LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Operazioni soggettivamente inesistenti: costi e IVA

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 34332/2025, si pronuncia su un caso di operazioni soggettivamente inesistenti. Viene confermato l’indetraibilità dell’IVA in mancanza di prova della buona fede del contribuente, ma viene accolto il ricorso sulla deducibilità dei costi, chiarendo che l’onere di provare l’esistenza di un’azione penale che ne impedisca la deduzione spetta all’Amministrazione finanziaria e non al contribuente.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 25 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Operazioni Soggettivamente Inesistenti: Nuovi Chiarimenti dalla Cassazione su Costi e IVA

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, è tornata a pronunciarsi sul tema delle operazioni soggettivamente inesistenti, fornendo chiarimenti cruciali sulla distinzione tra la detraibilità dell’IVA e la deducibilità dei costi. La decisione analizza in dettaglio i principi che regolano l’onere della prova a carico del contribuente e dell’Amministrazione finanziaria, delineando un confine netto tra le due imposte. L’intervento della Suprema Corte offre spunti fondamentali per le imprese che si trovano a gestire la complessità delle catene di fornitura.

I Fatti del Caso: Acquisti da Società “Cartiere”

Il caso ha origine da un avviso di accertamento notificato dall’Agenzia delle Entrate a un contribuente operante nel settore della telefonia. L’amministrazione contestava, per l’anno d’imposta 2003, la riconducibilità di circa 460.000 euro a operazioni soggettivamente inesistenti. In particolare, il contribuente aveva acquistato materiale di telefonia mobile da società italiane che, in realtà, agivano come mere “cartiere”, interponendosi fittiziamente tra i reali fornitori, localizzati in altri paesi comunitari, e l’acquirente finale. Lo scopo di tale meccanismo era quello di creare vantaggi fiscali indebiti, come l’acquisto sottocosto della merce e la detrazione di un’IVA solo formalmente versata.

Il Percorso Giudiziario e i Motivi del Ricorso

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella Regionale avevano respinto i ricorsi del contribuente, confermando la legittimità dell’accertamento. Secondo i giudici di merito, era stata provata la natura fittizia delle società fornitrici, prive di una reale struttura operativa. Di conseguenza, avevano negato sia il diritto alla detrazione dell’IVA che quello alla deduzione dei costi sostenuti.
Il contribuente ha quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando principalmente due aspetti:
1. L’erronea negazione della detrazione IVA, sostenendo che l’Agenzia non avesse provato la sua consapevolezza della frode.
2. L’illegittima negazione della deducibilità dei costi, in contrasto con la normativa sopravvenuta (ius superveniens) che, a certe condizioni, ammette la deduzione anche in questi contesti.

L’Analisi della Corte: Distinzione tra IVA e Costi per le operazioni soggettivamente inesistenti

La Corte di Cassazione ha analizzato congiuntamente i motivi relativi a IVA e costi, arrivando a conclusioni opposte per le due imposte e tracciando un’importante linea di demarcazione.

La Detrazione dell’IVA: L’Onere della Prova della Buona Fede

Per quanto riguarda l’IVA, la Corte ha ribadito il suo orientamento consolidato. In presenza di operazioni soggettivamente inesistenti, spetta all’Amministrazione finanziaria dimostrare, anche tramite presunzioni, che il contribuente era a conoscenza della frode o che avrebbe dovuto esserlo usando l’ordinaria diligenza. Una volta che l’Ufficio fornisce tali elementi (ad esempio, la natura di “cartiera” del fornitore), l’onere della prova si sposta sul contribuente, che deve dimostrare di aver agito in buona fede e di aver adottato tutte le misure ragionevoli per assicurarsi che l’operazione non fosse parte di un’evasione.
Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che i giudici di merito avessero correttamente applicato questi principi, confermando l’indetraibilità dell’IVA dato che il contribuente non aveva fornito alcuna prova della sua incolpevole ignoranza.

La Deducibilità dei Costi: Un Principio Diverso

La questione della deducibilità dei costi ai fini delle imposte dirette segue invece un percorso differente. La Corte ha chiarito che, ai sensi della normativa vigente (art. 14, comma 4-bis, L. 537/1993, come modificato dall’art. 8, D.L. 16/2012), i costi relativi a operazioni soggettivamente inesistenti sono deducibili, a condizione che siano stati effettivamente sostenuti e siano inerenti all’attività d’impresa. L’operazione, infatti, è materialmente avvenuta.
L’unica eccezione a questa regola si verifica quando tali costi sono stati direttamente utilizzati per commettere un delitto non colposo per il quale il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale. Su questo punto, la Cassazione ha operato un chiarimento fondamentale: l’onere di provare l’esistenza di tale procedimento penale grava sull’Amministrazione finanziaria. Il giudice di merito aveva errato nel pretendere che fosse il contribuente a dover fornire una prova negativa, ossia a dimostrare l’assenza di un’azione penale.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su una netta distinzione tra la disciplina dell’IVA, basata sul principio di neutralità che viene meno in caso di partecipazione, anche solo colpevole, a una frode, e quella delle imposte dirette, incentrata sul principio di capacità contributiva e sull’inerenza dei costi. Se un costo è stato effettivamente sostenuto per acquistare beni reali e inerenti all’attività, esso concorre a formare il reddito d’impresa e, di regola, è deducibile. La negazione della deducibilità rappresenta un’eccezione, limitata ai soli casi in cui il costo sia strumentale a un reato e l’azione penale sia stata avviata. Ribaltare l’onere della prova sul contribuente, come fatto dalla corte d’appello, significherebbe imporgli un compito eccessivamente gravoso e non previsto dalla legge.

Le Conclusioni

La pronuncia della Corte di Cassazione ha importanti implicazioni pratiche. Se da un lato conferma la linea di rigore in materia di detrazione IVA, richiedendo agli operatori economici un’elevata diligenza nel verificare i propri partner commerciali per non perdere il diritto alla detrazione, dall’altro stabilisce un principio di garanzia in tema di imposte dirette. La deducibilità dei costi per operazioni reali, seppur fatturate da un soggetto interposto, è la regola. Sarà l’Agenzia delle Entrate, qualora intenda negarla, a dover dimostrare la sussistenza della specifica condizione ostativa legata all’esercizio dell’azione penale. Questa distinzione rafforza la coerenza del sistema fiscale, ancorando la deducibilità dei costi alla loro effettività e inerenza, salvo specifiche e provate eccezioni.

In caso di operazioni soggettivamente inesistenti, quando è possibile detrarre l’IVA?
La detrazione dell’IVA è negata se l’Amministrazione finanziaria prova, anche con presunzioni, che l’acquirente sapeva o avrebbe dovuto sapere, usando l’ordinaria diligenza, di partecipare a un’operazione fraudolenta. L’onere di provare la propria buona fede e l’impossibilità di scoprire la frode ricade poi sul contribuente.

I costi relativi ad operazioni soggettivamente inesistenti sono deducibili ai fini delle imposte dirette?
Sì, la regola generale è che i costi sono deducibili se sono stati effettivamente sostenuti e sono inerenti all’attività d’impresa. La deducibilità è esclusa solo se tali costi sono stati direttamente utilizzati per commettere un delitto non colposo per il quale sia stata esercitata l’azione penale.

A chi spetta l’onere di provare l’esistenza di un’azione penale che impedisce la deducibilità dei costi?
Secondo la Corte, l’onere di provare l’esistenza di un’azione penale che impedisce la deduzione dei costi spetta all’Amministrazione finanziaria. Non può essere richiesto al contribuente di fornire una “prova negativa”, cioè di dimostrare l’assenza di un procedimento penale a suo carico.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati