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Operazioni inesistenti: onere della prova e sanzioni

In un caso di accertamento fiscale per operazioni inesistenti a carico di una società fallita, la Corte di Cassazione ha chiarito due principi fondamentali. Per le operazioni oggettivamente inesistenti, ai fini della detrazione IVA, è irrilevante la buona fede del contribuente; l’Amministrazione finanziaria deve solo provare che la transazione non è mai avvenuta. Inoltre, i giudici hanno l’obbligo di applicare la normativa sanzionatoria più favorevole al contribuente (favor rei), anche se sopravvenuta. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione su questi punti.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Operazioni Inesistenti: La Cassazione Ridefinisce Onere della Prova e Sanzioni

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 17383/2024, interviene con decisione su un tema cruciale del diritto tributario: le operazioni inesistenti. Questa pronuncia offre chiarimenti fondamentali sull’onere della prova in capo all’Amministrazione Finanziaria e sul contribuente, e ribadisce l’importante principio del favor rei in materia di sanzioni. Si tratta di una decisione che ha implicazioni dirette per imprese e professionisti, delineando con precisione i confini della difesa in caso di contestazioni fiscali di questo tipo.

I Fatti del Caso: Una Complessa Vicenda Fiscale

La vicenda ha origine da un avviso di accertamento notificato a una società, successivamente fallita, per l’anno d’imposta 2009. L’Agenzia delle Entrate contestava principalmente due tipi di condotte. La prima riguardava l’acquisto di materiale elettronico e la sua rapida rivendita, ritenuta fittizia. La seconda, più complessa, concerneva l’acquisto di partite di telefonini e la loro successiva rivendita a società con sede a San Marino, in regime di non imponibilità IVA.

Il percorso processuale è stato articolato:
1. Primo Grado: La Commissione Tributaria Provinciale accoglieva parzialmente il ricorso della società, ritenendo non provata l’inesistenza delle operazioni con San Marino.
2. Secondo Grado: La Commissione Tributaria Regionale, in parziale riforma, dava ragione all’Agenzia sull’inesistenza del commercio di materiale elettronico, ma confermava la decisione di primo grado sui telefonini, sostenendo che non fosse stata provata la partecipazione consapevole della società alla frode.

Contro questa decisione, sia la società fallita (ricorso principale) che l’Agenzia delle Entrate (ricorso incidentale) si sono rivolte alla Corte di Cassazione.

La Decisione della Corte di Cassazione sulle operazioni inesistenti

La Suprema Corte ha esaminato i motivi di entrambi i ricorsi, giungendo a una decisione che ha parzialmente accolto le ragioni di entrambe le parti.

Sul ricorso della società: La Corte ha respinto i motivi relativi all’accertamento dell’inesistenza delle operazioni, ma ha accolto quello fondamentale relativo all’omessa pronuncia sulle sanzioni. I giudici d’appello avevano completamente ignorato la richiesta di rideterminazione delle sanzioni alla luce della normativa più favorevole sopravvenuta.
Sul ricorso dell’Agenzia delle Entrate: La Cassazione ha accolto il motivo relativo all’errata applicazione delle regole sull’onere della prova per le operazioni inesistenti sotto il profilo oggettivo. Il giudice regionale aveva erroneamente incentrato la sua decisione sulla mancata prova della consapevolezza della frode da parte del contribuente, un elemento non richiesto in questo specifico contesto.

Di conseguenza, la sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di II grado per una nuova valutazione sui punti accolti.

Le Motivazioni della Sentenza

La Corte di Cassazione ha basato la sua decisione su due pilastri giuridici di grande rilevanza.

Onere della Prova per le Operazioni Oggettivamente Inesistenti

Il punto centrale della motivazione riguarda la distinzione tra operazioni soggettivamente inesistenti (la transazione è reale ma tra soggetti diversi da quelli indicati) e oggettivamente inesistenti (la transazione non è mai avvenuta).

La Corte ha chiarito che, in caso di operazioni oggettivamente inesistenti, per negare la detrazione dell’IVA, l’Amministrazione Finanziaria ha solo l’onere di provare che lo scambio di beni o la prestazione di servizi non è mai avvenuta. Può farlo anche attraverso presunzioni gravi, precise e concordanti.

Una volta fornita questa prova, la buona o mala fede del contribuente diventa irrilevante. Non è possibile, infatti, essere in ‘buona fede’ riguardo a una prestazione o un bene che non si è mai ricevuto. L’unica difesa possibile per il contribuente è fornire la prova contraria, ovvero dimostrare l’effettività della transazione. Il giudice di merito aveva quindi errato nel richiedere all’Agenzia la prova della ‘partecipazione’ alla frode, un requisito proprio delle operazioni soggettivamente inesistenti.

L’Obbligo di Applicare le Sanzioni più Favorevoli (Favor Rei)

L’altro motivo di accoglimento, a favore della società, è stato l’omessa pronuncia del giudice d’appello sulla questione delle sanzioni. La società aveva lamentato la mancata applicazione del d.lgs. n. 158 del 2015, che aveva introdotto un regime sanzionatorio più mite.

La Cassazione ha ribadito che il giudice ha il dovere, anche d’ufficio, di applicare la legge più favorevole al contribuente in materia di sanzioni (principio del favor rei), a patto che il giudizio non sia ancora definitivo. Ignorare completamente questo punto determina la nullità della sentenza.

Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Pronuncia

Questa ordinanza consolida principi fondamentali per la gestione del contenzioso tributario. Per le imprese, emerge un chiaro monito: la documentazione formale (fatture, pagamenti) non è sufficiente se l’operazione sottostante è fittizia. In caso di contestazione di operazioni inesistenti sul piano oggettivo, la difesa deve concentrarsi sulla prova materiale dell’avvenuto scambio, poiché invocare la propria buona fede non basterà.

Per i professionisti, la sentenza ribadisce l’importanza di sollevare sempre la questione delle sanzioni e di verificare l’eventuale esistenza di normative più favorevoli. Il principio del favor rei è uno strumento di tutela imprescindibile che i giudici sono tenuti ad applicare, e la sua violazione costituisce un grave vizio della decisione.

In caso di operazioni oggettivamente inesistenti, cosa deve provare l’Agenzia delle Entrate per negare la detrazione dell’IVA?
L’Agenzia deve provare, anche con presunzioni, che l’operazione non è mai stata posta in essere. Non è tenuta a dimostrare la malafede o la consapevolezza della frode da parte del contribuente, poiché l’assenza stessa della transazione rende irrilevante lo stato soggettivo.

Se viene accertata un’operazione oggettivamente inesistente, il contribuente può difendersi provando la sua buona fede?
No. Secondo la Corte, una volta accertata l’assenza dell’operazione, non è configurabile la buona fede del contribuente, in quanto egli sa se ha effettivamente ricevuto il bene o la prestazione per cui ha pagato. L’unica difesa valida è la controprova dell’effettiva esistenza dell’operazione.

Se la legge sulle sanzioni cambia e diventa più favorevole al contribuente dopo la violazione, quale si applica?
Si applica la legge più favorevole (principio del favor rei), a condizione che il provvedimento sanzionatorio non sia ancora diventato definitivo. Il giudice ha l’obbligo, anche d’ufficio, di rimodulare le sanzioni in base alla disciplina più benevola intervenuta nel corso del giudizio.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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