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Società di comodo: interpello non obbligatorio

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 28926/2024, ha stabilito che un contribuente accusato di essere una società di comodo può difendersi in giudizio dimostrando le cause oggettive della sua non operatività, anche senza aver preventivamente presentato un’istanza di interpello disapplicativo. L’Agenzia delle Entrate sosteneva l’obbligatorietà di tale istanza, ma la Corte ha rigettato il ricorso, affermando la piena tutela giurisdizionale del contribuente.

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Pubblicato il 8 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Società di Comodo: L’Interpello Disapplicativo Non è un Obbligo

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha fornito un importante chiarimento sulla disciplina delle società di comodo, affermando un principio fondamentale a tutela del contribuente. La Corte ha stabilito che la mancata presentazione dell’interpello disapplicativo non preclude la possibilità di difendersi in giudizio e di dimostrare la sussistenza delle condizioni per disapplicare la normativa antielusiva. Analizziamo insieme la vicenda e la decisione dei giudici.

I Fatti del Caso: Una Controversia Fiscale

La vicenda trae origine da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di una società a responsabilità limitata. L’amministrazione finanziaria contestava alla società, per l’anno d’imposta 2008, l’applicazione della disciplina sulle società di comodo (o non operative), con conseguente recupero di Ires, Iva, Irap, oltre a interessi e sanzioni.

La società ha impugnato l’atto impositivo e ha ottenuto ragione sia in primo grado che in appello presso la Commissione Tributaria Regionale. Secondo i giudici di merito, l’accertamento era illegittimo. L’Agenzia delle Entrate, non rassegnandosi alla sconfitta, ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che la CTR avesse errato nel non considerare obbligatoria la presentazione dell’istanza di interpello per ottenere la disapplicazione della normativa in esame.

La Tesi dell’Agenzia delle Entrate

Il Fisco lamentava la violazione dell’art. 30, comma 4-bis, della legge n. 724/1994. A suo avviso, il contribuente che non supera il test di operatività previsto dalla legge e intende disapplicare la disciplina delle società di comodo deve necessariamente percorrere la via amministrativa dell’interpello. In assenza di tale istanza, secondo la ricorrente, la pretesa fiscale sarebbe stata fondata.

Le Motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, definendolo infondato. I giudici hanno ribadito un orientamento ormai consolidato in giurisprudenza, basato sulla tutela del diritto di difesa del contribuente.

La Corte ha chiarito che l’interpello disapplicativo, in materia di società di comodo, non costituisce una condizione di procedibilità per l’azione giudiziaria. In altre parole, non è un passaggio obbligato che limita l’accesso alla tutela del giudice. Il contribuente conserva sempre la facoltà di superare la presunzione legale di non operatività direttamente in sede contenziosa.

Questo approccio si fonda su principi costituzionali di primaria importanza:

1. Diritto alla tutela giurisdizionale (art. 24 Cost.): Precludere la difesa in giudizio a chi non ha presentato un’istanza amministrativa preventiva costituirebbe una violazione del diritto di agire per la tutela dei propri diritti.
2. Capacità contributiva (art. 53 Cost.): La tassazione deve essere basata sulla reale capacità economica del soggetto. Permettere al contribuente di dimostrare le ragioni oggettive della mancata redditività garantisce che l’imposizione sia equa e aderente alla realtà.
3. Buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.): L’amministrazione deve agire in modo imparziale. Impedire la prova dei fatti in giudizio sarebbe contrario a questo principio.

Pertanto, la società può dimostrare davanti al giudice, senza preclusioni, l’esistenza di “una situazione oggettiva a sé non imputabile che ha reso impossibile il conseguimento di ricavi e la produzione di reddito” nei limiti previsti dalla legge, anche se non ha mai presentato un’istanza di interpello.

Le Conclusioni: Tutela Piena per il Contribuente

La decisione in commento conferma che il rapporto tra Fisco e contribuente non può essere sbilanciato a favore del primo attraverso ostacoli procedurali. La presunzione di non operatività per le società di comodo è una presunzione relativa, che può sempre essere vinta fornendo la prova contraria in giudizio. La scelta di non attivare la procedura di interpello non può cristallizzare la pretesa del Fisco né menomare il diritto del contribuente a una piena difesa nel merito davanti al giudice tributario. Si tratta di un principio di garanzia fondamentale che riafferma la centralità del processo come luogo deputato all’accertamento della verità dei fatti.

È obbligatorio presentare un interpello disapplicativo per difendersi da un accertamento per società di comodo?
No, la Corte di Cassazione ha confermato che l’interpello disapplicativo non è una condizione obbligatoria per poter accedere alla tutela giurisdizionale. Il contribuente può difendersi direttamente in tribunale.

Cosa può fare un contribuente per superare la presunzione di essere una società di comodo?
Può dimostrare in sede giudiziale l’esistenza di situazioni oggettive, a lui non imputabili, che hanno reso impossibile il conseguimento dei ricavi o la produzione del reddito minimo previsto dalla legge, vincendo così la presunzione legale.

La mancata presentazione dell’interpello limita il diritto di difesa in tribunale?
No, la mancata presentazione dell’interpello non comporta alcuna limitazione o preclusione alla tutela giurisdizionale. Il contribuente ha il diritto di esperire la piena tutela in sede giudiziale nei confronti dell’atto impositivo, dimostrando la sussistenza delle condizioni per la disapplicazione della norma.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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