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Operazioni inesistenti: onere della prova per l’IVA

Una S.r.l. unipersonale ha impugnato un avviso di accertamento per operazioni inesistenti con una società ‘cartiera’. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l’Amministrazione Finanziaria può provare la consapevolezza della frode tramite presunzioni gravi, precise e concordanti. A quel punto, spetta al contribuente fornire la prova contraria della propria buona fede, cosa che in questo caso non è avvenuta. La Corte ha confermato la validità dell’accertamento a carico della società, mentre ha dichiarato estinto il giudizio per i soci a seguito di adesione a definizione agevolata.

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Pubblicato il 19 dicembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Operazioni Inesistenti: L’Onere della Prova tra Fisco e Contribuente

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25429/2024, è tornata a pronunciarsi su un tema cruciale del diritto tributario: la gestione delle operazioni inesistenti e la ripartizione dell’onere della prova tra l’Amministrazione Finanziaria e il contribuente. La decisione chiarisce come il Fisco possa utilizzare prove indiziarie per contestare la deducibilità dei costi e la detraibilità dell’IVA, ponendo a carico dell’impresa il difficile compito di dimostrare la propria buona fede.

I Fatti di Causa: Accertamento Fiscale e Fatture Sospette

Il caso ha origine da un avviso di accertamento notificato a una S.r.l. unipersonale attiva nel commercio all’ingrosso di pelli. L’Agenzia delle Entrate contestava, per l’anno d’imposta 2007, la partecipazione della società a due tipologie di illeciti fiscali:
1. Operazioni soggettivamente inesistenti: La società aveva registrato fatture per un valore di oltre 700.000 euro da un’altra impresa che, a seguito di indagini, si era rivelata essere una mera ‘cartiera’, ovvero una società fittizia creata al solo scopo di emettere fatture false.
2. Operazione oggettivamente inesistente: Veniva contestato anche un costo di 30.000 euro per l’esposizione di uno striscione pubblicitario durante le partite di una squadra di calcio a cinque, operazione ritenuta mai avvenuta.

Di conseguenza, venivano notificati avvisi di accertamento anche ai soci per il maggior reddito da partecipazione non dichiarato.

Il Percorso Giudiziario e le Operazioni Inesistenti

Il contenzioso ha visto un esito altalenante nei primi due gradi di giudizio. La Commissione Tributaria Provinciale (CTP) aveva inizialmente annullato gli atti impositivi, ritenendo non provata la consapevolezza della società di partecipare a una frode fiscale. Tuttavia, la Commissione Tributaria Regionale (CTR) aveva ribaltato la decisione, accogliendo l’appello dell’Agenzia delle Entrate e confermando la piena validità degli accertamenti. La vicenda è quindi approdata in Corte di Cassazione su ricorso della società e dei soci.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha respinto il ricorso della società, fornendo chiarimenti fondamentali sulla ripartizione dell’onere probatorio.

L’Onere della Prova a Carico del Fisco

La Cassazione ha confermato che spetta all’Amministrazione Finanziaria l’onere di provare l’esistenza di un’operazione inesistente e la consapevolezza del contribuente di far parte di un meccanismo fraudolento. Tuttavia, questa prova non deve essere necessariamente diretta. Il Fisco può assolverla attraverso presunzioni gravi, precise e concordanti. Nel caso specifico, elementi come la natura di ‘cartiera’ del fornitore (privo di dipendenti, beni strumentali e persino di allaccio alla rete elettrica) e l’entità delle transazioni sono stati ritenuti sufficienti a fondare la presunzione di consapevolezza.

La Prova Contraria del Contribuente

Una volta che l’Amministrazione ha fornito un quadro indiziario solido, l’onere della prova si sposta sul contribuente. Quest’ultimo deve dimostrare di aver agito con la massima diligenza e di non essere stato a conoscenza, né avrebbe potuto esserlo, della frode. In questo caso, la società ricorrente è venuta meno a tale onere. Non ha fornito alcun elemento concreto a sua discolpa, come documenti di trasporto, ordini, preventivi o spiegazioni sulle modalità di consegna delle merci. Questa totale inerzia, secondo la Corte, ha rafforzato la presunzione di colpevolezza.

Il Principio di ‘Cartolarità’ e il Versamento dell’IVA

Per quanto riguarda l’operazione oggettivamente inesistente (lo striscione pubblicitario), la Corte ha respinto anche le doglianze relative al calcolo dell’IVA. I giudici hanno ribadito il principio di ‘cartolarità’, sancito dall’art. 21 del D.P.R. 633/1972. In base a tale principio, la semplice emissione di una fattura per un’operazione inesistente crea un rapporto impositivo e obbliga al versamento dell’imposta indicata. Questo serve a neutralizzare il rischio che il destinatario della fattura possa indebitamente detrarsi l’IVA, garantendo l’integrità del gettito fiscale. L’obbligo di versamento viene meno solo se il rischio di perdita per l’erario viene eliminato in tempo utile, ad esempio tramite una nota di variazione.

Conclusioni: Le Implicazioni Pratiche della Sentenza

La sentenza ribadisce un principio fondamentale per le imprese: la necessità di esercitare una scrupolosa diligenza nella scelta dei propri partner commerciali. Di fronte a contestazioni di operazioni inesistenti, non è sufficiente dimostrare di aver pagato le fatture. È indispensabile poter provare, con documentazione adeguata, la reale esecuzione delle prestazioni e di aver adottato tutte le cautele necessarie per verificare l’affidabilità del fornitore. La decisione conferma che, in materia di frodi IVA, il quadro probatorio indiziario costruito dall’Amministrazione Finanziaria ha un peso determinante e può essere superato solo da una prova contraria solida e ben documentata da parte del contribuente.

Quando l’Amministrazione Finanziaria contesta operazioni inesistenti, chi deve provare cosa?
Inizialmente, l’Amministrazione Finanziaria ha l’onere di provare, anche tramite presunzioni gravi, precise e concordanti, che le operazioni sono inesistenti e che il contribuente era consapevole o avrebbe dovuto essere consapevole della frode. Una volta fornita questa prova, l’onere si sposta sul contribuente, che deve dimostrare di aver agito in buona fede e di aver adottato la normale diligenza per verificare la regolarità dell’operazione.

È sufficiente per un’azienda dimostrare di aver pagato una fattura per provare la propria buona fede in caso di operazioni inesistenti?
No. Secondo la sentenza, il pagamento della fattura è una circostanza pienamente compatibile con una frode fiscale. Per dimostrare la propria buona fede, l’azienda deve fornire prove concrete dell’effettività della transazione (es. documenti di trasporto, ordini, preventivi) e di aver agito con la dovuta diligenza nel verificare l’affidabilità del partner commerciale.

Se un’operazione viene dichiarata inesistente, l’IVA indicata in fattura deve essere comunque versata?
Sì. In base al principio di ‘cartolarità’, l’emissione di una fattura, anche per operazioni inesistenti, determina l’obbligo di versare l’imposta indicata. Questo per evitare il rischio che il destinatario della fattura possa detrarsi un’IVA non dovuta. L’obbligo viene meno solo se tale rischio viene eliminato tempestivamente, ad esempio con l’annullamento della fattura.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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