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Calunnia

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Provvedimenti

Falsa denuncia di smarrimento assegni: da pagamento a calunnia
L'Imputato ha consegnato degli assegni bancari a un creditore per pagare un debito, ma successivamente ne ha denunciato falsamente lo smarrimento. La Corte di Cassazione ha confermato che la falsa denuncia di smarrimento assegni costituisce il reato di calunnia. Infatti, tale condotta è idonea a far avviare indagini per reati gravi come il furto o la ricettazione, che sono procedibili d'ufficio, e non per la semplice appropriazione di cose smarrite (oggi depenalizzata). I giudici hanno quindi dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: denunciano per truffa ma la firma è loro
Due fratelli sono stati condannati per il reato di calunnia dopo aver falsamente accusato un partner commerciale di truffa e falso. I due sostenevano che la firma su un contratto di cessione fosse falsa. Le indagini hanno invece rivelato che la firma era stata apposta da uno dei fratelli con la piena consapevolezza dell'altro, al solo scopo di sottrarsi agli impegni contrattuali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei fratelli, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che non si può invocare il principio di non autocalunniarsi se si avvia una falsa accusa contro un innocente, né si può eccepire per la prima volta in Cassazione la mancata corrispondenza tra accusa e sentenza.
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Falsa denuncia di smarrimento: salvare il conto costa il carcere
Un imprenditore ha consegnato due assegni a un professionista come pagamento per una consulenza. Successivamente, trovandosi in difficoltà economiche e volendo evitare il protesto dei titoli, ha presentato una falsa denuncia di smarrimento per bloccarne l'incasso. Questo comportamento ha fatto scattare l'accusa di calunnia, poiché l'imprenditore sapeva che il ricevente era innocente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imprenditore, confermando la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione. I giudici hanno chiarito che la falsa denuncia di smarrimento integra il reato di calunnia e che il timore del protesto non costituisce uno stato di necessità idoneo a escludere la punibilità. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: la falsa vittima finisce condannata
Una cittadina è stata condannata per il reato di calunnia dopo aver presentato una querela in cui accusava falsamente un uomo di molestie telefoniche. La Corte d'Appello ha accertato la falsità delle accuse e la consapevolezza dell'imputata. Quest'ultima ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la prova della propria colpevolezza e proponendo una diversa ricostruzione temporale delle telefonate. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e basato su questioni di fatto già ampiamente risolte nei gradi precedenti. Di conseguenza, l'inammissibilità impedisce l'applicazione di cause di non punibilità e comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca dell’indulto: la data del reato cancella il beneficio
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino contro la revoca dell'indulto precedentemente concessogli. Il provvedimento di revoca era stato disposto poiché l'uomo aveva commesso un nuovo reato non colposo (calunnia) entro i cinque anni dall'entrata in vigore della legge sull'indulto del 2006. Il ricorrente contestava la data di commissione del reato, sostenendo che non fosse provata con certezza la sua collocazione temporale entro il quinquennio. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice dell'esecuzione ha il potere e il dovere di esaminare la sentenza e gli atti del processo per accertare il momento esatto del reato. Nel caso specifico, la condotta di calunnia è stata accertata come commessa il 12 giugno 2011, confermando così la legittimità della revoca.
