LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Motivazione per relationem: quando la sentenza è nulla

Una società, successivamente dichiarata fallita, ha impugnato un avviso di accertamento fiscale. La Commissione Tributaria Regionale ha respinto l’appello con una motivazione considerata apparente dalla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha cassato la sentenza, stabilendo che una motivazione per relationem è illegittima se il giudice d’appello non svolge un autonomo esame critico dei motivi di impugnazione, limitandosi a un generico richiamo alla decisione di primo grado. La decisione chiarisce anche la differenza tra nuove argomentazioni difensive (ammesse) e nuove eccezioni (vietate) in appello.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Motivazione per relationem: la Cassazione annulla la sentenza d’appello

Il diritto a una decisione giusta passa inderogabilmente attraverso una motivazione chiara e comprensibile. Ma cosa succede quando un giudice d’appello, invece di elaborare un proprio ragionamento, si limita a richiamare la sentenza di primo grado? La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha ribadito i paletti invalicabili della motivazione per relationem, sanzionando con la nullità una sentenza che non superava il cosiddetto ‘minimo costituzionale’. Analizziamo il caso e le sue importanti implicazioni.

I fatti di causa

Una società si vedeva notificare un avviso di accertamento dall’Agenzia delle Entrate per l’anno d’imposta 2014. L’amministrazione finanziaria contestava la deducibilità di alcuni costi, ritenendoli afferenti a operazioni oggettivamente inesistenti o, comunque, non inerenti all’attività d’impresa. La società, successivamente dichiarata fallita, impugnava l’atto impositivo.

Sia la Commissione Tributaria Provinciale in primo grado, sia la Commissione Tributaria Regionale in appello respingevano il ricorso del contribuente. In particolare, il giudice d’appello confermava la decisione precedente, dichiarando inammissibile uno dei motivi di appello e rigettando l’altro. Il fallimento decideva quindi di ricorrere in Cassazione, lamentando un vizio grave: la totale assenza di una vera motivazione nella sentenza di secondo grado.

L’analisi della Corte di Cassazione sulla motivazione per relationem

Il ricorso del fallimento si fondava su due motivi principali, entrambi incentrati sulla nullità della sentenza per motivazione inesistente o meramente apparente. La Suprema Corte ha accolto entrambi i motivi, ritenendoli fondati. Il punto centrale della decisione riguarda l’abuso della motivazione per relationem.

I giudici di legittimità hanno chiarito che, sebbene sia possibile per un giudice d’appello motivare la propria decisione facendo riferimento a quella di primo grado, questa tecnica non può tradursi in un rinvio acritico e passivo. Per essere valida, la motivazione per relationem richiede che il giudice d’appello:

1. Indichi le ragioni della decisione di primo grado.
2. Soprattutto, esponga le ragioni per cui aderisce a tale decisione, attraverso un proprio autonomo esame critico dei motivi di impugnazione.

Nel caso di specie, la sentenza d’appello mancava completamente di questo secondo elemento. Non spiegava perché le argomentazioni del fallimento non fossero meritevoli di accoglimento, limitandosi a un generico richiamo che non permetteva di comprendere il percorso logico-giuridico seguito.

Argomenti nuovi in appello: un divieto da non fraintendere

Un altro aspetto cruciale toccato dall’ordinanza è la distinzione tra ‘nuove eccezioni’ (vietate in appello) e ‘nuove argomentazioni difensive’ (ammesse). La sentenza d’appello aveva erroneamente considerato inammissibili le critiche del contribuente come se fossero questioni nuove.

La Cassazione ha ribadito un principio consolidato: le parti possono formulare per la prima volta in appello argomentazioni difensive e rilievi critici per contestare la decisione di primo grado, purché questi non introducano nuovi fatti costitutivi, modificativi o estintivi del diritto (le cosiddette ‘eccezioni in senso stretto’). Le censure del fallimento, che contestavano la legittimità del ‘secondo rilievo’ dell’accertamento, erano mere argomentazioni difensive e, pertanto, pienamente ammissibili.

Le motivazioni

La Corte ha ritenuto la motivazione della sentenza d’appello ‘al di sotto del minimo costituzionale’, definendola ‘confusa e perplessa’. Il giudice di secondo grado aveva confuso i diversi motivi di appello e fornito una risposta non attinente al contenuto delle censure sollevate. In pratica, la sentenza era nulla perché non rendeva comprensibile il percorso logico seguito per arrivare alla decisione. La motivazione per relationem era stata utilizzata in modo scorretto, mancando un’analisi critica e autonoma dei motivi di impugnazione, necessaria per dimostrare che il giudice d’appello aveva effettivamente vagliato le argomentazioni della parte soccombente in primo grado. La Corte ha sottolineato che il giudice d’appello deve sempre confrontarsi con i motivi di gravame, non potendo eludere tale obbligo con un semplice rinvio alla sentenza precedente.

Le conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata e ha rinviato la causa alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado in diversa composizione. Questa decisione rafforza un principio fondamentale dello Stato di diritto: ogni provvedimento giurisdizionale deve essere supportato da una motivazione effettiva, che consenta al cittadino di comprendere le ragioni della decisione e di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa. Per i giudici, è un monito a non utilizzare la motivazione per relationem come una scorciatoia, ma come uno strumento da impiegare con rigore e spirito critico. Per i contribuenti e i loro difensori, è la conferma che una sentenza con motivazione solo apparente può e deve essere impugnata con successo.

Quando una motivazione per relationem è considerata nulla?
Una motivazione per relationem è nulla quando il giudice d’appello si limita a richiamare la sentenza di primo grado senza fornire un proprio autonomo esame critico dei motivi di impugnazione e senza spiegare le ragioni della sua adesione alla decisione precedente. La motivazione deve essere comprensibile e permettere di ricostruire il percorso logico seguito dal giudice.

È possibile presentare nuove argomentazioni in appello senza violare il divieto dei ‘nova’?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, il divieto di ‘nova’ in appello impedisce di introdurre nuove domande, nuove eccezioni in senso tecnico o nuove prove. Tuttavia, non vieta di formulare nuove argomentazioni difensive o rilievi critici su questioni già introdotte nel giudizio di primo grado.

Cosa succede se il giudice d’appello non esamina in modo critico i motivi di impugnazione?
Se il giudice d’appello non esamina criticamente i motivi di impugnazione e si limita a una motivazione apparente o per relationem senza un’analisi propria, la sentenza è nulla. Di conseguenza, può essere cassata dalla Corte di Cassazione, con rinvio del caso a un altro giudice per un nuovo esame.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati