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Rimborso doppia imposizione: basta la residenza fiscale

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11873/2024, ha stabilito un principio fondamentale in materia di rimborso per doppia imposizione. Un contribuente, pensionato e fiscalmente residente in Bangladesh, aveva richiesto il rimborso dell’IRPEF trattenuta in Italia sulla sua pensione, in applicazione della Convenzione Italia-Bangladesh. L’Agenzia delle Entrate si opponeva, sostenendo che il contribuente non aveva provato di aver effettivamente pagato le imposte in Bangladesh. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’Agenzia, affermando che ai fini dell’applicazione delle convenzioni contro le doppie imposizioni, è sufficiente dimostrare la residenza fiscale e l’assoggettamento potenziale al sistema fiscale dello Stato estero, a prescindere dall’effettivo versamento di imposte in quel Paese. La finalità delle convenzioni è infatti quella di ripartire la potestà impositiva tra gli Stati, non di garantire un prelievo effettivo in entrambi.

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Pubblicato il 4 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Rimborso doppia imposizione: non serve pagare le tasse all’estero, basta la residenza

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 11873 del 2 maggio 2024, ha chiarito un aspetto cruciale per i pensionati italiani residenti all’estero che richiedono il rimborso per doppia imposizione. Il principio affermato è di grande importanza pratica: per beneficiare delle convenzioni internazionali non è necessario dimostrare di aver effettivamente pagato le imposte nel Paese di residenza, ma è sufficiente provare di esservi fiscalmente residente e, quindi, potenzialmente soggetto al suo sistema tributario.

I fatti del caso

Un cittadino italiano, pensionato e residente in Bangladesh, presentava un’istanza di rimborso per le ritenute IRPEF applicate dall’INPS sulla sua pensione per gli anni dal 2010 al 2015. La sua richiesta si basava sulla Convenzione Italia-Bangladesh, pensata per evitare che lo stesso reddito venisse tassato due volte. Di fronte al silenzio dell’Agenzia delle Entrate, che equivale a un rigetto (cosiddetto silenzio-rifiuto), il contribuente ha avviato un contenzioso tributario. L’Amministrazione finanziaria sosteneva che il rimborso non fosse dovuto perché il pensionato non aveva fornito la prova di un effettivo prelievo fiscale in Bangladesh, paventando il rischio di una “doppia non imposizione”.

La questione giuridica e il principio del rimborso per doppia imposizione

Il nodo centrale della controversia era interpretare correttamente i requisiti per l’applicazione delle convenzioni contro le doppie imposizioni. Ci si chiedeva se il diritto al rimborso fosse subordinato alla dimostrazione di un pagamento effettivo delle tasse nel Paese estero o se bastasse la cosiddetta “soggezione potenziale” al sistema fiscale di quel Paese.

L’Agenzia delle Entrate spingeva per un’interpretazione restrittiva, vedendo nell’assenza di un prelievo effettivo il rischio che il reddito non venisse tassato né in Italia né in Bangladesh. Il contribuente, invece, sosteneva che la convenzione avesse lo scopo di definire quale dei due Stati avesse la potestà impositiva, e una volta stabilito che tale potestà spettava al Bangladesh in quanto Stato di residenza, l’Italia doveva astenersi dall’imporre tasse e rimborsare quelle già prelevate.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dato pienamente ragione al contribuente, rigettando il ricorso dell’Agenzia delle Entrate. I giudici hanno ribadito un orientamento ormai consolidato: lo scopo delle convenzioni bilaterali è quello di eliminare la sovrapposizione dei sistemi fiscali nazionali, non di garantire che un’imposta sia effettivamente pagata.

Il concetto di “residente di uno Stato contraente”, utilizzato nei trattati, deve essere inteso nel senso di “soggetto alla giurisdizione fiscale” di quello Stato in modo pieno e illimitato. Questa soggezione, definita “potenziale”, esiste indipendentemente dal fatto che, per via di specifiche norme interne (come soglie di esenzione o deduzioni), il reddito del contribuente non subisca un prelievo fiscale effettivo.

Le motivazioni

La Corte ha spiegato che la ratio delle convenzioni è ripartire la potestà impositiva tra i Paesi firmatari. Una volta che la convenzione stabilisce che il reddito da pensione è imponibile “soltanto” nello Stato di residenza (in questo caso, il Bangladesh), lo Stato della fonte (l’Italia) perde il suo potere impositivo. Pretendere la prova del pagamento effettivo nello Stato estero significherebbe introdurre un requisito non previsto dal trattato e snaturarne la funzione. Il timore di una “doppia non imposizione”, evidenziato dall’Amministrazione finanziaria, viene affrontato da altre clausole delle convenzioni, come quelle relative allo scambio di informazioni tra le autorità fiscali, che consentono le opportune verifiche.

Le conclusioni

Questa sentenza offre una guida chiara per tutti i cittadini italiani, in particolare i pensionati, che vivono in Paesi con cui l’Italia ha stipulato una convenzione contro la doppia imposizione. Per ottenere il rimborso delle tasse pagate in Italia, il requisito fondamentale è dimostrare in modo inequivocabile la propria residenza fiscale all’estero, solitamente tramite un certificato rilasciato dall’autorità fiscale locale. Non è necessario, invece, produrre le prove di aver materialmente versato le imposte in quel Paese. La decisione rafforza la certezza del diritto e semplifica gli oneri probatori a carico dei contribuenti che esercitano un loro diritto derivante da trattati internazionali.

Per ottenere un rimborso fiscale in base a una convenzione contro la doppia imposizione, devo dimostrare di aver effettivamente pagato le tasse nel mio paese di residenza estero?
No. Secondo la Corte di Cassazione, non è necessario dimostrare l’effettivo prelievo fiscale nello Stato di residenza. È sufficiente provare la residenza fiscale in quel Paese e, di conseguenza, l’assoggettamento potenziale al suo sistema tributario.

Cosa significa “assoggettamento potenziale” ai fini delle convenzioni contro la doppia imposizione?
Significa essere soggetti alla giurisdizione fiscale di uno Stato in modo illimitato a causa della propria residenza. Questo prescinde dal fatto che, per specifiche leggi locali (es. franchigie, deduzioni), il reddito non venga concretamente tassato o il prelievo sia pari a zero.

La certificazione di residenza fiscale rilasciata dall’autorità estera è sufficiente per richiedere il rimborso in Italia?
Sì. La sentenza conferma che il certificato di residenza fiscale, rilasciato dall’autorità competente dello Stato estero, è il documento idoneo a dimostrare il requisito della residenza, che è presupposto fondamentale per l’applicazione della disciplina convenzionale e per la richiesta di rimborso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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