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Società di comodo: la Cassazione e i limiti al Fisco

Una società, classificata dal Fisco come ‘società di comodo’, ha impugnato l’avviso di accertamento fino alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte, richiamando una fondamentale sentenza della Corte di Giustizia UE, ha stabilito che la normativa nazionale è in contrasto con il diritto europeo. In particolare, il diritto alla detrazione del credito IVA non può essere negato solo perché non vengono raggiunte soglie di ricavo minime. La Cassazione ha annullato la decisione precedente, rinviando il caso per un nuovo esame che tenga conto della reale operatività dell’impresa e dei principi europei.

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Pubblicato il 29 agosto 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Società di comodo: La Cassazione detta le regole per Fisco e Credito IVA

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione interviene con forza sulla disciplina della società di comodo, stabilendo principi cruciali che limitano il potere dell’Amministrazione Finanziaria, soprattutto in materia di IVA. La decisione, in linea con i dettami della Corte di Giustizia Europea, ribadisce che il mancato raggiungimento di soglie di ricavo minime non è sufficiente, da solo, a negare l’operatività di un’impresa e, di conseguenza, il suo diritto alla detrazione del credito IVA.

I Fatti di Causa: una Società Immobiliare nel Mirino del Fisco

Il caso ha origine da un avviso di accertamento notificato a una società immobiliare per IVA e IRAP relative all’anno d’imposta 2008. L’Agenzia delle Entrate aveva classificato l’azienda come ‘non operativa’ o società di comodo, applicando la presunzione legale basata sul mancato superamento del cosiddetto ‘test di operatività’, ovvero il confronto tra i ricavi effettivi e quelli minimi presunti dalla legge in base al valore degli asset patrimoniali.

La società si è opposta, sostenendo che la sua attività non era fittizia e che specifiche ‘situazioni oggettive’ avevano impedito il raggiungimento di ricavi più elevati. Dopo due sentenze sfavorevoli nei gradi di merito, la questione è giunta all’esame della Suprema Corte.

L’Analisi della Corte: la disciplina della società di comodo

La Cassazione ha esaminato i vari motivi di ricorso, fornendo chiarimenti fondamentali. In primo luogo, ha distinto tra accertamenti fiscali derivanti da verifiche in loco e quelli ‘a tavolino’. Solo nel primo caso, ha specificato la Corte, si applica il termine dilatorio di 60 giorni prima dell’emissione dell’atto impositivo, un termine volto a garantire il contraddittorio. Nel caso di specie, trattandosi di un controllo documentale, tale garanzia procedurale non è stata ritenuta violata per le imposte dirette.

Il Cuore della Questione: Credito IVA e la Svolta del Diritto Europeo

Il punto nevralgico della decisione riguarda l’IVA. La Corte ha richiamato una recente e importantissima sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (causa C-341/22), che ha sancito un principio dirompente: la normativa italiana sulle società di comodo è in contrasto con la direttiva IVA.

Secondo i giudici europei, e ora anche quelli italiani, non si può negare la qualità di soggetto passivo IVA a un’impresa, né il suo conseguente diritto alla detrazione, solo perché i suoi ricavi non raggiungono una soglia minima prefissata dalla legge nazionale. Ciò che rileva è l’esercizio effettivo di un’attività economica, anche se in perdita o in fase preparatoria, finalizzata a generare introiti con carattere di stabilità. La presunzione italiana, pertanto, deve essere disapplicata dal giudice nazionale.

La Prova Contraria per le Imposte Dirette

Per quanto riguarda le imposte dirette, la presunzione di non operatività rimane, ma il contribuente può superarla. La Corte ha sottolineato che l’onere probatorio a carico dell’impresa non è solo dimostrare che il test di operatività è errato, ma anche provare l’esistenza di ‘oggettive situazioni’ che hanno impedito la realizzazione di maggiori ricavi. Il giudice di merito, nel caso specifico, non aveva adeguatamente valutato le prove fornite dalla società su questo punto.

le motivazioni

La Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata, motivando la decisione sulla base del palese contrasto tra la normativa interna sulle società di comodo e i principi fondamentali del diritto IVA europeo, come interpretati dalla Corte di Giustizia. Il diritto alla detrazione dell’IVA è un pilastro del sistema comune e può essere limitato solo in casi eccezionali, come frode o abuso, che devono essere provati dall’amministrazione. Una presunzione basata unicamente su un risultato economico insufficiente viola i principi di neutralità e proporzionalità dell’imposta.

Per le imposte dirette, la Corte ha accolto il ricorso perché il giudice precedente aveva omesso di esaminare un fatto decisivo: le circostanze oggettive che, secondo la società, giustificavano i bassi ricavi. Tale omissione ha viziato la sentenza, rendendo necessario un nuovo esame.

le conclusioni

L’ordinanza rappresenta una vittoria significativa per i contribuenti. Stabilisce che la presunzione di società di comodo non può operare automaticamente per negare il credito IVA. L’Agenzia delle Entrate dovrà dimostrare, in caso di contestazione, che l’attività economica è del tutto inesistente o fraudolenta. Per le imposte dirette, viene riaffermata l’importanza per il giudice di valutare nel merito le prove fornite dall’azienda a dimostrazione della propria operatività, anche in contesti economici difficili. Il caso è stato rinviato alla Corte di Giustizia tributaria di secondo grado per una nuova valutazione alla luce di questi fondamentali principi.

Una società può essere definita ‘di comodo’ solo perché i suoi ricavi sono inferiori a una soglia minima prevista dalla legge?
Per quanto riguarda l’IVA, la risposta è no. La Corte di Cassazione, aderendo a una sentenza della Corte di Giustizia UE, ha stabilito che la normativa italiana che presume una società come non operativa basandosi solo su tale criterio è in contrasto con il diritto europeo e deve essere disapplicata dal giudice. Per le imposte dirette, la presunzione legale resta valida, ma il contribuente può superarla provando l’esistenza di situazioni oggettive che hanno impedito il raggiungimento di ricavi maggiori.

Il Fisco può negare il diritto alla detrazione del credito IVA a una società considerata ‘di comodo’?
No, non automaticamente. Secondo la sentenza, il diritto alla detrazione dell’IVA non può essere negato solo perché l’importo delle operazioni è considerato insufficiente. È necessario che l’impresa eserciti un’effettiva attività economica. Il diniego del diritto alla detrazione è legittimo solo se l’amministrazione finanziaria dimostra che l’operazione si inserisce in un contesto di frode o abuso.

Cosa deve dimostrare un’azienda per superare la presunzione di essere una società di comodo ai fini delle imposte dirette?
L’azienda deve fornire la prova dell’esistenza di ‘oggettive situazioni’ che hanno reso impossibile il conseguimento dei ricavi minimi presunti dalla legge. Queste possono includere, ad esempio, crisi di mercato, lavori di ristrutturazione che hanno reso inagibili gli immobili, o altre circostanze concrete e documentabili che giustifichino la bassa redditività in un dato periodo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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