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Doppia imposizione: rimborso IRPEF per residenti EAU

La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al rimborso IRPEF per un lavoratore italiano residente negli Emirati Arabi Uniti, nonostante la mancata produzione del certificato formale previsto dalla convenzione contro la doppia imposizione. I giudici hanno stabilito che la residenza fiscale può essere dimostrata attraverso prove documentali alternative, come l’iscrizione all’AIRE e il trasferimento effettivo del nucleo familiare. La decisione chiarisce che l’esenzione fiscale in Italia è incondizionata se l’attività lavorativa è svolta stabilmente all’estero, indipendentemente dalla presenza di un’imposta analoga all’IRPEF nello Stato di residenza.

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Pubblicato il 27 marzo 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Doppia imposizione: la prova della residenza fiscale all’estero

La questione della doppia imposizione rappresenta un nodo cruciale per i lavoratori italiani che trasferiscono la propria vita e carriera in paesi con regimi fiscali agevolati, come gli Emirati Arabi Uniti. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha gettato luce sulla possibilità di ottenere il rimborso delle ritenute IRPEF subite in Italia, privilegiando la sostanza dei fatti e la prova effettiva del trasferimento rispetto a rigidi formalismi burocratici.

Il caso del lavoratore residente a Dubai

La vicenda trae origine dalla richiesta di rimborso presentata da un contribuente che, pur essendo dipendente di una società italiana, aveva stabilito la propria residenza fiscale a Dubai. L’Agenzia delle Entrate aveva negato il rimborso delle ritenute operate dal datore di lavoro, sostenendo che il contribuente non avesse prodotto l’attestato ufficiale previsto dall’art. 28 della Convenzione tra Italia ed Emirati Arabi Uniti. Secondo l’amministrazione, tale documento sarebbe stato l’unico mezzo idoneo a provare la soggezione fiscale nello Stato estero e, di conseguenza, a evitare la tassazione in Italia.

La decisione della Suprema Corte sulla doppia imposizione

I giudici di legittimità hanno respinto la tesi dell’amministrazione finanziaria. La Corte ha chiarito che, sebbene la Convenzione preveda la produzione di un certificato, la mancanza di quest’ultimo non preclude il diritto al rimborso se la residenza fiscale all’estero è provata in modo analitico e puntuale attraverso altri documenti. Nel caso di specie, l’iscrizione all’AIRE e il trasferimento dell’intero nucleo familiare negli Emirati sono stati considerati elementi sufficienti a superare la presunzione di residenza in Italia.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano su un’interpretazione sostanziale dell’art. 15 della Convenzione bilaterale. La Corte ha osservato che le remunerazioni per attività di lavoro dipendente svolte negli Emirati sono imponibili esclusivamente in tale Stato. L’Italia, sottoscrivendo l’accordo, ha rinunciato in modo incondizionato alla propria pretesa impositiva su tali redditi. Inoltre, i giudici hanno precisato che non è necessaria l’esistenza di un’imposta analoga all’IRPEF negli Emirati Arabi Uniti per invocare la tutela contro la doppia imposizione. È sufficiente che il contribuente sia potenzialmente soggetto al potere impositivo dell’autorità fiscale estera in quanto residente. La prova della residenza può dunque essere fornita con ogni mezzo idoneo a dimostrare il centro degli interessi vitali del lavoratore fuori dai confini nazionali.

Le conclusioni

Le conclusioni della Cassazione confermano un orientamento favorevole al contribuente, riducendo il peso degli oneri formali a fronte di una realtà fattuale documentata. Questa sentenza ha implicazioni pratiche significative per chi lavora all’estero, poiché stabilisce che il diritto al rimborso delle tasse pagate in eccesso non può essere negato solo per vizi procedurali o mancanza di certificazioni estere, qualora il trasferimento sia effettivo e provabile. Resta fondamentale per il contribuente raccogliere una documentazione solida che attesti non solo la cancellazione dall’anagrafe italiana, ma anche l’effettivo radicamento della propria vita personale e professionale nel paese straniero.

È obbligatorio il certificato dell’autorità estera per ottenere il rimborso?
No, la Cassazione ha stabilito che la residenza fiscale può essere provata con altri documenti analitici, come l’iscrizione all’AIRE e prove del trasferimento familiare, se la convenzione prevede un’esenzione incondizionata.

Cosa succede se il paese estero non applica un’imposta sul reddito simile all’IRPEF?
Il diritto al rimborso sussiste comunque. È sufficiente la generale soggezione del contribuente al potere impositivo dello Stato estero in quanto residente, indipendentemente dall’effettivo pagamento di tasse analoghe.

L’iscrizione all’AIRE garantisce automaticamente il rimborso delle tasse italiane?
L’iscrizione all’AIRE è un elemento probatorio fondamentale ma deve essere accompagnata dalla prova che il centro degli interessi vitali e familiari sia effettivamente all’estero per superare le presunzioni del fisco italiano.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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