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Gruppo societario di fatto: costi deducibili?

Una società vende i propri immobili e utilizza il ricavato per saldare i debiti di un’altra società con la stessa compagine sociale, considerandolo un costo inerente all’attività di un gruppo societario di fatto. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni precedenti, ha stabilito che in assenza di una direzione unitaria e di un interesse economico diretto per la società erogante, tale trasferimento è una liberalità non deducibile. Di conseguenza, la plusvalenza derivante dalla vendita degli immobili è pienamente imponibile.

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Pubblicato il 13 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Gruppo societario di fatto: quando i costi tra società sono deducibili?

La gestione dei rapporti economici all’interno di un gruppo societario di fatto solleva complesse questioni fiscali, specialmente riguardo alla deducibilità dei costi per trasferimenti di denaro tra società “sorelle”. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali, stabilendo limiti rigorosi alla possibilità di considerare tali esborsi come oneri inerenti all’attività d’impresa. La decisione sottolinea che la mera comunanza della compagine sociale non è sufficiente a giustificare operazioni che, di fatto, si configurano come liberalità non deducibili.

I Fatti del Caso: un salvataggio tra società sorelle

Il caso esaminato dall’ordinanza riguardava due società: la prima, operante nel settore immobiliare, e la seconda, attiva nella fabbricazione di apparecchiature odontoiatriche. Entrambe le società condividevano la medesima compagine sociale, legata da vincoli familiari.

La società immobiliare aveva venduto i propri beni, generando una significativa plusvalenza. Invece di dichiarare e tassare tale guadagno, aveva utilizzato l’intero ricavato per estinguere i debiti della società “sorella”, che si trovava in difficoltà finanziarie. L’operazione era stata contabilizzata come “altri oneri straordinari”, neutralizzando di fatto l’imponibile fiscale. Secondo i contribuenti, questa operazione era necessaria per evitare il fallimento della consorella, nell’ottica di un presunto gruppo societario di fatto.

L’Agenzia delle Entrate, tuttavia, contestava tale impostazione, notificando avvisi di accertamento per recuperare le imposte (Ires e Irpef) sulla plusvalenza non dichiarata. Per l’Amministrazione finanziaria, si trattava di un’attribuzione patrimoniale gratuita, una liberalità priva del requisito di inerenza.

La Decisione della Corte di Cassazione

Dopo due gradi di giudizio favorevoli ai contribuenti, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ribaltando completamente la prospettiva. La Corte ha cassato la sentenza d’appello, rinviando la causa alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.

I giudici di legittimità hanno stabilito che i giudici di merito avevano errato nel ritenere sussistente un gruppo societario di fatto sulla base di elementi insufficienti, come la comunanza dei soci e degli amministratori.

Le motivazioni: i criteri per riconoscere un gruppo societario di fatto

La Corte ha chiarito che per poter parlare di gruppo societario di fatto non basta la semplice coincidenza dei soci. È indispensabile dimostrare l’esistenza di un potere di direzione e coordinamento unitario, che si manifesta attraverso atti gestionali concreti volti a perseguire un interesse comune al gruppo. Nel caso di specie, tale prova non era stata fornita.

Inoltre, la Corte ha sottolineato un punto fondamentale: l’inerenza del costo va valutata in relazione all’interesse della singola società che effettua il pagamento, non all’interesse dei soci o di altre entità del gruppo. La società immobiliare, cedendo tutto il proprio patrimonio per sanare i debiti dell’altra e avviandosi poi alla liquidazione, non aveva tratto alcun vantaggio economico diretto dall’operazione. L’interesse a evitare il fallimento della società odontoiatrica era un interesse dei soci, in quanto proprietari di entrambe, ma non un interesse economico della società erogante.

Il trasferimento di denaro, avvenuto senza un accordo di finanziamento e senza previsione di restituzione, è stato quindi correttamente qualificato come una liberalità. Secondo la normativa fiscale (art. 100 del TUIR), le liberalità non sono deducibili dal reddito d’impresa. Di conseguenza, la plusvalenza realizzata dalla vendita degli immobili doveva essere interamente assoggettata a tassazione.

Le conclusioni: implicazioni pratiche della sentenza

Questa ordinanza della Cassazione rappresenta un importante monito per le imprese che operano in gruppo. Le implicazioni pratiche sono significative:

1. Onere della Prova: Per sostenere l’esistenza di un gruppo societario di fatto ai fini fiscali, non è sufficiente allegare la comunanza di soci o amministratori. È necessario fornire prove concrete di una gestione unitaria e coordinata.
2. Principio di Inerenza: I trasferimenti di risorse tra società del gruppo devono rispondere a un interesse economico diretto e dimostrabile per la società che sostiene il costo. L’interesse generico del gruppo o dei soci non è sufficiente a garantire la deducibilità fiscale.
3. Qualificazione delle Operazioni: I versamenti a fondo perduto, senza obbligo di restituzione, tra società sorelle rischiano di essere qualificati come liberalità, con la conseguente indeducibilità del costo e l’imponibilità piena dei ricavi utilizzati per finanziarli.

La semplice comunanza di soci tra due società è sufficiente a creare un gruppo societario di fatto ai fini fiscali?
No, secondo la Corte di Cassazione non è sufficiente. Oltre alla comunanza della compagine societaria, è necessario dimostrare l’esercizio effettivo di un potere di direzione e coordinamento comune, provato da concreti atti gestionali.

Un pagamento da una società a un’altra “sorella” per salvarla dal fallimento è un costo fiscalmente deducibile?
Non necessariamente. La Corte ha stabilito che se il pagamento non risponde a un interesse economico diretto e concreto per la società che lo effettua, ma piuttosto all’interesse dei soci, esso non possiede il requisito dell’inerenza e non è deducibile. Nel caso specifico, la società erogante si è liquidata dopo l’operazione, dimostrando l’assenza di un proprio vantaggio.

Come viene qualificato fiscalmente un trasferimento di denaro senza obbligo di restituzione tra due società dello stesso gruppo?
Ai fini fiscali, un’attribuzione patrimoniale gratuita e spontanea tra due società, anche se appartenenti allo stesso gruppo, assume la natura di liberalità. Di conseguenza, l’onere sopportato dalla società donante non è deducibile dal proprio reddito imponibile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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