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Sponsorizzazioni fittizie: Cassazione nega deducibilità

Una società si è vista negare la deducibilità di costi per sponsorizzazioni sportive, ritenute dall’Agenzia delle Entrate operazioni inesistenti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che, di fronte a gravi indizi di operazioni fittizie, spetta al contribuente fornire la prova rigorosa dell’effettiva esecuzione delle prestazioni. La sola documentazione formale, come fatture e pagamenti, non è stata ritenuta sufficiente per superare le presunzioni di frode fiscale legate a sponsorizzazioni fittizie.

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Pubblicato il 28 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Sponsorizzazioni fittizie: la Cassazione conferma la non deducibilità dei costi

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, è tornata a pronunciarsi sul tema della deducibilità dei costi di sponsorizzazione, chiarendo i confini tra legittima spesa promozionale e operazioni fiscalmente elusive. La sentenza analizza il caso di sponsorizzazioni fittizie, sottolineando come, di fronte a solidi indizi di inesistenza delle prestazioni, l’onere di dimostrarne l’effettività ricada interamente sul contribuente. Un monito importante per le aziende che investono in marketing sportivo.

I fatti di causa

Una società operante nel settore del commercio di materiali da costruzione deduceva, ai fini delle imposte dirette e dell’IVA, ingenti costi sostenuti per la sponsorizzazione di un torneo di golf. L’Agenzia delle Entrate, a seguito di una verifica fiscale, contestava tali deduzioni, emettendo due avvisi di accertamento per gli anni d’imposta 2014 e 2015.

Secondo l’amministrazione finanziaria, le operazioni di sponsorizzazione erano oggettivamente inesistenti. Le indagini avevano rivelato che la società organizzatrice del torneo era una cosiddetta ‘cartiera’, ovvero una società schermo, priva di una reale struttura operativa, creata con la complicità di associazioni sportive dilettantistiche fittizie al solo scopo di emettere fatture false e consentire a terzi, come la società contribuente, di ottenere indebiti risparmi d’imposta.

Il percorso giudiziario e le sponsorizzazioni fittizie in Cassazione

Il contenzioso ha visto un esito altalenante nei primi due gradi di giudizio. Inizialmente, la Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso della società, annullando gli avvisi di accertamento. Successivamente, però, la Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado ribaltava la decisione, dando ragione all’Agenzia delle Entrate.

La società contribuente decideva quindi di ricorrere in Cassazione, affidando la sua difesa a sei distinti motivi. Tra le principali censure, vi erano la presunta violazione delle norme sul divieto di nuove prove in appello, l’errata applicazione delle regole sulle presunzioni e sull’onere della prova, e la mancata applicazione della presunzione legale di deducibilità prevista per le sponsorizzazioni a favore di associazioni sportive dilettantistiche.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la legittimità della ripresa a tassazione. Le motivazioni della decisione offrono importanti chiarimenti su diversi principi del diritto tributario.

L’onere della prova nelle operazioni inesistenti

Il punto centrale della controversia riguarda l’onere della prova. La Cassazione ha ribadito il suo consolidato orientamento: quando l’Amministrazione Finanziaria fornisce elementi gravi, precisi e concordanti (presunzioni) che fanno dubitare della reale esistenza delle operazioni contestate, l’onere di provare la loro effettività si sposta sul contribuente. In questo caso, non è sufficiente esibire la fattura o la documentazione formale dei pagamenti. Il contribuente deve dimostrare con prove concrete che la prestazione di sponsorizzazione è stata effettivamente eseguita e ha avuto una sua consistenza economica e promozionale. Nel caso di specie, la società non è riuscita a fornire tale prova, presentando documentazione (contratti generici, foto non contestualizzate, locandine) ritenuta inidonea a contrastare l’impianto accusatorio dell’Agenzia, fondato sulla natura di ‘cartiera’ della società organizzatrice.

La presunzione di deducibilità per le sponsorizzazioni sportive

La ricorrente aveva invocato l’art. 90, comma 8, della legge 289/2002, che introduce una presunzione legale assoluta di deducibilità per le spese di sponsorizzazione a favore di associazioni sportive dilettantistiche fino a 200.000 euro. La Corte ha chiarito che tale agevolazione non può essere applicata indiscriminatamente. La presunzione opera solo se sono soddisfatti tutti i requisiti di legge, tra cui il più importante: l’effettivo svolgimento dell’attività promozionale. Poiché nel caso in esame era stata provata l’inesistenza della prestazione, la presunzione legale non poteva trovare applicazione. In altre parole, nessuna norma può garantire la deducibilità di un costo relativo a un servizio mai ricevuto.

Il corretto uso delle presunzioni

Infine, la Corte ha respinto la critica relativa all’uso di ‘presunzioni a catena’. Ha precisato che il cosiddetto divieto di ‘doppie presunzioni’ non esiste nell’ordinamento italiano. È legittimo che un giudice, partendo da un fatto noto (es. la natura di ‘cartiera’ della controparte, accertata in un’altra sentenza), ne inferisca per presunzione un fatto ignoto (l’inesistenza delle prestazioni fatturate), purché il ragionamento logico sia rigoroso e fondato su criteri di gravità, precisione e concordanza.

Conclusioni

L’ordinanza in esame rappresenta un severo monito per le imprese. Le spese di sponsorizzazione, per essere deducibili, devono corrispondere a prestazioni reali, effettive e documentabili in modo sostanziale, non solo formale. Affidarsi a partner privi di una solida e verificabile struttura operativa espone al rischio concreto di vedersi contestare i costi e subire pesanti sanzioni. È fondamentale, prima di stipulare un contratto di sponsorizzazione, effettuare una due diligence sulla controparte e conservare meticolosamente ogni prova (foto datate, video, rassegne stampa, report dettagliati) che possa dimostrare, al di là di ogni dubbio, l’avvenuta esecuzione delle attività promozionali pattuite.

Quando i costi per una sponsorizzazione sportiva non sono deducibili?
I costi non sono deducibili quando l’Amministrazione Finanziaria fornisce prove presuntive gravi, precise e concordanti che l’operazione è oggettivamente inesistente, e il contribuente non riesce a fornire la prova contraria dell’effettiva esecuzione delle prestazioni promozionali.

Chi deve provare che una sponsorizzazione è reale se l’Agenzia delle Entrate la contesta?
Se l’Agenzia delle Entrate contesta l’operazione sulla base di forti indizi di fittizietà (ad esempio, il soggetto organizzatore è una ‘società cartiera’), l’onere della prova si sposta sul contribuente. Quest’ultimo deve dimostrare in modo concreto e sostanziale che il servizio di sponsorizzazione è stato effettivamente reso, e la sola documentazione formale (fatture, pagamenti) non è sufficiente.

La presunzione di deducibilità per le sponsorizzazioni sportive fino a 200.000 euro è sempre valida?
No. La presunzione legale di deducibilità prevista dall’art. 90, comma 8, della legge n. 289 del 2002 opera solo se tutti i requisiti sono soddisfatti. Il requisito fondamentale è che l’attività promozionale sia stata effettivamente svolta. Se viene provato che la prestazione è inesistente, come nel caso di sponsorizzazioni fittizie, l’agevolazione non si applica.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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