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Termine dilatorio: non si applica all’accertamento

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17540/2024, ha chiarito che il termine dilatorio di 60 giorni, previsto dallo Statuto del Contribuente, non si applica agli avvisi di accertamento basati su indagini bancarie o controlli ‘a tavolino’. Tale garanzia è riservata ai soli casi di verifiche fiscali effettuate presso la sede del contribuente. La Corte ha cassato la sentenza di merito, rinviando il caso per una nuova valutazione alla luce di questo principio, specificando anche gli oneri probatori a carico del contribuente per la violazione del contraddittorio in materia di IVA.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Termine dilatorio: quando non si applica all’accertamento

L’applicazione del termine dilatorio di 60 giorni, una garanzia fondamentale prevista dallo Statuto del Contribuente, è spesso al centro di contenziosi tributari. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito un chiarimento cruciale, distinguendo nettamente tra accertamenti derivanti da verifiche in loco e quelli basati su controlli ‘a tavolino’. Questa decisione ribadisce che la garanzia del dialogo preventivo non è universale ma legata alla specifica modalità con cui si svolge l’attività di controllo fiscale, con importanti conseguenze per contribuenti e professionisti.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine da un avviso di accertamento con cui l’Amministrazione Finanziaria contestava a un contribuente un maggior reddito d’impresa e un maggior volume d’affari, sulla base di indagini bancarie. Il contribuente aveva impugnato l’atto, ottenendo ragione in primo grado. La Commissione Tributaria Regionale aveva successivamente confermato la decisione, rigettando l’appello dell’Ufficio. Secondo i giudici di merito, l’avviso era illegittimo perché emesso prima della scadenza del termine dilatorio di 60 giorni dal rilascio del verbale di chiusura delle operazioni, termine che avrebbe dovuto consentire al contribuente di presentare le proprie osservazioni.

L’Agenzia delle Entrate ha quindi proposto ricorso per cassazione, sostenendo principalmente due motivi: la violazione di legge per l’errata applicazione dell’art. 12 dello Statuto del Contribuente e l’omesso esame di un fatto decisivo, ossia le ragioni d’urgenza legate all’imminente scadenza dei termini per l’accertamento.

L’Applicazione del Termine Dilatorio negli Accertamenti Fiscali

La Corte di Cassazione ha accolto il primo motivo di ricorso, ritenendolo fondato. Gli Ermellini hanno ribadito un principio consolidato nella loro giurisprudenza: l’applicabilità delle garanzie previste dall’articolo 12, comma 7, della legge n. 212/2000 (Statuto del Contribuente), incluso il termine dilatorio, presuppone lo svolgimento di accessi, ispezioni e verifiche fiscali presso i locali del contribuente.

La ratio di questa norma è quella di bilanciare il potere invasivo dell’Amministrazione, che entra nella sfera di pertinenza del contribuente, con una specifica esigenza di contraddittorio. Quando, invece, la pretesa impositiva deriva da un controllo ‘a tavolino’, basato su dati forniti dallo stesso contribuente o acquisiti da altre fonti (come le indagini bancarie), questa garanzia non opera. Le due ipotesi non sono assimilabili e non è possibile estendere il termine di attesa a controlli che non comportano un’intrusione fisica nei locali aziendali.

La Distinzione tra IRPEF/IRAP e IVA

Il Collegio ha tuttavia precisato un aspetto fondamentale. Se per i tributi non armonizzati la violazione del contraddittorio preventivo non comporta automaticamente l’invalidità dell’atto, per i tributi armonizzati come l’IVA la situazione è diversa. In assenza di un accesso fisico, l’Amministrazione finanziaria è comunque gravata da un obbligo generale di contraddittorio endo-procedimentale. La sua violazione determina l’invalidità dell’atto, ma a una condizione: il contribuente deve fornire la cosiddetta ‘prova di resistenza’. Deve cioè dimostrare in concreto quali ragioni avrebbe potuto far valere e che non si tratti di un’opposizione meramente pretestuosa. La Corte di merito, nel caso di specie, non aveva operato questa distinzione né verificato se il contribuente avesse assolto a tale onere per la parte di accertamento relativa all’IVA.

Le Motivazioni

La Corte ha cassato la sentenza impugnata perché i giudici di merito hanno errato nell’applicare il termine dilatorio di sessanta giorni in un caso in cui non sussistevano i presupposti, ovvero un accesso fisico presso la sede del contribuente. L’accertamento, scaturito da indagini bancarie, rientrava nella categoria dei controlli a tavolino, per i quali tale garanzia non è prevista. Inoltre, la sentenza non ha correttamente distinto il regime applicabile a IRPEF e IRAP da quello previsto per l’IVA, omettendo di valutare la sussistenza della ‘prova di resistenza’ a carico del contribuente per quest’ultima imposta.

Relativamente al secondo motivo di ricorso, la Corte lo ha dichiarato inammissibile. Ha infatti ribadito che le ‘ragioni di urgenza’ che possono giustificare il mancato rispetto del termine dilatorio devono consistere in elementi di fatto esterni alla sfera di controllo dell’ente impositore. L’imminente scadenza del termine di decadenza per l’azione accertativa non rientra in questa categoria, in quanto è una circostanza che dipende dalla programmazione e dall’efficienza dell’Amministrazione stessa e non può essere usata per comprimere i diritti del contribuente.

Le Conclusioni

In conclusione, la Corte ha accolto il primo motivo, dichiarato inammissibile il secondo, e ha cassato la sentenza con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado in diversa composizione. Quest’ultima dovrà riesaminare il caso attenendosi ai principi espressi, verificando correttamente l’applicabilità delle garanzie procedurali in base alla natura del controllo e al tipo di tributo contestato. La decisione consolida la distinzione tra le procedure di controllo fiscale, riaffermando che le garanzie più stringenti sono riservate alle attività ispettive più invasive, e chiarisce gli oneri probatori che gravano sul contribuente in caso di violazione del contraddittorio.

Quando si applica il termine dilatorio di 60 giorni prima di un avviso di accertamento?
Secondo la Corte di Cassazione, il termine dilatorio di 60 giorni, previsto dall’art. 12 comma 7 della L. 212/2000, si applica esclusivamente quando l’avviso di accertamento è preceduto da un accesso, un’ispezione o una verifica fiscale effettuata presso i locali destinati all’esercizio dell’attività del contribuente. Non si applica, invece, in caso di controlli ‘a tavolino’ basati su dati già in possesso dell’Ufficio o derivanti da indagini bancarie.

L’imminente scadenza dei termini di accertamento è una ragione d’urgenza valida per non rispettare il termine dilatorio?
No. La Corte ha stabilito che l’imminente scadenza del termine decadenziale per l’azione accertativa non costituisce una valida ‘ragione di urgenza’ che giustifichi l’inosservanza del termine dilatorio. Tale circostanza rientra nella sfera di responsabilità e organizzazione dell’ente impositore e non può essere usata per comprimere le garanzie del contribuente.

In caso di accertamento a tavolino su tributi come l’IVA, il contribuente ha diritto al contraddittorio?
Sì. Per i tributi armonizzati come l’IVA, vige un obbligo generale di contraddittorio endo-procedimentale anche in assenza di un accesso fisico. Tuttavia, affinché la violazione di tale obbligo porti all’invalidità dell’atto, il contribuente deve fornire in giudizio la cosiddetta ‘prova di resistenza’, ossia deve dimostrare concretamente quali argomentazioni avrebbe potuto presentare e che queste avrebbero potuto influenzare l’esito dell’accertamento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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