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Motivazione per relationem: sentenza nulla senza esame

Una società operante nel settore dei giochi e i suoi soci impugnavano alcuni avvisi di accertamento fiscale. Dopo la conferma in appello, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di secondo grado. La ragione risiede nella motivazione per relationem utilizzata dai giudici d’appello, i quali si erano limitati a confermare la decisione precedente senza un’autonoma e critica analisi dei motivi di impugnazione, rendendo la loro motivazione meramente apparente e, di conseguenza, la sentenza nulla.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Motivazione per relationem: perché la sentenza d’appello è nulla se non analizza i motivi

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 7904/2023) chiarisce i limiti della motivazione per relationem nel processo tributario, stabilendo che una sentenza d’appello è nulla se si limita a confermare la decisione di primo grado senza un’autonoma e critica disamina dei motivi di impugnazione. Questo principio è fondamentale per garantire il diritto di difesa del contribuente e l’effettività del giudizio di secondo grado.

I fatti del caso: l’accertamento fiscale e i ricorsi

La vicenda trae origine da avvisi di accertamento per Irpef, Iva e addizionali, notificati a una società operante nel settore dei giochi e scommesse e ai suoi soci per l’anno d’imposta 2011. L’Agenzia delle Entrate contestava maggiori redditi non dichiarati. I contribuenti hanno impugnato gli atti impositivi dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale (CTP), che ha rigettato i ricorsi. Successivamente, anche la Commissione Tributaria Regionale (CTR) ha respinto l’appello proposto dai contribuenti.

Le censure e la decisione d’appello contestata

In appello, i contribuenti avevano riproposto ben 14 motivi di doglianza, contestando vari profili dell’accertamento, tra cui la mancanza di prove, il difetto di sottoscrizione dell’atto e la violazione del contraddittorio preventivo. La CTR, tuttavia, ha liquidato l’appello con una motivazione estremamente sintetica, affermando che i motivi proposti erano infondati in quanto riproducevano gli stessi elementi già esaminati in primo grado. Secondo la CTR, la sentenza di primo grado era chiara e aveva sviluppato compiutamente le sue ragioni, assorbendo ogni altra argomentazione difensiva. Questa modalità di motivazione, nota come motivazione per relationem, è stata il fulcro del successivo ricorso in Cassazione.

La critica alla motivazione per relationem della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei contribuenti, concentrandosi sui vizi procedurali (errores in procedendo) della sentenza d’appello, in particolare sulla violazione dell’obbligo di pronuncia e sulla carenza assoluta di motivazione. I giudici di legittimità hanno ribadito un principio consolidato: sebbene la motivazione di una sentenza possa fare riferimento a un’altra decisione (appunto, per relationem), ciò è ammissibile solo a determinate condizioni. Non è sufficiente una generica adesione acritica alla sentenza precedente. Il giudice d’appello deve dimostrare di aver condotto un proprio autonomo esame critico dei motivi di impugnazione.

Le motivazioni

La Corte ha spiegato che il giudice di secondo grado deve confrontarsi specificamente con le censure mosse dall’appellante, indicando in modo puntuale le parti della sentenza impugnata e il contenuto degli atti di appello. Nel caso di specie, la CTR si era limitata a una pronuncia “sostanzialmente figurativa”, condividendo la decisione di primo grado senza esaminare in modo preciso e circostanziato le questioni e le argomentazioni sollevate dai contribuenti. Una tale motivazione si risolve in una mera apparenza, rendendo impossibile comprendere le ragioni della decisione e violando così il requisito minimo costituzionale previsto dall’art. 111 della Costituzione. L’assenza di un esame critico equivale a un’omessa pronuncia sui motivi di appello, determinando la nullità della sentenza.

Le conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Campania, in diversa composizione, affinché proceda a un nuovo esame dell’appello. Questa pronuncia ribadisce che il giudizio di appello non può essere una mera formalità. Il giudice ha l’obbligo di fornire una risposta argomentata e specifica a ciascuna delle doglianze sollevate, garantendo che la sua decisione sia il frutto di una valutazione autonoma e non di una passiva conferma del giudizio precedente. Per i contribuenti, ciò rappresenta una garanzia fondamentale del diritto a un giusto processo e alla piena valutazione delle proprie ragioni difensive.

È valida una sentenza d’appello che si limita a confermare la decisione di primo grado?
No, non è valida se la conferma avviene tramite una adesione acritica. La sentenza d’appello è nulla se non contiene un autonomo esame critico dei motivi di impugnazione e si limita a fare un generico rinvio alla sentenza di primo grado.

Cosa si intende per “motivazione per relationem” e quali sono i suoi limiti?
La “motivazione per relationem” è la tecnica con cui un giudice motiva la propria decisione richiamando il contenuto di un altro atto. È ammissibile solo se il giudice dimostra di aver condiviso le argomentazioni richiamate attraverso un proprio percorso logico-critico, e non con una semplice adesione passiva.

Qual è la conseguenza di una motivazione d’appello carente o meramente apparente?
Una motivazione carente, apparente o che si limita a confermare la sentenza precedente senza un’analisi specifica dei motivi di appello, determina la nullità della sentenza per violazione delle norme processuali e del principio costituzionale del giusto processo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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