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Operazioni inesistenti: prova e onere del contribuente

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro una sentenza che aveva annullato un avviso di accertamento per operazioni inesistenti. I giudici di legittimità hanno chiarito che, una volta forniti indizi sulla fittizietà dei fornitori (come la mancanza di struttura organizzativa), l’onere della prova si sposta sul contribuente. Non è sufficiente esibire fatture, documenti di trasporto o bonifici bancari, poiché tali elementi attestano solo una regolarità formale e non la sostanza effettiva delle operazioni contestate.

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Pubblicato il 27 marzo 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Operazioni inesistenti: perché fatture e bonifici non bastano a fermare il fisco

Nel panorama del diritto tributario, il contrasto alle operazioni inesistenti rappresenta una delle sfide più complesse per le imprese. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: la regolarità formale dei documenti non garantisce l’immunità dai controlli fiscali se manca la sostanza economica.

Il caso delle operazioni inesistenti e l’onere della prova

La vicenda trae origine da un avviso di accertamento notificato a una società di capitali per riprese relative a IRES, IVA e IRAP. L’amministrazione finanziaria contestava l’utilizzo di fatture per operazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti, basandosi su un Processo Verbale di Constatazione (PVC) che evidenziava la natura di ‘cartiera’ dei fornitori. Sebbene i gradi di merito avessero dato ragione al contribuente, la Cassazione ha ribaltato l’esito, focalizzandosi sul corretto riparto dell’onere probatorio.

La prova della fittizietà fornita dall’ufficio

L’Agenzia delle Entrate aveva dimostrato, attraverso indizi precisi, che le società venditrici erano prive di struttura organizzativa e mezzi idonei a svolgere l’attività dichiarata. Secondo la Suprema Corte, quando l’ufficio fornisce tali elementi, anche in via indiziaria, scatta l’obbligo per il contribuente di fornire la prova contraria.

La decisione della Corte di Cassazione sulle operazioni inesistenti

I giudici hanno stabilito che la produzione di fatture, documenti di trasporto (DDT) e la prova dei pagamenti tracciabili non sono sufficienti a dimostrare l’effettività delle prestazioni. Questi elementi, infatti, vengono spesso predisposti proprio per dare una parvenza di realtà a scambi che, nella sostanza, non sono mai avvenuti o sono avvenuti tra soggetti diversi da quelli indicati.

Il valore probatorio del PVC

Un punto centrale della decisione riguarda il valore del PVC. Sebbene la fede privilegiata riguardi solo i fatti avvenuti in presenza dei verbalizzanti, le valutazioni e gli accertamenti in esso contenuti costituiscono elementi di prova solidi che il giudice non può ignorare senza una motivazione adeguata.

Le motivazioni

La Corte ha spiegato che, in tema di IVA e imposte sui redditi, se l’amministrazione dimostra l’insussistenza delle operazioni, spetta al contribuente provare l’effettiva esistenza delle attività. Tale onere non è assolto con la mera esibizione della contabilità, poiché la regolarità formale è il mezzo tipico usato per occultare la fittizietà. È necessaria la prova della diligenza massima esigibile da un operatore accorto e della reale sostanza economica dell’operazione.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza conferma che il fisco può legittimamente contestare la detrazione di costi e IVA basandosi sulla mancanza di struttura dei fornitori. Le imprese devono quindi prestare massima attenzione non solo alla correttezza dei pagamenti, ma anche alla verifica della solidità dei propri partner commerciali, per evitare di essere coinvolte in contestazioni per operazioni inesistenti che potrebbero compromettere la stabilità aziendale.

Cosa deve provare il fisco per contestare operazioni inesistenti?
L’amministrazione finanziaria deve fornire elementi, anche solo indiziari o presuntivi, che mettano in dubbio l’effettività dell’operazione o la reale operatività del fornitore, come ad esempio la mancanza di dipendenti o sedi fisiche.

La prova del pagamento tramite bonifico tutela il contribuente?
No, la tracciabilità del pagamento non è sufficiente a dimostrare che l’operazione sia reale. La giurisprudenza ritiene che i flussi finanziari possano essere parte di una messa in scena per simulare una transazione inesistente.

Quale prova deve fornire l’impresa per difendersi?
L’impresa deve dimostrare la sostanza economica dell’operazione e di aver agito con la diligenza del buon padre di famiglia, verificando che il fornitore non fosse un soggetto fittizio creato per evadere le tasse.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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