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Esenzione TARI imballaggi: la quota fissa si paga?

Una società di commercio all’ingrosso ha contestato il pagamento della TARI per le aree destinate a magazzino e vendita, sostenendo di produrre prevalentemente rifiuti speciali (imballaggi terziari) smaltiti a proprie spese. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 31677/2023, ha confermato che l’esenzione TARI imballaggi si applica alla sola quota variabile del tributo, in quanto tali rifiuti non possono essere assimilati a quelli urbani. Tuttavia, ha stabilito che la quota fissa della TARI resta sempre dovuta, poiché copre la disponibilità del servizio di gestione dei rifiuti a livello generale, indipendentemente dalla sua effettiva fruizione.

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Pubblicato il 20 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Esenzione TARI imballaggi: La Cassazione chiarisce che la quota fissa è sempre dovuta

La gestione dei rifiuti speciali e il conseguente pagamento della Tassa sui Rifiuti (TARI) rappresentano una questione complessa per molte aziende. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 31677 del 14 novembre 2023, offre un’importante chiave di lettura sul tema, specificando i confini della esenzione TARI imballaggi. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: anche quando un’azienda produce prevalentemente rifiuti speciali come gli imballaggi terziari, e provvede autonomamente al loro smaltimento, l’esenzione dalla TARI non è totale, poiché la quota fissa del tributo rimane comunque dovuta.

I fatti di causa: la controversia sulla TARI

Il caso ha origine dalla pretesa di un Comune nei confronti di una società di commercio all’ingrosso per il pagamento della TARI relativa agli anni 2015 e 2016. La società si opponeva, sostenendo di utilizzare i propri locali (deposito e area vendita) per un’attività che generava in via continuativa e prevalente rifiuti speciali, in particolare imballaggi terziari, derivanti dal commercio all’ingrosso. L’azienda dimostrava di aver provveduto autonomamente, e a proprie spese, alla raccolta e allo smaltimento di tali rifiuti, avvalendosi di ditte specializzate.

La posizione dei giudici di merito

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella Regionale avevano dato ragione, almeno in parte, alla società contribuente. I giudici di merito avevano accertato che la parte prevalente dei rifiuti prodotti era effettivamente costituita da imballaggi terziari, considerati rifiuti speciali non assimilabili a quelli urbani. Di conseguenza, avevano concluso che le superfici destinate a magazzino e vendita, dove tali rifiuti venivano prodotti, non fossero tassabili ai fini TARI, escludendo così l’obbligo di pagamento per quelle aree.

Il ricorso in Cassazione e l’esenzione TARI imballaggi

Il Comune, non soddisfatto della decisione, ha presentato ricorso in Cassazione, basandolo su quattro motivi principali. I primi tre contestavano la non assimilabilità dei rifiuti da imballaggio a quelli urbani e l’assolvimento dell’onere probatorio da parte dell’azienda. Il quarto, e decisivo, motivo sollevava una questione di diritto: l’errata esclusione integrale della TARI, senza distinguere tra la sua componente fissa e quella variabile.

La Corte Suprema ha respinto i primi tre motivi, confermando un orientamento ormai consolidato. La normativa speciale in materia di imballaggi (derivante da direttive europee e recepita nel D.Lgs. 152/2006, il Testo Unico Ambientale) stabilisce un divieto di immissione degli imballaggi terziari nel normale circuito di raccolta dei rifiuti urbani. Questi rifiuti, per loro natura, non possono essere assimilati a quelli urbani tramite regolamento comunale. Pertanto, le aziende che li producono non sono tenute a pagare la parte variabile della TARI, ossia la quota legata alla quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico.

La distinzione cruciale: quota fissa e quota variabile della TARI

Il punto centrale della sentenza risiede nell’accoglimento del quarto motivo di ricorso del Comune. La Cassazione ha ricordato che la TARI è un tributo con una struttura duale:

1. Quota variabile: Commisurata alla quantità e qualità dei rifiuti prodotti. È questa la parte a cui si applica l’esenzione TARI imballaggi, poiché il produttore di rifiuti speciali non usufruisce del servizio di raccolta comunale per smaltirli.
2. Quota fissa: Destinata a coprire i costi fissi del servizio di gestione dei rifiuti, come gli investimenti in impianti, i costi amministrativi e la pulizia delle strade. Questa quota è legata al mero possesso o detenzione di locali suscettibili di produrre rifiuti e finanzia la disponibilità del servizio per l’intera collettività.

Le motivazioni della Corte

La Corte ha spiegato che l’esenzione prevista dalla legge (art. 1, comma 649, L. 147/2013) si riferisce esplicitamente alla superficie ‘ove si formano’ i rifiuti speciali. Tale esenzione incide sulla parte variabile del tributo, che remunera il costo dello smaltimento. Tuttavia, non può annullare la quota fissa. Quest’ultima è dovuta in virtù del presupposto stesso della TARI: la potenziale idoneità dei locali a produrre rifiuti, che li rende un ‘carico’ per il servizio di gestione comunale a livello generale. La disponibilità del servizio pubblico, anche se non utilizzato per lo smaltimento dei rifiuti speciali, genera costi fissi che devono essere ripartiti tra tutti i possessori di immobili nel territorio comunale.

Le conclusioni

In conclusione, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, ma solo limitatamente alla questione della quota fissa. Ha stabilito che, sebbene l’azienda avesse diritto all’esenzione sulla quota variabile della TARI per le aree di produzione di imballaggi terziari, era comunque tenuta a corrispondere la quota fissa del tributo. La causa è stata rinviata alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado per rideterminare l’importo dovuto. Questa decisione consolida un principio importante: l’esenzione TARI imballaggi è parziale. Le aziende che smaltiscono autonomamente i propri rifiuti speciali beneficiano di uno ‘sconto’ significativo sulla tassa, ma non possono essere esonerate completamente, dovendo contribuire ai costi generali e indivisibili del servizio di igiene urbana.

Le aziende che producono rifiuti da imballaggi terziari hanno diritto all’esenzione totale dalla TARI?
No. Secondo la sentenza, l’esenzione è solo parziale. Le aziende hanno diritto a non pagare la quota variabile della TARI, cioè la parte legata alla quantità di rifiuti smaltiti, ma sono comunque tenute a versare la quota fissa, che copre i costi generali del servizio di igiene urbana.

Un Comune può, con un proprio regolamento, assimilare i rifiuti da imballaggi terziari a quelli urbani, obbligando le aziende a pagare la TARI per intero?
No. La Corte di Cassazione ha confermato che esiste una normativa speciale, di derivazione europea, che impedisce l’assimilazione degli imballaggi terziari ai rifiuti urbani. Pertanto, i regolamenti comunali che prevedono tale assimilazione sono illegittimi e devono essere disapplicati dal giudice.

Cosa succede se un’azienda produce sia rifiuti speciali (come imballaggi) sia rifiuti urbani (come quelli degli uffici) nelle stesse aree?
La legge prevede l’esenzione per quella parte di superficie in cui si formano, in via ‘continuativa e prevalente’, rifiuti speciali non assimilati. La sentenza chiarisce che non è richiesta una produzione ‘esclusiva’. Se l’azienda dimostra che la produzione di rifiuti speciali è prevalente in una determinata area (es. magazzino), ha diritto all’esenzione dalla quota variabile della TARI per quella superficie, pur rimanendo l’obbligo di pagare la quota fissa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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