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Rivalutazione delle prove: stop della Cassazione al cittadino
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che aveva assolto due agenti della Polizia locale dalle accuse di falsità ideologica e calunnia. Il cittadino sosteneva che gli agenti avessero falsificato un verbale per coprire un'aggressione ai suoi danni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che la richiesta del ricorrente si traduceva in una inammissibile rivalutazione delle prove, attività preclusa nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, l'assoluzione degli agenti è diventata definitiva e il cittadino è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: false querele e condanna in Cassazione
Il caso riguarda un cittadino, denominato Il Ricorrente, condannato per il reato di calunnia dopo aver presentato due querele palesemente false per furto e appropriazione indebita contro un altro soggetto. Il Ricorrente ha impugnato la condanna sostenendo la propria buona fede e richiedendo un'attenuante per provocazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso definendolo manifestamente infondato e generico. I giudici hanno confermato che la falsità delle accuse era evidente e che la buona fede era da escludere. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando Il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: la falsa denuncia sulle buste paga costa cara
L'Imputato aveva querelato il proprio Datore di Lavoro accusandolo di aver falsificato alcune buste paga inserendovi somme mai ricevute. Archiviata l'accusa, il Datore di Lavoro ha citato l'Imputato per il reato di calunnia. Assolto in primo grado per insufficienza di prove, l'Imputato è stato condannato in appello dopo che la Corte, tramite una rinnovazione istruttoria, ha acquisito estratti conto bancari che dimostravano l'effettivo incasso di quelle somme. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni, stabilendo che i documenti bancari acquisiti in appello costituiscono prove decisive per superare il ragionevole dubbio e confermare la falsità delle accuse originarie.
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Reato di calunnia: firma gli assegni ma denuncia il furto
Un uomo è stato condannato per il reato di calunnia e falsa testimonianza. Il soggetto aveva denunciato lo smarrimento di tre assegni, accusando ingiustamente i legittimi riceventi di ricettazione, pur avendoli firmati e consegnati personalmente per saldare un debito. Successivamente, durante il processo a carico dei due accusati, l'uomo ha mentito sotto giuramento negando l'autenticità delle proprie firme per evitare la condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che la perizia grafologica non è obbligatoria se la consulenza tecnica del Pubblico Ministero, già acquisita agli atti con il consenso delle parti e discussa in aula, risulta chiara, scientificamente corretta e logicamente ineccepibile per dimostrare la paternità delle firme.
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Reato di calunnia: denunciare una firma falsa può costare caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di calunnia. L'uomo aveva querelato i beneficiari di un assegno, sostenendo falsamente che la firma sul titolo fosse falsa. Le indagini hanno dimostrato l'autenticità della firma, smentendo la sua tesi. I giudici hanno stabilito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: la Cassazione respinge il ricorso ripetitivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di calunnia emessa dalla Corte d'Appello di Bari. I giudici hanno stabilito che i motivi di ricorso erano semplici ripetizioni di questioni già esaminate e correttamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto l'eccezione di prescrizione del reato, evidenziando la presenza di una recidiva entro i cinque anni e di periodi di sospensione del processo che hanno prolungato i termini di legge. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Falsa accusa di violenza sessuale: condannata la colf estorsore
Una collaboratrice domestica è stata condannata per estorsione e calunnia dopo aver rivolto una falsa accusa di violenza sessuale ai suoi datori di lavoro per ottenere denaro. La lavoratrice ha impugnato la sentenza lamentando la mancata traduzione degli atti in lingua straniera e l'invalidità del processo celebrato in sua assenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno accertato che la donna comprendeva perfettamente l'italiano, avendo vissuto a lungo in Italia e reso dichiarazioni senza difficoltà. Inoltre, la notifica presso il difensore d'ufficio, poi divenuto di fiducia, ha garantito la regolare conoscenza del processo. La Suprema Corte ha confermato la condanna e il risarcimento dei danni alle parti civili.
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Reato di calunnia: la falsa accusa si scontra con la verità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia nei confronti di un uomo e di sua madre. L'uomo aveva denunciato falsamente due venditori immobiliari per truffa e appropriazione indebita di cambiali, allegando una scrittura privata con firme false. La madre aveva confermato la falsa versione ai Carabinieri. La Corte d'appello ha inoltre revocato d'ufficio alla donna la sospensione condizionale della pena, poiché era emersa una precedente condanna per calunnia, inizialmente sfuggita al primo giudice per un errore di identificazione. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la revoca dei benefici è legittima anche d'ufficio in presenza di cause ostative non rilevate in precedenza.
