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Raddoppio termini accertamento: quando è legittimo?

Un imprenditore ha impugnato un avviso di accertamento per l’utilizzo di fatture false, contestando il raddoppio dei termini di accertamento. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso, stabilendo che il raddoppio dei termini di accertamento è legittimo in presenza di un obbligo di denuncia penale, ma non si applica all’IRAP, poiché le violazioni relative a tale imposta non sono presidiate da sanzioni penali. La Corte ha rigettato gli altri motivi, confermando la legittimità dell’accertamento per le altre imposte.

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Pubblicato il 29 agosto 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Raddoppio termini accertamento: la Cassazione ne definisce i limiti, escludendo l’IRAP

Il raddoppio dei termini di accertamento è uno strumento cruciale per l’Amministrazione Finanziaria nella lotta all’evasione fiscale legata a reati tributari. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito importanti chiarimenti sui presupposti per la sua applicazione, in particolare per i periodi d’imposta antecedenti alle riforme del 2015, e ha stabilito un principio fondamentale: tale meccanismo non si estende all’IRAP. Analizziamo questa importante decisione.

I Fatti del Caso

Un imprenditore individuale si è visto notificare un avviso di accertamento per l’anno d’imposta 2007. L’Agenzia delle Entrate contestava l’indebita detrazione di costi e IVA derivanti da fatture emesse da una cosiddetta “società cartiera”, ovvero un’entità esistente solo sulla carta, creata per simulare cessioni di beni inesistenti. L’accertamento, di tipo induttivo data l’inattendibilità delle scritture contabili, rideterminava IRPEF, addizionali, IRAP e IVA.

Il contribuente ha impugnato l’atto, sollevando diverse questioni, tra cui la decadenza del potere di accertamento dell’Ufficio. Sosteneva, infatti, l’illegittimità del raddoppio dei termini di accertamento applicato dall’Agenzia, la violazione del diritto al contraddittorio preventivo e la carenza di motivazione dell’atto stesso.

Dopo la soccombenza in entrambi i gradi di merito, l’imprenditore ha proposto ricorso per cassazione.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso del contribuente, cassando la sentenza impugnata limitatamente alla pretesa relativa all’IRAP e decidendo nel merito su questo punto. Ha rigettato, invece, tutti gli altri motivi di ricorso.

Il fulcro della decisione risiede nella distinzione operata dai giudici riguardo l’applicabilità del raddoppio dei termini alle diverse imposte. Mentre per IRPEF e IVA la pretesa è stata confermata, per l’IRAP è stata annullata per intervenuta decadenza dei termini ordinari di accertamento.

Le condizioni per il Raddoppio termini accertamento

La Corte ha ribadito che, secondo la disciplina applicabile al caso (anteriore alle modifiche legislative del 2015), il raddoppio dei termini di accertamento è legittimo quando emergono fatti che comportano l’obbligo di denuncia penale per uno dei reati tributari previsti dalla legge. È sufficiente la mera sussistenza dei presupposti per tale obbligo, indipendentemente dall’effettiva presentazione della denuncia o dall’esito del procedimento penale.

Il giudice tributario ha il compito di effettuare una valutazione “ora per allora” (la cosiddetta “prognosi postuma”) per verificare se, al momento dei fatti, l’Amministrazione Finanziaria avesse elementi sufficienti per ravvisare un’ipotesi di reato e non abbia usato questo strumento in modo pretestuoso per allungare i termini.

Raddoppio termini accertamento e IRAP: un’importante esclusione

Il punto più innovativo e decisivo della sentenza riguarda l’IRAP. La Cassazione ha stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento non può essere applicato a questo tributo. La motivazione è di natura sistematica: il raddoppio è strettamente legato all’esistenza di violazioni fiscali che integrano fattispecie di reato. Poiché le disposizioni che disciplinano l’IRAP non sono presidiate da sanzioni penali, a differenza di quanto avviene per le imposte sui redditi (IRPEF) e per l’IVA, viene a mancare il presupposto fondamentale per l’estensione dei termini.

Le Motivazioni

Oltre al punto sull’IRAP, la Corte ha affrontato anche le altre censure del ricorrente, rigettandole.

* Sul contraddittorio preventivo: I giudici hanno chiarito che, per i tributi “non armonizzati” come IRPEF e IRAP, non vi era un obbligo generalizzato di contraddittorio preventivo. Per l’IVA, tributo “armonizzato”, pur sussistendo tale obbligo, il ricorrente non aveva specificato quali argomentazioni concrete avrebbe potuto addurre se fosse stato ascoltato, rendendo la sua doglianza generica e inammissibile.

Sulla motivazione per relationem*: È stato confermato che l’avviso di accertamento può legittimamente motivare le proprie conclusioni rinviando ad atti esterni, come un Processo Verbale di Constatazione (PVC), a condizione che tali atti siano stati resi disponibili al contribuente, il quale ha avuto modo di conoscerli e contestarli. Nel caso di specie, i PVC erano stati depositati nel giudizio di primo grado e il contribuente non aveva sollevato obiezioni specifiche.

* Sull’onere della prova e deducibilità dei costi: In presenza di una contestazione di operazioni soggettivamente inesistenti, spetta al contribuente provare l’effettività, l’inerenza e la quantificazione dei costi sostenuti per aver diritto alla loro deducibilità. Dato che l’accertamento era induttivo a causa dell’inattendibilità complessiva della contabilità, l’onere della prova gravava interamente sul ricorrente, che non lo ha soddisfatto.

Le Conclusioni

Questa ordinanza della Corte di Cassazione offre due importanti indicazioni pratiche. In primo luogo, consolida l’interpretazione (per i periodi d’imposta più datati) secondo cui il raddoppio dei termini di accertamento è legato alla sola astratta configurabilità di un reato tributario. In secondo luogo, e con maggiore impatto, traccia una linea netta sull’ambito di applicazione di tale istituto, escludendo categoricamente l’IRAP. Questa esclusione rappresenta una garanzia per i contribuenti, limitando il potere di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria a questo specifico tributo e confermando che misure eccezionali come l’estensione dei termini devono essere strettamente ancorate alla presenza di illeciti di rilevanza penale.

Quando è legittimo il raddoppio dei termini di accertamento per reati fiscali, secondo la disciplina previgente al 2015?
È legittimo quando sussistono fatti che comportano l’obbligo di denuncia penale ai sensi dell’art. 331 c.p.p., indipendentemente dall’effettiva presentazione della denuncia o dall’esito del procedimento penale. Il giudice tributario deve verificare che la sussistenza di tali presupposti non sia stata invocata in modo pretestuoso dall’amministrazione finanziaria.

Il raddoppio dei termini di accertamento si applica anche all’IRAP?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che, poiché le violazioni relative alla disciplina dell’IRAP non sono presidiate da sanzioni penali, non è applicabile il raddoppio dei termini di accertamento, il quale è strettamente connesso alla configurabilità di un reato tributario.

In caso di accertamento basato su fatture false, la motivazione dell’atto può rinviare a un Processo Verbale di Constatazione (PVC)?
Sì, la motivazione può essere fornita per relationem, cioè facendo riferimento al contenuto di un PVC. Ciò è legittimo a condizione che i verbali siano stati depositati o resi noti al contribuente, mettendolo in condizione di contestarne il contenuto, e che il contribuente non abbia sollevato specifiche censure contro di essi.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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