno stabilito che le censure difensive erano del tutto generiche, in quanto non affrontavano gli elementi decisivi emersi dalle indagini. Tra questi figuravano le chiamate in correità di un collaboratore di giustizia, le intercettazioni ambientali che confermavano la riscossione del pizzo e l'attività svolta per il sostentamento dei detenuti del clan. L'inammissibilità comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa e traffico di droga a carico di un indagato ritenuto legato a un clan locale. L'uomo aveva proposto ricorso sostenendo l'errata interpretazione delle intercettazioni e l'assenza di prove sulla sua effettiva appartenenza al sodalizio criminale, riducendo le sue condotte a meri vincoli di parentela e spaccio occasionale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la partecipazione all'associazione mafiosa si può dedurre anche dalla commissione dei singoli reati-fine, come l'estorsione e il traffico di sostanze stupefacenti. Inoltre, l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito e non è rivedibile se motivata in modo logico. L'indagato resta pertanto in carcere.
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Il Presidente della Cooperativa ha proposto ricorso in Cassazione contro la misura cautelare del divieto di dimora e turbativa d'asta a suo carico. L'indagato era accusato di associazione per delinquere e turbata libertà degli incanti per condizionare gli appalti comunali di manutenzione. La difesa ha eccepito l'inutilizzabilità delle intercettazioni da captatore informatico e ha chiesto l'applicazione di mere misure interdittive. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la difesa non ha provato la decisività delle intercettazioni viziate rispetto al totale delle prove. Inoltre, la misura del divieto di dimora e turbativa d'asta risulta adeguata poiché l'indagato, pur dimesso dalla carica formale, manteneva il rapporto lavorativo ed era in grado di condizionare l'ente.
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La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare del divieto di dimora a carico del dirigente di una cooperativa sociale, indagato per reati di turbativa d'asta e associazione per delinquere. La difesa contestava l'utilizzo del captatore informatico e misura cautelare, sostenendo che il trojan fosse stato impiegato fuori dai casi consentiti dalla legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché il ricorrente non ha specificato quali intercettazioni fossero viziate né la loro incidenza decisiva sul quadro probatorio complessivo, sorretto anche da prove ordinarie e testimonianze. Inoltre, i fatti nuovi relativi al successivo licenziamento dell'indagato non potevano essere valutati per la prima volta in sede di legittimità.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre sei anni di reclusione nei confronti di un uomo accusato di aver acquistato un ingente quantitativo di cocaina destinato allo spaccio. Gli investigatori hanno ricostruito la vicenda tramite intercettazioni svolte con un captatore informatico installato sul telefono di un complice, oltre a foto da remoto e analisi delle celle telefoniche. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle prove per difetto di motivazione nei decreti di autorizzazione dell'algoritmo spia. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso. Essi hanno stabilito che la scelta del giudizio abbreviato sana le irregolarità procedurali e che le nuove norme più severe sulle motivazioni non si applicano retroattivamente. Inoltre la quantità di droga e i precedenti ostacolano la concessione della lieve entità.
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Un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati di droga ha richiesto la copia dei file di log relativi alle intercettazioni effettuate tramite captatore informatico. A fronte del diniego opposto dal Pubblico Ministero, la difesa ha eccepito l'inutilizzabilità dei risultati intercettativi e chiesto la revoca della misura. Il Tribunale dell'appello cautelare ha dichiarato l'istanza inammissibile, ritenendo la questione preclusa dal giudicato cautelare formatosi dopo il riesame. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza, specificando che il giudicato cautelare copre solo le questioni esplicitamente o implicitamente dedotte e decise, non quelle meramente deducibili. Poiché il rifiuto dell'organo inquirente era sopravvenuto al riesame, la difesa aveva pieno diritto di far valere il vizio in una fase successiva.
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La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione per il traffico di stupefacenti. La difesa contestava la validità delle intercettazioni telematiche e telefoniche, negava il vincolo associativo sostenendo meri rapporti di fornitura o parentela e chiedeva gli arresti domiciliari. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso. Le intercettazioni mediante captatore informatico erano pienamente legittime secondo le norme vigenti al momento della loro emissione. Inoltre, la presenza dell'indagato a riunioni operative e il possesso di droga presso l'abitazione confermano il suo ruolo attivo di custode e spacciatore, impedendo la concessione dei domiciliari per mancato superamento della presunzione di adeguatezza del carcere.
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Un indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per molteplici reati tra cui associazione mafiosa, narcotraffico, usura e detenzione di armi, ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione del Tribunale del Riesame. La difesa ha censurato la motivazione solo su alcuni reati minori, senza contestare l'accusa principale di stampo mafioso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse e manifesta infondatezza. Nell'ambito delle impugnazioni cautelari, contestare solo una parte delle accuse è inutile se i capi non contestati bastano da soli a giustificare la detenzione preventiva.