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Falsa accusa e risarcimento danni per calunnia: come si calcola
Un avvocato ha richiesto il risarcimento danni per calunnia dopo essere stato falsamente accusato di falso ideologico da un debitore, accusa poi archiviata. Il Tribunale ha riconosciuto un danno morale di 20.000 euro, calcolato tramite il ragguaglio della pena detentiva ex art. 135 c.p. per un periodo di 75 giorni. La Corte d'Appello ha ridotto la somma a circa 3.000 euro, escludendo tale criterio di calcolo. Il professionista ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando anche la mancata interruzione del processo per la morte del legale di controparte. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: la mancata interruzione può essere eccepita solo dalla parte colpita dall'evento e l'art. 135 c.p. non è un parametro idoneo per quantificare il danno morale, avendo natura sanzionatoria e non compensativa. Vince il debitore.
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Reato di calunnia: quando il ricorso generico costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di calunnia. I ricorrenti avevano contestato la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio e lamentato la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non consente una rilettura degli elementi di prova già ampiamente analizzati dai giudici di merito. Inoltre, la richiesta di applicazione dell'articolo 131-bis del codice penale era stata formulata in appello in modo del tutto generico, senza fornire motivazioni specifiche. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: la Cassazione fissa i limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina contro la condanna per il reato di calunnia. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove o i fatti già accertati nei gradi precedenti, se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma la condanna
Un cittadino, condannato a due anni di reclusione per il reato di calunnia, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità della pena e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le attenuanti generiche, il tribunale non deve confutare ogni singola tesi della difesa, ma basta che evidenzi l'assenza di elementi positivi. Inoltre, la richiesta di considerare il reato come continuato con altre condanne precedenti è stata ritenuta troppo generica. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa denuncia di smarrimento assegno: è reato di calunnia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione nei confronti di un soggetto responsabile del reato di calunnia. L'imputato aveva consegnato un assegno bancario a un imprenditore e, successivamente, ne aveva denunciato falsamente lo smarrimento alle autorità. Tale condotta ha esposto la vittima al rischio di un'ingiusta incriminazione penale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, evidenziando la sua piena consapevolezza dell'innocenza del ricevente e l'assenza di qualsiasi vizio logico nella sentenza d'appello. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento danni da calunnia: dolo contro colpa in Cassazione
Un esponente politico presenta un esposto denunciando irregolarità nella gestione di un campo nomadi, coinvolgendo un fornitore di gas. L'indagine penale sul fornitore viene archiviata. Il fornitore promuove un'azione civile per il risarcimento danni da calunnia. La Corte d'Appello riconosce la calunnia ma nega il risarcimento per mancanza di prove dirette del danno. La Cassazione accoglie il ricorso incidentale dell'esponente politico: la calunnia civile richiede il dolo (consapevolezza dell'innocenza dell'accusato) e non la semplice colpa (mancata verifica dei documenti). La Suprema Corte cassa la sentenza e rinvia alla Corte d'Appello per accertare correttamente l'elemento soggettivo, dichiarando assorbito il ricorso del fornitore sulla prova presuntiva del danno.
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Reato di calunnia: assolto il cliente, l’accusa non è reato
Un cliente si oppone a un decreto ingiuntivo richiesto dal proprio commercialista per prestazioni professionali. Tramite il proprio avvocato, disconosce la firma su una ricognizione di debito, accusando il professionista di truffa e falso in scrittura privata. Condannato nei primi due gradi di giudizio, la Cassazione lo assolve definitivamente. La Suprema Corte stabilisce che il reato di calunnia non sussiste. Il disconoscimento della firma, effettuato solo dal difensore e non personalmente, non equivale a una denuncia. Inoltre, il falso in scrittura privata è stato depenalizzato e la truffa processuale non costituisce reato. Di conseguenza, non si può configurare il reato di calunnia se il fatto addebitato non è previsto dalla legge come reato.
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