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Società di comodo: la prova per evitare l’accertamento

Una società e i suoi soci sono stati oggetto di un accertamento fiscale per IRPEF e IRAP, poiché l’Agenzia delle Entrate l’ha classificata come “società di comodo” per non aver superato il test di operatività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei contribuenti, confermando che la presunzione legale di non operatività si supera solo dimostrando l’esistenza di circostanze oggettive e straordinarie che hanno reso impossibile il raggiungimento del reddito minimo. Nel caso specifico, le argomentazioni dei ricorrenti, inclusa la stipula di un contratto di affitto con un’altra società gestita dalle stesse persone, sono state ritenute insufficienti e, anzi, elusive.

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Pubblicato il 15 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Società di comodo: come superare la presunzione del Fisco secondo la Cassazione

La disciplina della società di comodo rappresenta uno degli strumenti più incisivi a disposizione dell’Amministrazione Finanziaria per contrastare l’elusione fiscale. Recentemente, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23098/2024, è tornata a pronunciarsi sui criteri per vincere la presunzione di non operatività, chiarendo quale tipo di prova il contribuente deve fornire per evitare l’accertamento di un reddito minimo presunto. L’analisi di questa decisione offre spunti fondamentali per amministratori e soci.

I fatti del caso: la contestazione dell’Agenzia delle Entrate

Il caso ha origine da due avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di una società semplice e di una sua socia per l’anno d’imposta 2007. L’Ufficio contestava alla società di non aver raggiunto il livello minimo di ricavi previsto dal cosiddetto “test di operatività” (art. 30, L. 724/1994), qualificandola quindi come società di comodo. Di conseguenza, veniva accertato un reddito d’impresa presunto, con maggiori imposte IRAP per la società e IRPEF per la socia in relazione alla sua quota di partecipazione. I contribuenti hanno impugnato gli atti, ma sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella Regionale hanno confermato la legittimità dell’operato del Fisco. La questione è così giunta dinanzi alla Corte di Cassazione.

La disciplina della società di comodo e il test di operatività

La normativa sulle società di comodo mira a disincentivare la creazione di enti societari utilizzati non per svolgere un’attività produttiva, ma come meri contenitori di beni (immobili, partecipazioni, ecc.) al solo scopo di beneficiare di un regime fiscale più favorevole rispetto a quello delle persone fisiche. La legge presume che una società sia non operativa se la somma dei ricavi, degli incrementi di rimanenze e di altri proventi è inferiore a una soglia minima, calcolata applicando determinati coefficienti percentuali al valore degli asset patrimoniali.

La presunzione legale e l’onere della prova

Il mancato superamento del test di operatività fa scattare una presunzione legale relativa di non operatività. ‘Relativa’ significa che il contribuente ha la possibilità di fornire la prova contraria. Tuttavia, questa prova non può essere generica. La giurisprudenza costante, ribadita in questa ordinanza, richiede al contribuente di dimostrare l’esistenza di “oggettive situazioni di carattere straordinario”, indipendenti dalla sua volontà, che hanno reso impossibile conseguire i ricavi e il reddito presunti.

Le motivazioni della Cassazione sul caso della società di comodo

La Corte di Cassazione ha rigettato tutti i motivi di ricorso presentati dalla società e dai soci, ritenendoli infondati. I giudici hanno riaffermato i principi consolidati in materia.

In primo luogo, la finalità della norma è contrastare l’uso anomalo dello schema societario, spesso privo di un reale scopo lucrativo e finalizzato solo a eludere la disciplina tributaria. Il mancato raggiungimento della soglia di ricavi è considerato dal legislatore un sintomo di questa anomalia.

L’inefficacia del contratto di affitto “infragruppo”

Uno degli aspetti più interessanti della decisione riguarda l’argomentazione dei ricorrenti relativa a un contratto di affitto. La Corte ha ritenuto che un contratto stipulato tra soggetti con il medesimo centro di interessi (nella fattispecie, il locatore e il locatario erano riconducibili agli stessi soggetti) fosse a sua volta un atto elusivo e, pertanto, inopponibile all’amministrazione finanziaria. In altre parole, non è possibile utilizzare uno strumento potenzialmente elusivo per giustificare il mancato superamento di una norma antielusiva. L’accertamento, infatti, si fondava proprio sulla natura elusiva della società di comodo, che svolgeva attività immobiliare attraverso contratti perfezionati con altre società gestite dai medesimi manager.

Le conclusioni: implicazioni pratiche per le società

L’ordinanza conferma un orientamento rigoroso: per vincere la presunzione di società di comodo, non basta addurre giustificazioni generiche o fare riferimento a scelte imprenditoriali discrezionali. È necessario fornire la prova concreta di eventi oggettivi e straordinari che hanno impedito il normale svolgimento dell’attività economica. La decisione sottolinea inoltre che le operazioni infragruppo o tra parti correlate vengono esaminate con particolare attenzione dal Fisco e dai giudici, e possono essere considerate inefficaci se appaiono finalizzate a mascherare una situazione di non operatività. Per le società, specialmente quelle a forte vocazione immobiliare o di holding, diventa quindi cruciale poter documentare in modo puntuale e oggettivo le ragioni di eventuali periodi di bassi ricavi, per non incorrere nelle pesanti conseguenze fiscali previste per le società non operative.

Quando una società è considerata ‘di comodo’ dal Fisco?
Una società è presunta ‘di comodo’ quando non supera il ‘test di operatività’, ovvero quando i suoi ricavi e proventi sono inferiori a una soglia minima determinata in percentuale sul valore dei beni patrimoniali che possiede, come stabilito dall’art. 30 della Legge n. 724/1994.

Come può un contribuente dimostrare che la sua società non è ‘di comodo’ nonostante i bassi ricavi?
Il contribuente deve fornire la prova contraria dimostrando l’esistenza di ‘situazioni oggettive di carattere straordinario’, indipendenti dalla propria volontà, che hanno reso impossibile conseguire il reddito minimo presunto. Non sono sufficienti generiche scelte imprenditoriali, ma servono prove concrete legate a effettive condizioni di mercato o eventi eccezionali.

Un contratto di affitto tra soggetti collegati può giustificare i bassi ricavi ed evitare la qualifica di società di comodo?
No. Secondo la Cassazione, un contratto di affitto stipulato tra soggetti che hanno lo stesso centro di interessi (ad esempio, stessa proprietà o amministratori) può essere considerato a sua volta un atto elusivo. Pertanto, non è opponibile all’amministrazione finanziaria e non può essere usato come giustificazione per superare la presunzione di non operatività.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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