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Tassazione CFC: l’aliquota in caso di perdita

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 30965/2023, ha chiarito un importante aspetto della tassazione CFC (Controlled Foreign Corporations). Un istituto di credito, pur avendo registrato una perdita complessiva in Italia, ha chiesto il rimborso dell’IRES versata sui profitti di sue controllate estere, sostenendo l’applicazione dell’aliquota minima del 27% anziché quella ordinaria del 33%. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo che se la società controllante è in perdita, non esiste una ‘aliquota media’ calcolabile. Pertanto, i redditi della CFC devono essere assoggettati all’aliquota ordinaria, poiché la norma sulla tassazione CFC ha una finalità antielusiva che non ammette l’applicazione di un regime agevolato in assenza di un reddito imponibile domestico.

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Pubblicato il 19 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Tassazione CFC: Quale Aliquota se la Controllante Italiana è in Perdita?

La disciplina della tassazione CFC (Controlled Foreign Corporations) rappresenta uno strumento fondamentale per contrastare l’elusione fiscale internazionale. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 30965 del 2023, ha affrontato un caso di grande interesse pratico: come si determina l’aliquota da applicare ai redditi di una controllata estera quando la società madre italiana chiude l’esercizio in perdita? La risposta della Corte è netta e rafforza la natura antielusiva della normativa.

I Fatti di Causa

Un importante istituto di credito italiano si è visto negare dall’Amministrazione Finanziaria una richiesta di rimborso per la maggiore IRES (imposta sul reddito delle società) versata per l’anno 2007. La questione verteva sui redditi prodotti da società controllate e collegate residenti in Stati a fiscalità privilegiata.

Nonostante l’istituto di credito avesse registrato un reddito complessivo negativo (una perdita) in Italia, i profitti delle sue controllate estere dovevano essere tassati in Italia secondo il principio di trasparenza previsto dalla normativa CFC. La società sosteneva che, essendo la propria aliquota media pari a zero a causa della perdita, dovesse applicarsi l’aliquota minima del 27% prevista dalla legge. L’Agenzia delle Entrate, al contrario, aveva applicato l’aliquota ordinaria IRES del 33%, negando il rimborso del differenziale.

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella Regionale avevano dato ragione all’Amministrazione Finanziaria, spingendo la società a ricorrere in Cassazione.

La Questione sulla Tassazione CFC e la Perdita Fiscale

Il cuore del dibattito legale si concentrava sull’interpretazione dell’articolo 167 del TUIR. La norma stabilisce che i redditi della CFC sono soggetti a tassazione separata “con l’aliquota media applicata sul reddito complessivo del soggetto residente e, comunque, non inferiore al 27 per cento”.

L’argomentazione della società era la seguente: se il reddito complessivo è negativo, l’aliquota media è zero. In questo caso, dovrebbe scattare la clausola di salvaguardia, che fissa un’imposizione minima del 27%. Applicare un’aliquota superiore (il 33%) sarebbe stato punitivo e contrario alla lettera della legge.

La tesi dell’Amministrazione Finanziaria, invece, si basava su un presupposto logico: il concetto di “aliquota media” ha senso solo in presenza di un reddito imponibile positivo. In assenza di tale reddito, non esiste un’aliquota media da calcolare, e la soglia minima del 27%, che funge da correttivo a un’aliquota media bassa, non può trovare applicazione. Di conseguenza, si deve applicare la regola generale, ovvero l’aliquota IRES ordinaria.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la validità dell’interpretazione fornita dall’Amministrazione Finanziaria. Le motivazioni della decisione sono fondate sulla finalità stessa della normativa sulla tassazione CFC.

1. Funzione Antielusiva: La Corte ha ribadito che la disciplina CFC ha una chiara e forte ratio antielusiva. Il suo scopo è impedire che le imprese italiane differiscano la tassazione dei profitti localizzandoli in giurisdizioni a bassa fiscalità. Per raggiungere questo obiettivo, la legge tratta i redditi esteri come se fossero prodotti dalla controllante domestica, assoggettandoli al regime fiscale interno.

2. Inapplicabilità dell’Aliquota Media in Caso di Perdita: I giudici hanno chiarito che il meccanismo basato sull'”aliquota media” presuppone l’esistenza di un reddito complessivo positivo per la controllante italiana. Se la società è in perdita, non è possibile calcolare un’aliquota media. Di conseguenza, non si può neanche applicare la soglia minima del 27%, che è un pavimento pensato per l’aliquota media e non un’aliquota sostitutiva.

3. Applicazione dell’Aliquota Ordinaria: In assenza di un’aliquota media calcolabile, l’unica aliquota applicabile è quella ordinaria IRES (all’epoca del 33%). Questa scelta, secondo la Corte, è pienamente razionale e coerente con la logica della tassazione separata e con lo scopo antielusivo della norma. Concedere l’applicazione del 27% a una società in perdita si tradurrebbe in un trattamento agevolato non previsto dal legislatore.

4. Assenza di Discriminazione: La Corte ha anche respinto la questione di legittimità costituzionale. La presunta disparità di trattamento tra una società in perdita (tassata al 33%) e una con un piccolo utile (che potrebbe beneficiare del 27%) non sussiste, perché le situazioni non sono comparabili. Il sistema è disegnato per assicurare che i redditi esteri non sfuggano all’imposizione standard italiana, e l’applicazione dell’aliquota ordinaria in assenza di redditi domestici è la via più coerente per raggiungere tale scopo.

Le conclusioni

La sentenza stabilisce un principio chiaro e di notevole importanza per la pianificazione fiscale delle imprese multinazionali. In materia di tassazione CFC, se la società controllante residente in Italia realizza una perdita fiscale, i redditi della controllata estera devono essere assoggettati all’aliquota IRES ordinaria vigente in quel periodo d’imposta. La soglia minima del 27% non è un’aliquota di default, ma un correttivo che si applica solo quando l’aliquota media, calcolata su un reddito positivo, risulta inferiore a tale soglia per effetto di regimi agevolativi. Questa decisione rafforza la stretta interpretazione delle norme antielusive, limitando gli spazi per ottenere vantaggi fiscali in situazioni non espressamente contemplate dal legislatore.

Quale aliquota fiscale si applica ai redditi di una Controllata Estera (CFC) se la società controllante italiana chiude l’esercizio in perdita?
In caso di perdita della società controllante italiana, ai redditi della CFC si applica l’aliquota IRES ordinaria (nel caso specifico, il 33%), e non l’aliquota minima del 27%.

Perché non è possibile applicare l’aliquota minima del 27% quando la controllante è in perdita?
Perché l’aliquota minima del 27% è concepita come un ‘pavimento’ per l’ ‘aliquota media’ della controllante. Se la controllante ha una perdita, non ha un reddito imponibile positivo e, di conseguenza, non è possibile calcolare un’aliquota media. Mancando questo presupposto, anche la soglia minima non può essere applicata.

Applicare l’aliquota ordinaria (33%) a una società in perdita non costituisce una disparità di trattamento incostituzionale?
Secondo la Corte di Cassazione, no. Non vi è disparità di trattamento perché la finalità della norma CFC è antielusiva e mira ad assoggettare i redditi esteri al regime fiscale standard italiano per evitare l’erosione della base imponibile. L’applicazione dell’aliquota ordinaria è coerente con questa finalità quando non è possibile calcolare un’aliquota media.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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