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Imposta unica scommesse: la Cassazione conferma la tassa

Una società di scommesse estera e il suo centro di trasmissione dati (CTD) in Italia hanno impugnato un avviso di accertamento per l’imposta unica scommesse. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la tassa è dovuta anche da operatori senza concessione statale. Ha stabilito che la normativa non viola il diritto UE, non è discriminatoria e non costituisce un’imposta sul volume d’affari vietata.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Imposta Unica Scommesse: La Cassazione Fa Chiarezza per i Bookmaker Esteri

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha affrontato in modo approfondito la questione dell’imposta unica scommesse, fornendo chiarimenti decisivi per i bookmaker esteri che operano in Italia attraverso i Centri Trasmissione Dati (CTD). La decisione consolida un orientamento giurisprudenziale ormai stabile, confermando la piena legittimità dell’imposizione anche per gli operatori privi di concessione statale e rigettando le eccezioni basate sulla presunta incompatibilità con il diritto dell’Unione Europea.

Il Caso: Tassazione per un Operatore Estero e il suo CTD

La vicenda trae origine da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli nei confronti di una società di scommesse con sede a Malta e dei legali rappresentanti di un CTD italiano ad essa collegato. L’Agenzia contestava il mancato versamento dell’imposta unica sulle scommesse raccolte per l’anno 2011, ritenendo i due soggetti coobbligati in solido per il pagamento del tributo. I contribuenti hanno impugnato l’atto, sostenendo diverse argomentazioni, tra cui l’illegittimità soggettiva e territoriale dell’imposta e la violazione dei principi comunitari di non discriminazione e libera prestazione di servizi.

I Motivi del Ricorso e l’Analisi della Corte

I ricorrenti hanno basato la loro difesa su plurimi motivi, tutti esaminati e respinti dalla Suprema Corte.

La Questione della Lingua dell’Atto

In via preliminare, la società estera lamentava la mancata traduzione dell’avviso di accertamento in lingua inglese. La Corte ha rigettato la censura, specificando che nessuna norma impone tale obbligo. Inoltre, il fatto che la società avesse articolato difese complesse e dettagliate in ogni grado di giudizio dimostrava una piena comprensione del contenuto dell’atto, escludendo qualsiasi lesione del diritto di difesa.

L’Applicabilità dell’Imposta Unica Scommesse a Operatori non Concessi

Il cuore della controversia riguardava la debenza dell’imposta da parte di soggetti operanti al di fuori del sistema concessorio. La Cassazione, richiamando una vasta e consolidata giurisprudenza, ha confermato che la Legge n. 220/2010 ha chiarito in via interpretativa che l’imposta è dovuta da chiunque organizzi ed eserciti la raccolta di scommesse sul territorio nazionale. Entrambi i soggetti, il bookmaker estero e il CTD, partecipano a questa attività: il primo gestendo il rischio e le quote, il secondo assicurando la raccolta fisica delle giocate. Pertanto, entrambi sono da considerarsi soggetti passivi del tributo.

La Presunta Violazione del Diritto Europeo

I ricorrenti sostenevano che la normativa italiana fosse discriminatoria e contraria agli articoli 49 e 56 del TFUE. Anche su questo punto, la Corte ha fornito una risposta netta, allineandosi alle decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (in particolare, la causa C-788/18). È stato stabilito che non sussiste alcuna discriminazione, in quanto l’imposta si applica indistintamente a tutti gli operatori, nazionali o esteri, che raccolgono scommesse in Italia. Anzi, esentare gli operatori esteri creerebbe una “discriminazione al contrario” a danno degli operatori concessionari.

Le Motivazioni della Decisione

Le motivazioni della Corte si fondano su un quadro giuridico ormai definito e stabile, sia a livello nazionale che europeo. La Suprema Corte ha ribadito che la Legge n. 220/2010 ha risolto ogni dubbio interpretativo per i periodi d’imposta successivi alla sua entrata in vigore, come l’anno 2011 oggetto del contendere. L’imposta unica scommesse non è una sanzione per l’attività illecita, ma un tributo che colpisce il presupposto economico della raccolta del gioco, a prescindere dal titolo (concessione o meno) con cui essa viene svolta. È stato inoltre chiarito che il tributo non ha la natura di imposta sul volume d’affari, vietata dalla direttiva IVA, poiché si applica a un settore specifico, non consente la detrazione e colpisce l’importo giocato, non il valore aggiunto. La Corte ha escluso anche l’applicabilità dell’esimente per obiettiva incertezza normativa, dato che al momento dei fatti il quadro legislativo era già stato chiarito dal legislatore.

Le Conclusioni

L’ordinanza in commento rappresenta un punto fermo per il settore del gioco. Si conferma in modo definitivo che i bookmaker esteri e i loro intermediari (CTD) che raccolgono scommesse in Italia sono tenuti al versamento dell’imposta unica. Le argomentazioni basate su presunte discriminazioni o violazioni del diritto UE sono state respinte alla luce delle chiare indicazioni della Corte di Giustizia. Per gli operatori del settore, ciò significa che l’unica via per operare lecitamente e conformemente alla normativa fiscale è quella di adempiere agli obblighi tributari previsti, essendo ormai preclusa la possibilità di invocare con successo incertezze normative o contrasti con i principi europei.

Un bookmaker estero senza concessione in Italia deve pagare l’imposta unica scommesse?
Sì. La Corte di Cassazione, basandosi sulla normativa e sulla giurisprudenza consolidata, ha confermato che l’imposta è dovuta da chiunque gestisca la raccolta di scommesse sul territorio italiano, anche se privo di concessione statale e con sede all’estero.

La normativa italiana sull’imposta unica scommesse è discriminatoria verso gli operatori stranieri?
No. La Corte, richiamando una pronuncia della Corte di Giustizia Europea, ha escluso ogni discriminazione. L’imposta si applica a tutti gli operatori che raccolgono scommesse in Italia, indipendentemente dal loro paese di stabilimento, garantendo parità di trattamento.

Il Centro Trasmissione Dati (CTD) è responsabile per il pagamento della tassa?
Sì. Il CTD che opera per conto di un bookmaker è considerato coobbligato in solido. Questo significa che l’Agenzia delle Entrate può richiedere il pagamento dell’intera imposta sia al bookmaker sia al CTD, poiché entrambi partecipano all’attività di organizzazione ed esercizio delle scommesse.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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