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Dichiarazioni di terzi: la Cassazione ne valuta il peso

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21401/2024, ha stabilito che le dichiarazioni di terzi, come quelle dei clienti di un professionista, costituiscono validi elementi indiziari in un accertamento fiscale. La Corte ha chiarito che tali dichiarazioni non possono essere scartate solo perché non trovano un riscontro diretto nella contabilità parallela (cd. ‘in nero’) scoperta dall’Agenzia delle Entrate. Devono, invece, essere valutate nel loro complesso insieme a tutti gli altri elementi raccolti per determinare la fondatezza della pretesa fiscale.

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Pubblicato il 9 dicembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Dichiarazioni di terzi: Piena Valenza Probatoria anche senza Riscontro nella Contabilità in Nero

Con la recente sentenza n. 21401 del 30 luglio 2024, la Corte di Cassazione è tornata su un tema cruciale nell’ambito degli accertamenti fiscali: il valore probatorio delle dichiarazioni di terzi. La Suprema Corte ha affermato un principio fondamentale: queste dichiarazioni, pur avendo natura di mero indizio, non possono essere svalutate o ignorate solo perché non trovano una corrispondenza diretta nella contabilità parallela (cd. ‘in nero’) del contribuente. Devono, al contrario, essere valutate nel complesso degli elementi raccolti dall’amministrazione finanziaria.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine da un avviso di accertamento per IRPEF, IRAP e IVA notificato a un avvocato per l’anno d’imposta 2010. L’accertamento dell’Agenzia delle Entrate si fondava su un duplice pilastro probatorio: il rinvenimento, presso lo studio del professionista, di alcune agende legali considerate una vera e propria contabilità parallela, e le dichiarazioni rese da alcuni suoi clienti, i quali avevano affermato di aver versato somme di denaro non fatturate.

La Commissione Tributaria Regionale (CTR) aveva parzialmente accolto l’appello del contribuente, ritenendo che le dichiarazioni dei clienti non avessero sufficiente forza probatoria. Secondo la CTR, l’assenza di un’annotazione corrispondente a tali dichiarazioni sulle agende rinvenute privava le testimonianze dei clienti del ‘quid pluris’ necessario per assurgere a prova. In sostanza, solo le operazioni annotate nella contabilità ‘in nero’ potevano essere considerate valide ai fini della rettifica del reddito.

La Decisione della Cassazione: Il Valore delle Dichiarazioni di Terzi

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione degli artt. 39 del d.P.R. n. 600/1973 e 2729 del codice civile. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, cassando la sentenza della CTR e rinviando la causa per un nuovo esame.

I giudici di legittimità hanno ribadito che, sebbene nel processo tributario sia vietata la prova testimoniale, è pacificamente ammesso l’utilizzo di dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale. Tali dichiarazioni, raccolte dall’amministrazione finanziaria durante la fase di accertamento, costituiscono elementi indiziari e possono concorrere a formare il convincimento del giudice, purché valutate unitamente ad altri elementi.

Le Motivazioni della Corte

La Corte ha smontato la tesi della CTR, chiarendo un punto essenziale: la scoperta di una contabilità parallela è un elemento probatorio fortissimo, ma non esclude che l’accertamento possa fondarsi legittimamente anche su ulteriori elementi indiziari, come appunto le dichiarazioni dei clienti. Pretendere che ogni dichiarazione di un terzo debba trovare un riscontro puntuale nella contabilità ‘in nero’ è un errore logico e giuridico.

La CTR, secondo la Cassazione, avrebbe dovuto compiere una valutazione complessiva di tutti gli indizi a disposizione: da un lato, le agende che provavano l’esistenza di un sistema di occultamento dei ricavi; dall’altro, le dichiarazioni dei clienti che confermavano pagamenti non fatturati. È dall’insieme di questi elementi che il giudice deve desumere se la prova della maggiore pretesa fiscale sia stata raggiunta, determinando così l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente.

Le Conclusioni e le Implicazioni Pratiche

In conclusione, la sentenza stabilisce che il giudice tributario non può scartare a priori le dichiarazioni di terzi solo perché non sono ‘confermate’ dalla contabilità parallela. Al contrario, ha il dovere di analizzarle nel contesto generale, insieme a tutti gli altri elementi raccolti. La contabilità ‘in nero’ è una delle fonti dell’accertamento, ma non l’unica. Questa decisione rafforza gli strumenti a disposizione dell’amministrazione finanziaria nella lotta all’evasione e impone ai giudici di merito una valutazione più approfondita e globale del quadro probatorio, senza creare gerarchie ingiustificate tra le diverse fonti di prova.

Le dichiarazioni dei clienti di un professionista possono essere usate in un accertamento fiscale?
Sì, le dichiarazioni rese da terzi, come i clienti, sono ammissibili e utilizzabili nel processo tributario. Non hanno il valore di una prova testimoniale piena, ma costituiscono elementi indiziari che, insieme ad altri elementi, possono formare il convincimento del giudice.

Una ‘contabilità in nero’ è l’unica prova che l’Agenzia delle Entrate può usare per un accertamento induttivo?
No. Sebbene la scoperta di una contabilità parallela sia un elemento probatorio molto forte, non è l’unica fonte su cui può basarsi l’accertamento. L’amministrazione finanziaria può legittimamente fondare la propria pretesa anche su ulteriori elementi indiziari, come le dichiarazioni di terzi.

Che valore probatorio hanno le dichiarazioni di terzi in un processo tributario?
Hanno il valore di elementi indiziari. Questo significa che da sole potrebbero non essere sufficienti, ma possono concorrere a formare la prova della pretesa fiscale se valutate unitamente ad altri elementi gravi, precisi e concordanti, come, ad esempio, l’esistenza di una contabilità parallela.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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