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Prove presuntive e costi fittizi: la Cassazione

Una società si è vista negare la deducibilità di costi per l’acquisto di materiale ferroso da fornitori ritenuti privi di capacità operativa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che un quadro coerente di prove presuntive può superare la validità di documenti formalmente regolari come fatture e pagamenti, considerati facilmente falsificabili per mascherare operazioni fittizie.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Prove presuntive e costi fittizi: quando la fattura non basta a salvarsi dal Fisco

Nel complesso mondo del diritto tributario, la documentazione formale come fatture e pagamenti tracciabili è spesso considerata la pietra angolare della difesa del contribuente. Tuttavia, una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 18060/2024, ci ricorda un principio fondamentale: la sostanza prevale sulla forma. Il caso in esame riguarda il disconoscimento di costi per operazioni ritenute fittizie, basato interamente su un solido castello di prove presuntive, dimostrando come l’Amministrazione Finanziaria possa guardare oltre la carta per scoprire la realtà dei fatti.

I fatti del caso: acquisti sospetti e l’accertamento fiscale

Una società operante nel commercio di metalli si è vista recapitare un avviso di accertamento per IRES, IRAP e IVA relativo all’anno 2015. Il Fisco contestava la deducibilità dei costi relativi all’acquisto di ingenti quantità di materiale ferroso da fornitori di etnia rom.

L’Amministrazione Finanziaria, dopo accurate indagini, aveva costruito un quadro indiziario schiacciante: i fornitori risultavano privi di una reale capacità patrimoniale, strutturale e operativa per gestire tali volumi di merce. Nello specifico, era emerso che questi soggetti:
* Omettevano la presentazione delle dichiarazioni fiscali.
* Non disponevano di mezzi idonei per la raccolta e il trasporto di tonnellate di rottami.
* Non compilavano la documentazione di trasporto (formulari), che veniva invece predisposta dalla società acquirente.
* Ricevevano pagamenti prevalentemente in contanti.

Sulla base di questi elementi, l’Agenzia delle Entrate ha concluso che le operazioni fossero inesistenti e che le fatture fossero state create al solo scopo di generare costi fittizi per abbattere l’imponibile della società.

Il percorso giudiziario e l’approdo in Cassazione

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella Regionale avevano dato ragione al Fisco, ritenendo che la mole di indizi fosse sufficiente a dimostrare l’inesistenza delle operazioni. La società, sostenendo invece la piena regolarità contabile e la tracciabilità dei pagamenti, ha proposto ricorso per Cassazione, basandolo su diverse censure, tra cui la presunta violazione delle norme sulla valutazione delle prove e sull’uso delle presunzioni.

La decisione della Cassazione e il valore delle prove presuntive

La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso della società, offrendo chiarimenti cruciali sul valore e l’utilizzo delle prove presuntive in materia tributaria. I giudici hanno smontato le tesi difensive del contribuente punto per punto, confermando la legittimità dell’operato dell’Amministrazione Finanziaria.

In primo luogo, la Corte ha ribadito un principio consolidato: di fronte a un quadro presuntivo grave, preciso e concordante fornito dal Fisco, l’onere della prova si sposta sul contribuente. Quest’ultimo non può limitarsi a esibire fatture e pagamenti. Deve, invece, fornire la prova concreta e sostanziale dell’effettività dell’operazione economica.

Sfatato il mito del ‘divieto di doppie presunzioni’

Uno degli argomenti più interessanti affrontati dalla Corte è quello relativo al principio del praesumptum de praesumpto non admittitur (divieto di doppie presunzioni), invocato dalla ricorrente. La Cassazione ha definito questo principio ‘inesistente’ nell’ordinamento giuridico. I giudici hanno chiarito che è perfettamente legittimo che un fatto accertato tramite una prima presunzione possa costituire la base per un’ulteriore inferenza logica. Ciò che conta non è il numero di passaggi, ma che ogni singolo anello della catena logica sia sorretto da criteri di gravità, precisione e concordanza.

Le motivazioni: perché le prove presuntive hanno prevalso?

La sentenza spiega chiaramente perché la documentazione formale del contribuente è stata considerata insufficiente. La Corte ha affermato che fatture, registrazioni contabili e mezzi di pagamento ‘sono facilmente falsificabili e vengono normalmente utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un’operazione fittizia’.

Il ragionamento del giudice di merito, confermato dalla Cassazione, si è basato su una valutazione complessiva degli elementi. Dall’indisponibilità di mezzi da parte dei fornitori (fatto noto e accertato) si è logicamente desunta, secondo una regola di comune esperienza, l’impossibilità per loro di aver effettuato quelle ingenti forniture e, di conseguenza, l’inesistenza delle operazioni fatturate (fatto ignoto). Questo ragionamento inferenziale è stato ritenuto corretto e sufficientemente motivato.

Le conclusioni: implicazioni pratiche per le imprese

Questa pronuncia rappresenta un monito importante per tutte le imprese. La tenuta di una contabilità formalmente ineccepibile non è uno scudo invalicabile contro le contestazioni fiscali. È fondamentale esercitare la dovuta diligenza nella scelta dei propri partner commerciali, verificandone la reale struttura e capacità operativa.

Le implicazioni pratiche sono chiare:
1. Verifica dei fornitori: Le aziende devono implementare procedure per accertarsi che i loro fornitori siano soggetti economicamente solidi e strutturati, soprattutto in settori a rischio.
2. Valore della documentazione: Le fatture e i pagamenti sono necessari, ma non sufficienti. È cruciale poter dimostrare, in caso di contestazione, la sostanza dell’operazione (es. documenti di trasporto, prove di consegna, movimentazioni di magazzino coerenti).
3. Onere della prova: In un contenzioso tributario, se l’Amministrazione Finanziaria presenta un quadro indiziario solido, spetta all’impresa l’onere di smontarlo con prove altrettanto concrete, andando oltre la mera forma.

La sola presentazione di fatture e prove di pagamento è sufficiente a dimostrare la realtà di un’operazione commerciale ai fini fiscali?
No. Secondo la Corte, questa documentazione non è sufficiente se l’Amministrazione Finanziaria fornisce un quadro di prove presuntive gravi, precise e concordanti che suggeriscono la fittizietà dell’operazione. Questo perché tali documenti sono considerati facilmente falsificabili.

È possibile basare un accertamento fiscale su una ‘doppia presunzione’?
Sì. La Corte ha chiarito che il cosiddetto ‘divieto di doppie presunzioni’ (praesumptum de praesumpto) è un principio inesistente. È legittimo fondare una presunzione su un fatto a sua volta accertato tramite un’altra presunzione, a condizione che ogni passaggio del ragionamento logico sia rigoroso e fondato su criteri di gravità, precisione e concordanza.

Quali elementi possono costituire prove presuntive sufficienti a disconoscere dei costi?
Nel caso di specie, gli elementi considerati sufficienti includevano: l’omessa presentazione di dichiarazioni fiscali da parte dei fornitori, la loro mancanza di capacità patrimoniale e operativa, l’assenza di mezzi idonei per il trasporto della merce, la mancata compilazione di documenti di trasporto e il pagamento in contanti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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