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Motivazione per relationem: Cassazione annulla sentenza

Una società di ingegneria ha impugnato un avviso di accertamento fiscale relativo a deduzioni e agevolazioni per un impianto. Dopo due sentenze sfavorevoli, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la decisione d’appello. La Corte ha ritenuto la sentenza viziata da una motivazione per relationem meramente apparente, in quanto il giudice si era limitato a richiamare la decisione di primo grado e gli atti della controparte senza un’autonoma e critica valutazione, violando così l’obbligo di motivazione. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.

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Pubblicato il 21 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Motivazione per relationem: quando la sentenza del giudice è nulla?

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico: ogni sentenza deve essere sorretta da una motivazione chiara, logica e comprensibile. Il caso in esame riguarda un contenzioso tributario in cui una decisione di secondo grado è stata annullata proprio per un difetto di motivazione. L’analisi si concentra sulla cosiddetta motivazione per relationem, una tecnica che, se non utilizzata correttamente, può portare alla nullità della pronuncia. Vediamo insieme i dettagli della vicenda e i principi espressi dalla Suprema Corte.

I Fatti di Causa

Una società di ingegneria, specializzata nella fabbricazione di apparecchi per la depurazione, aveva realizzato un impianto presso una raffineria. Per questo investimento, aveva usufruito di un’agevolazione fiscale (nota come “Tremonti ter”) e aveva dedotto le relative quote di ammortamento per l’anno d’imposta 2010.

L’Agenzia delle Entrate, a seguito di un controllo, contestava la legittimità di tali benefici. Secondo l’Amministrazione Finanziaria, l’impianto non era entrato in funzione entro il termine previsto dalla normativa per l’agevolazione (30 giugno 2010), basando la propria tesi su un certificato di collaudo emesso solo due anni dopo. Di conseguenza, l’Agenzia notificava alla società un avviso di accertamento per maggiori imposte IRES e IRAP, oltre a sanzioni e interessi.

Il Percorso Giudiziario e i Motivi del Ricorso

La società impugnava l’atto impositivo, sostenendo la piena legittimità del proprio operato. Tuttavia, sia la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale respingevano i ricorsi del contribuente.

Giunta dinanzi alla Corte di Cassazione, la società lamentava diversi vizi della sentenza d’appello, tra cui spiccava la violazione delle norme sulla motivazione delle sentenze. In particolare, si sosteneva che i giudici di secondo grado non avessero esposto un proprio percorso logico-giuridico, ma si fossero limitati a un generico richiamo alla sentenza di primo grado e alle controdeduzioni dell’Agenzia delle Entrate. Si denunciava, inoltre, l’omessa pronuncia su specifici motivi di appello, come l’errata estensione della contestazione a tutti i moduli dell’impianto e il mancato riconoscimento dell’agevolazione fiscale.

La Motivazione per relationem secondo la Cassazione

Il cuore della decisione della Suprema Corte ruota attorno al concetto di motivazione per relationem. I giudici di legittimità chiariscono che, sebbene sia possibile per un giudice motivare la propria decisione richiamando il contenuto di un altro atto (ad esempio, la sentenza di primo grado), ciò non può risolversi in una passiva adesione.

Per essere valida, la motivazione deve dimostrare che il giudice ha esaminato criticamente le argomentazioni richiamate e le ha fatte proprie in modo consapevole. Una sentenza che si limita a un mero rinvio, senza riportare i passaggi condivisi e senza spiegare le ragioni della propria adesione, risulta affetta da una “motivazione apparente”. Tale vizio equivale a un’assenza totale di motivazione e priva la sentenza del cosiddetto “minimo costituzionale”, rendendola nulla perché non consente di comprendere l’iter logico seguito dal decidente.

Le Motivazioni

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondate le censure della società contribuente. Analizzando la sentenza impugnata, ha rilevato come i giudici d’appello avessero liquidato le argomentazioni della società operando “un mero richiamo alla decisione della CTP ed alle controdeduzioni dell’Ufficio, senza riportarne i passaggi condivisi (neanche in estratto) e senza neanche indicare le ragioni della propria adesione”.

Questo modo di procedere, secondo la Corte, non permette di verificare se il giudice d’appello abbia effettivamente esaminato e valutato le allegazioni difensive, gli elementi di prova e i motivi di gravame proposti. La motivazione risulta quindi solo apparente e non idonea ad assolvere alla sua funzione decisoria.

Inoltre, la Corte ha accertato che la sentenza regionale aveva completamente omesso di pronunciarsi su due specifici motivi di appello sollevati dalla società, integrando il vizio di omessa pronuncia.

Le Conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Veneto, in diversa composizione. Quest’ultima dovrà procedere a un nuovo e motivato esame della controversia, tenendo conto dei principi espressi. La decisione sottolinea l’importanza cruciale del dovere di motivazione come garanzia del diritto di difesa e come strumento indispensabile per il controllo sulla correttezza delle decisioni giudiziarie. Un giudice non può limitarsi a fare “copia e incolla” da altri atti, ma deve sempre esporre un proprio, autonomo e trasparente ragionamento.

Quando una motivazione “per relationem” rende nulla una sentenza?
Quando si limita a un mero e generico richiamo a un altro atto (come una sentenza precedente o le difese di una parte) senza dimostrare che il giudice ha condotto un’autonoma valutazione critica delle argomentazioni e le ha fatte proprie. Una semplice adesione passiva la rende nulla.

Cosa significa che una sentenza manca del “minimo costituzionale” di motivazione?
Significa che la motivazione è solo apparente, ossia talmente generica, contraddittoria o incomprensibile da non permettere di ricostruire il percorso logico-giuridico che ha portato alla decisione. In pratica, è come se la motivazione non esistesse.

Qual è la conseguenza di una sentenza d’appello con motivazione nulla?
La Corte di Cassazione annulla (“cassa”) la sentenza e rinvia la causa a un altro giudice di pari grado (“rinvio”) affinché la decida nuovamente, emettendo una pronuncia che sia sorretta da una motivazione adeguata e completa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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