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Frode Fiscale e Rimborso IVA da Voluntary Disclosure: Vince l’Azienda

Un’azienda, dopo aver partecipato a una frode fiscale basata su fatture d’importazione ‘gonfiate’ e aver pagato l’IVA su tali importi maggiorati, ha sanato la propria posizione tramite la procedura di collaborazione volontaria. Successivamente, ha richiesto il rimborso dell’IVA versata sulla parte fittizia delle fatture. L’Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, ritenendo la richiesta tardiva e illegittima. La Corte di Cassazione ha dato ragione all’azienda, stabilendo che il diritto al rimborso IVA da voluntary disclosure sorge quando il rischio di danno per lo Stato è eliminato. Il termine di due anni per la richiesta decorre non dal pagamento originario, ma dalla conclusione della procedura di sanatoria, rendendo la domanda tempestiva e legittima.

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Pubblicato il 30 maggio 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Frode fiscale e sanatoria: quando è possibile il rimborso IVA

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale in materia fiscale, affermando la possibilità di ottenere il rimborso IVA da voluntary disclosure anche per chi ha partecipato a una frode. La vicenda riguarda un’azienda che, dopo aver regolarizzato la propria posizione con il Fisco, ha chiesto e ottenuto la restituzione dell’imposta versata su operazioni parzialmente inesistenti. Questo caso dimostra come la neutralizzazione del rischio per l’erario (le casse dello Stato) sia un elemento chiave per far valere i propri diritti, anche in situazioni complesse.

La vicenda: una frode basata su fatture ‘gonfiate’

I fatti all’origine della controversia sono chiari. Un’azienda che commerciava con fornitori esteri aveva messo in piedi un meccanismo fraudolento. In accordo con i venditori, riceveva fatture per importi deliberatamente ‘gonfiati’ rispetto al valore reale della merce importata. Lo scopo era creare fondi neri all’estero, dove veniva retrocessa la differenza tra l’importo fatturato e quello effettivo.

Al momento dell’importazione in Italia, l’azienda pagava regolarmente i dazi doganali e l’IVA, calcolata però sul valore fittizio e maggiorato indicato in fattura. Di conseguenza, versava allo Stato un’imposta superiore a quella che sarebbe stata dovuta sul valore reale della merce.

La svolta con la Voluntary Disclosure

In un secondo momento, l’azienda ha deciso di mettersi in regola. Ha aderito alla procedura di collaborazione volontaria, la cosiddetta ‘voluntary disclosure’. Attraverso questo strumento, ha confessato al Fisco la frode commessa ai fini delle imposte dirette (IRES e IRAP), pagando quanto dovuto per sanare la propria posizione. Conclusa la procedura, l’azienda ha presentato all’Agenzia delle Entrate tre distinte richieste di rimborso per l’IVA versata in eccesso negli anni precedenti, proprio sulla parte ‘gonfiata’ delle fatture di importazione.

L’Agenzia delle Entrate ha respinto le richieste, sostenendo due argomenti principali. In primo luogo, il diritto al rimborso era decaduto, poiché erano passati più di due anni dai versamenti originali. In secondo luogo, chi partecipa a una frode non ha diritto a detrarre né a chiedere a rimborso l’IVA relativa a operazioni inesistenti.

Il principio del rimborso IVA da voluntary disclosure

La Corte di Cassazione ha ribaltato la posizione del Fisco, accogliendo le ragioni dell’azienda. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale basato sulla giurisprudenza europea: chi emette una fattura per un’operazione inesistente e versa la relativa imposta ha diritto al rimborso, a condizione che elimini tempestivamente qualsiasi rischio di perdita di gettito per lo Stato.

Nel caso specifico, l’azienda aveva neutralizzato tale rischio proprio attraverso la voluntary disclosure. Con la sanatoria, infatti, l’Amministrazione Finanziaria aveva disconosciuto i costi fittizi e recuperato le imposte evase. Una volta che il Fisco è stato messo al riparo da ogni possibile danno, non c’era più ragione di negare la restituzione di un’imposta (l’IVA) pagata su una base imponibile in parte inesistente.

Le motivazioni: il termine per il rimborso decorre dalla sanatoria

La Corte ha risolto anche la questione della decadenza. Ha chiarito che il termine di due anni per presentare la richiesta di rimborso non può decorrere dal momento del pagamento originario dell’IVA in dogana. A quel tempo, infatti, la frode era in corso e l’azienda non avrebbe potuto legittimamente chiedere alcun rimborso. La possibilità concreta di chiedere la restituzione è nata solo nel momento in cui la procedura di rimborso IVA da voluntary disclosure si è perfezionata. È da quella data che inizia a decorrere il biennio. Poiché l’azienda aveva presentato la domanda entro due anni dalla conclusione della sanatoria, la sua richiesta era pienamente tempestiva.

Le conclusioni: la neutralità dell’IVA prevale

La sentenza afferma la prevalenza del principio di neutralità dell’IVA. Una volta che il contribuente ha regolarizzato la propria posizione e lo Stato non corre più rischi di perdere entrate fiscali, non è giusto che il primo subisca un costo economico indebito. L’azienda ha quindi vinto la sua causa e l’Agenzia delle Entrate è stata condannata a rimborsare l’imposta non dovuta e a pagare le spese legali. Questa decisione apre la strada a richieste simili per tutti i contribuenti che, dopo aver sanato le proprie pendenze, si trovano nella stessa situazione.

Se un’azienda paga l’IVA su una fattura falsa può chiederne il rimborso?
Sì, la Cassazione afferma che il rimborso è possibile a condizione che venga eliminato ogni rischio di perdita economica per lo Stato. Questo avviene, ad esempio, quando il Fisco ha già accertato la frode e impedito al destinatario della fattura di detrarre l’IVA.

A cosa serve la procedura di ‘voluntary disclosure’?
È uno strumento che consente ai contribuenti di regolarizzare spontaneamente la propria posizione fiscale, confessando violazioni passate e pagando le imposte evase con sanzioni ridotte, per evitare accertamenti e conseguenze più gravi.

Da quando parte il termine di due anni per chiedere il rimborso IVA in questi casi?
Secondo la sentenza, il termine non parte dal pagamento originale dell’imposta, ma dal momento in cui si perfeziona la procedura di sanatoria (come la voluntary disclosure), perché è solo da quel momento che sorge concretamente il diritto al rimborso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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