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Un pubblico ufficiale appartenente alla polizia tributaria ha subito la sospensione dall'ufficio per un anno. L'accusa contestata riguarda il reato di induzione indebita. Il pubblico ufficiale conduceva una verifica fiscale su alcune società e ha spinto l'imprenditore controllato a procurare l'assunzione lavorativa della propria compagna. L'indagato ha contestato la legittimità della misura cautelare eccependo l'inutilizzabilità di una registrazione ambientale e negando la pressione induttiva. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che la registrazione audio integra il corpo del reato ed è pienamente utilizzabile poiché documenta l'accordo illecito. La Suprema Corte ha confermato la misura interdittiva evidenziando il pericolo concreto di reiterazione del reato.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che imponeva la custodia cautelare in carcere a carico di un presunto capo criminale. L'indagato era accusato di dirigere un'articolazione di 'ndrangheta nel litorale laziale e di gestire un traffico internazionale di cocaina dalla Colombia. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e la mancanza del metodo mafioso sul territorio. I Supremi Giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso difensivo: le prove raccolte tramite intercettazioni, collaboratori di giustizia e sequestri documentano in modo chiaro il ruolo di vertice dell'indagato e la persistente forza intimidatrice dell'organizzazione criminale.
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Un funzionario pubblico subisce la misura degli arresti domiciliari per corruzione e turbativa d'asta. L'accusa si basa sulle registrazioni ottenute tramite un captatore informatico installato sul cellulare di un imprenditore in un diverso procedimento per criminalità organizzata. La difesa eccepisce l'inutilizzabilità delle intercettazioni, poiché il procedimento originario era privo di una connessione sostanziale con i nuovi reati contestati ed era stato iscritto prima dell'entrata in vigore della riforma normativa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla l'ordinanza con rinvio. I giudici stabiliscono che l'applicazione delle nuove regole sull'uso delle captazioni in altri procedimenti dipende dalla data di iscrizione del fascicolo originario e impone una rigorosa verifica del legame sostanziale tra i reati per evitare intercettazioni illegittime.
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La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un presunto esponente di vertice di un'associazione mafiosa. Il soggetto è indagato per traffico di stupefacenti, armi ed estorsioni ai danni di operatori economici locali. I giudici hanno chiarito che il reato di tentata estorsione sussiste anche senza esplicite minacce verbali. La fattispecie di estorsione ambientale si realizza pienamente quando la caratura criminale del richiedente e il controllo del territorio costringono la vittima a cedere per timore. La Corte ha inoltre ritenuto pienamente utilizzabili le intercettazioni tramite captatore informatico disposte per la cattura di latitanti.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore contro l'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. L'indagato era accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver svolto il ruolo di intermediario tra un clan locale e alcune vittime, veicolando le richieste estorsive. La difesa contestava l'uso delle intercettazioni tramite captatore informatico e l'assenza di indizi gravi. La Suprema Corte ha chiarito che la questione sulle intercettazioni non era stata sollevata nei gradi precedenti e che, comunque, gli altri elementi di prova superavano la prova di resistenza. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando la spregiudicatezza dell'indagato e i suoi rapporti con esponenti della criminalità organizzata. L'imprenditore è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Il caso riguarda Il Ricorrente, indagato per corruzione, che contesta l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento penale avviato per reati di stampo mafioso e riciclaggio. Il Ricorrente mira a far dichiarare inutilizzabili tali prove per poter richiedere l'indennizzo per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, poiché il nuovo procedimento è stato iscritto dopo il 31 agosto 2020, si applica la nuova disciplina dell'articolo 270 del codice di procedura penale. Questa norma consente l'uso di intercettazioni nate in altri procedimenti per i reati contro la pubblica amministrazione puniti con reclusione non inferiore a cinque anni, come la corruzione. Di conseguenza, Il Ricorrente perde il ricorso e le intercettazioni restano pienamente utilizzabili.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni per aver gestito occultamente una società commerciale, figurando formalmente come semplice dipendente. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni e la mancanza di prove sulla provenienza illecita dei fondi societari. I giudici hanno chiarito che il reato di intestazione fittizia di beni si configura anche con capitali leciti, purché vi sia lo scopo di eludere le misure di prevenzione patrimoniale. Inoltre, la contabilità aziendale segreta trovata a casa dell'indagato ha confermato il suo ruolo di socio occulto. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare in carcere, ritenendo non superata la presunzione di pericolosità sociale.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e reati in materia di armi. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi e del pericolo di reiterazione del reato, sostenendo che i fatti risalissero a tre anni prima. La Suprema Corte ha invece confermato la validità della misura, evidenziando il ruolo di capo dell'indagato e la natura permanente del reato, iniziato nel 2008 e tuttora in corso. I giudici hanno ritenuto generiche le contestazioni sull'uso del captatore informatico e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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