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Dichiarazioni di terzi: la prova nel processo tributario

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12317/2024, interviene sul valore probatorio delle dichiarazioni di terzi nel contenzioso tributario. La Corte ha stabilito che tali dichiarazioni, raccolte in fase di verifica fiscale, costituiscono solo elementi indiziari. Pertanto, non sono sufficienti da sole a provare l’effettività di operazioni contestate dal Fisco; è onere del contribuente fornire ulteriori riscontri per vincere la presunzione dell’Amministrazione finanziaria. Il caso riguardava un avviso di accertamento per fatture ritenute relative a operazioni inesistenti.

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Pubblicato il 2 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Dichiarazioni di terzi: Guida al loro valore probatorio nel processo tributario

Le dichiarazioni di terzi, raccolte durante una verifica fiscale, sono da tempo al centro del dibattito giuridico per il loro peso nel processo tributario. Con la recente ordinanza n. 12317 del 7 maggio 2024, la Corte di Cassazione torna sull’argomento, offrendo chiarimenti fondamentali per contribuenti e professionisti. La pronuncia stabilisce che tali dichiarazioni hanno un valore meramente indiziario e non sono sufficienti, da sole, a superare le contestazioni mosse dall’Amministrazione Finanziaria.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di un contribuente per il recupero di maggiori imposte (IRPEF, IVA, IRAP) relative all’anno 2008. L’accertamento si basava sulla presunta inesistenza di operazioni documentate da tre fatture, per un importo complessivo di 24.000 euro, relative a prestazioni di manodopera.

Il giudice di primo grado aveva dato ragione all’Agenzia, ritenendo le operazioni fittizie. Successivamente, la Commissione Tributaria Regionale (CTR) aveva ribaltato la decisione, accogliendo l’appello del contribuente. La CTR aveva fondato la sua decisione sulle dichiarazioni rese da due persone durante gli accertamenti della Guardia di Finanza, considerandole elementi sufficienti a conferire ‘verosimiglianza e credibilità’ alla tesi del contribuente e a provare l’effettività dei costi sostenuti.

Contro questa sentenza, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una violazione delle norme sulla prova e sull’onere probatorio.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, cassando la sentenza della CTR e rinviando la causa a un nuovo esame. Il punto centrale della decisione riguarda la corretta qualificazione e il peso probatorio da attribuire alle dichiarazioni di terzi acquisite in fase di accertamento.

Il Valore Indiziario delle Dichiarazioni di Terzi

La Corte ribadisce un principio consolidato: nel processo tributario, dove vige il divieto di prova testimoniale, le dichiarazioni rese da terzi ai verificatori hanno natura di elementi indiziari. Possono essere utilizzate sia dall’Amministrazione Finanziaria per fondare un accertamento, sia dal contribuente per difendersi.

Tuttavia, proprio perché si tratta di indizi e non di prove piene, esse non possono da sole essere decisive. Per assumere un valore probatorio più robusto, devono essere supportate da altri elementi di prova o, in alternativa, possedere intrinsecamente i caratteri di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 del codice civile per costituire una presunzione semplice.

Le Motivazioni

La Corte ha ritenuto che la CTR abbia errato nel considerare le dichiarazioni dei due individui come prova sufficiente dell’effettività delle operazioni contestate. Secondo gli Ermellini, il giudice di merito avrebbe dovuto valutare tali dichiarazioni come semplici indizi, i quali, per soddisfare l’onere probatorio a carico del contribuente, necessitavano di ‘ulteriori riscontri’.

Nel caso specifico, questi riscontri erano mancanti. Anzi, la Corte sottolinea che le dichiarazioni erano persino parziali, in quanto relative solo a una parte dei lavori contestati e non facevano riferimento diretto alla ditta che aveva emesso le fatture. Di conseguenza, non potevano da sole conferire quella ‘verosimiglianza e credibilità’ necessarie a superare le presunzioni su cui si fondava l’accertamento dell’Agenzia.

In sostanza, una volta che l’Amministrazione Finanziaria ha fornito elementi presuntivi a sostegno della propria pretesa (come l’inesistenza del fornitore o l’assenza di una struttura operativa), l’onere di fornire la prova contraria, piena ed esaustiva, si sposta sul contribuente. Affidarsi unicamente a dichiarazioni di terzi, senza corroborarle con documentazione contabile, riscontri bancari, o altri elementi oggettivi, si rivela una strategia difensiva insufficiente.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame rafforza un principio cardine del contenzioso tributario: la gestione dell’onere della prova. Per i contribuenti e i loro difensori, la lezione è chiara: di fronte a una contestazione basata su presunzioni di inesistenza delle operazioni, non basta presentare semplici dichiarazioni di terzi. È indispensabile costruire una difesa solida, basata su un complesso di prove documentali e fattuali che, nel loro insieme, possano dimostrare in modo inequivocabile l’effettività e l’inerenza dei costi dedotti. Le dichiarazioni possono essere un utile tassello del mosaico probatorio, ma raramente possono costituire l’intera immagine.

Quale valore probatorio hanno le dichiarazioni di terzi raccolte durante una verifica fiscale?
Secondo la Corte di Cassazione, hanno valore di elementi indiziari. Sebbene ammissibili nel processo tributario, non costituiscono prova piena e devono essere valutate insieme ad altri elementi.

Sono sufficienti le sole dichiarazioni di terzi per un contribuente per provare l’effettività di un costo?
No. La Corte ha chiarito che tali dichiarazioni, essendo meri indizi, richiedono la presenza di ulteriori riscontri probatori per poter soddisfare l’onere probatorio a carico del contribuente e superare le contestazioni dell’Amministrazione Finanziaria.

Su chi ricade l’onere della prova in caso di contestazione di fatture per operazioni inesistenti?
Una volta che l’Agenzia delle Entrate fornisce elementi presuntivi (indizi) a sostegno della fittizietà delle operazioni, l’onere di fornire la prova contraria, esaustiva e convincente, si sposta integralmente sul contribuente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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