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Esenzione IMU enti religiosi: la prova concreta

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17878/2024, ha stabilito che per beneficiare dell’esenzione IMU per gli enti religiosi non è sufficiente produrre documenti generici come statuti o decreti di riconoscimento. È necessario fornire una prova concreta e specifica, relativa all’anno d’imposta in questione, che dimostri l’utilizzo esclusivo dell’immobile per attività non commerciali. L’onere della prova ricade interamente sul contribuente. La Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva concesso l’esenzione basandosi su prove documentali non idonee.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Esenzione IMU Enti Religiosi: La Prova Concreta è Indispensabile

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17878 del 28 giugno 2024, è tornata a pronunciarsi su un tema di grande rilevanza fiscale: l’esenzione IMU enti religiosi. La decisione ribadisce un principio fondamentale: per beneficiare dell’agevolazione non basta la natura religiosa dell’ente, ma è necessario dimostrare in modo concreto e puntuale l’effettivo utilizzo non commerciale degli immobili, anno per anno. Documenti generici, come decreti di riconoscimento o attestati, non sono sufficienti a soddisfare l’onere probatorio che grava sul contribuente.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine da un avviso di accertamento IMU per l’annualità 2012 notificato da una società concessionaria della riscossione per conto di un Comune a un seminario arcivescovile. L’ente religioso si opponeva alla pretesa fiscale, sostenendo di avere diritto all’esenzione prevista per gli immobili destinati a finalità di culto e formazione del clero.

Dopo una prima decisione sfavorevole, la Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado accoglieva l’appello del seminario, riconoscendogli il diritto all’esenzione. Il giudice di merito aveva ritenuto sufficiente, ai fini della prova, la produzione di alcuni documenti: un attestato dell’Arcivescovo e il decreto di riconoscimento giuridico dell’ente, risalente al 1987. Contro questa decisione, la società concessionaria ha proposto ricorso per cassazione, lamentando che i giudici d’appello avessero concesso l’esenzione senza una verifica concreta sull’effettivo utilizzo degli immobili nel periodo d’imposta contestato.

La Prova per l’Esenzione IMU Enti Religiosi

La normativa tributaria subordina l’esenzione IMU per gli enti non commerciali, inclusi quelli religiosi, alla compresenza di due requisiti:

1. Requisito Soggettivo: la natura non commerciale del soggetto proprietario dell’immobile.
2. Requisito Oggettivo: l’utilizzo esclusivo dell’immobile per lo svolgimento, con modalità non commerciali, di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché di quelle di religione o di culto.

La giurisprudenza costante, richiamata dalla Corte, sottolinea che l’onere di dimostrare la sussistenza di entrambi i requisiti è a carico del contribuente che invoca il beneficio. Non è l’ente impositore a dover provare l’assenza dei presupposti, ma l’ente religioso a dover provare la loro esistenza.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso della società concessionaria, ritenendo fondata la censura mossa alla sentenza di secondo grado. Il fulcro della decisione risiede nella distinzione tra prova a priori e verifica in concreto.

I giudici di legittimità hanno chiarito che documenti come il decreto di riconoscimento giuridico del Seminario (del 1987) o un attestato sulle attività svolte (del 2018) sono inidonei a provare il diritto all’esenzione per l’anno 2012. Tali atti, infatti, attestano soltanto la finalità istituzionale dell’ente e la potenziale destinazione dell’immobile, ma non forniscono alcuna prova sull’effettivo e concreto utilizzo di tali beni nell’annualità specifica oggetto di accertamento.

Il giudice di merito, secondo la Corte, avrebbe dovuto procedere a una verifica de qua, ovvero una verifica puntuale sull’uso effettivo degli immobili (aule, dormitori, mensa, biblioteca) nel 2012. Avrebbe dovuto accertare se tali spazi fossero stati utilizzati esclusivamente per le finalità esenti e, soprattutto, se tali attività fossero state svolte con modalità non commerciali (cioè gratuitamente o dietro versamento di un corrispettivo meramente simbolico).

Basare la decisione unicamente su riscontri documentali generici, che attestano a priori il tipo di attività, senza scendere nel dettaglio dell’operatività concreta, costituisce un errore di diritto. La Corte ha quindi cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado in diversa composizione per un nuovo esame che si attenga a questo principio.

Le Conclusioni

L’ordinanza in commento rappresenta un’importante conferma per la corretta applicazione dell’esenzione IMU enti religiosi. L’appartenenza al mondo ecclesiastico non costituisce una presunzione di non commercialità delle attività svolte. Ogni ente che intenda beneficiare dell’esenzione deve essere in grado di fornire una prova rigorosa, specifica e documentata, relativa a ciascun periodo d’imposta, che attesti non solo la destinazione, ma anche l’effettivo e concreto utilizzo non commerciale dei propri immobili. Le valutazioni generiche e le prove documentali non ancorate alla specifica annualità non sono sufficienti a superare la presunzione di imponibilità del tributo.

Per ottenere l’esenzione IMU, è sufficiente che un ente religioso presenti il proprio statuto o un decreto di riconoscimento?
No, non è sufficiente. La Corte di Cassazione ha stabilito che tali documenti attestano solo a priori la finalità dell’ente, ma non provano l’effettivo svolgimento di attività non commerciali nell’immobile e nell’anno d’imposta specifico.

Chi ha l’onere di provare i requisiti per l’esenzione IMU?
L’onere della prova ricade sul contribuente, ovvero sull’ente che richiede l’esenzione. È l’ente religioso che deve dimostrare in modo concreto che l’immobile è stato utilizzato esclusivamente per le attività previste dalla legge, svolte con modalità non commerciali.

Cosa significa che la verifica sull’uso dell’immobile deve essere “concreta”?
Significa che il giudice non può basarsi su documentazione generica o relativa ad anni diversi da quello oggetto di accertamento. Deve verificare l’effettivo utilizzo dell’immobile nel periodo d’imposta in contestazione, accertando che le attività rientrino tra quelle esenti e siano state condotte con modalità non commerciali (ad esempio, a titolo gratuito o dietro corrispettivo simbolico).

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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