LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Definizione agevolata e inammissibilità del ricorso

Un contribuente, dopo aver impugnato in Cassazione avvisi di accertamento sintetico, ha aderito alla definizione agevolata. La Corte Suprema, pur non potendo accertare il perfezionamento della procedura, ha dichiarato il ricorso inammissibile. La richiesta di estinzione del giudizio da parte del contribuente è stata interpretata come una manifestazione inequivocabile della volontà di rinunciare, determinando una carenza di interesse a proseguire la causa.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Definizione agevolata: quando il ricorso in Cassazione diventa inammissibile

L’adesione a una definizione agevolata durante un contenzioso tributario pendente in Cassazione può avere conseguenze decisive sull’esito del processo. Con la recente Ordinanza n. 17547/2024, la Corte di Cassazione ha chiarito che tale scelta, manifestando la volontà di porre fine alla lite, determina l’inammissibilità del ricorso per carenza di interesse sopravvenuta, anche in assenza di una formale rinuncia.

I fatti del caso

La vicenda trae origine da due avvisi di accertamento con cui l’Amministrazione Finanziaria contestava a un contribuente un maggior reddito per gli anni 2006 e 2007, determinato con metodo sintetico. Il contribuente, dopo aver perso nei gradi di merito, proponeva ricorso per cassazione. Tuttavia, nelle more del giudizio di legittimità, decideva di aderire alla definizione agevolata delle liti pendenti, prevista da una normativa del 2016.

Successivamente, depositava una memoria in cui, dando atto del pagamento rateale del dovuto, chiedeva alla Corte di dichiarare l’estinzione del giudizio, in virtù dell’impegno a rinunciare al ricorso assunto con la domanda di definizione. A supporto, produceva la documentazione relativa alla procedura, inclusi i moduli di versamento.

La decisione della Corte di Cassazione sulla definizione agevolata

La Suprema Corte, investita della questione, non ha dichiarato l’estinzione del giudizio come richiesto, bensì l’inammissibilità del ricorso. I giudici hanno osservato che, sebbene non fosse possibile accertare il compiuto perfezionamento della procedura di definizione agevolata, il comportamento del contribuente era stato decisivo. Chiedendo espressamente l’estinzione, egli aveva manifestato in modo inequivocabile la volontà di adempiere all’impegno di rinunciare al giudizio. Questa manifestazione di volontà è stata ritenuta sufficiente a far venir meno l’interesse a ottenere una pronuncia sul merito del ricorso, presupposto fondamentale per la procedibilità di ogni azione legale.

Le motivazioni della decisione

La Corte ha basato il proprio ragionamento sul principio della “carenza di interesse sopravvenuta”. L’interesse ad agire, che deve sussistere al momento della proposizione della domanda, deve anche permanere per tutta la durata del processo. Nel momento in cui il contribuente sceglie una via alternativa per risolvere la controversia (la definizione agevolata) e chiede al giudice di prenderne atto, dimostra di non avere più un interesse concreto e attuale a una sentenza che annulli gli atti impositivi.

È significativo che la Corte abbia ritenuto irrilevante l’assenza di una procura speciale conferita ai difensori per la rinuncia al ricorso. La volontà del contribuente, espressa direttamente attraverso la richiesta di estinzione, è stata considerata prevalente e sufficiente a determinare l’inammissibilità. Inoltre, proprio perché l’inammissibilità è derivata da motivi sopravvenuti (l’adesione alla sanatoria) e non da un vizio originario del ricorso, la Corte ha escluso l’applicazione della sanzione del raddoppio del contributo unificato.

Le conclusioni

Questa ordinanza offre un’importante lezione pratica. Chi opta per la definizione agevolata di una lite tributaria deve essere consapevole che tale scelta è incompatibile con la prosecuzione del giudizio. La richiesta di estinzione basata sulla definizione equivale, per la giurisprudenza, a una rinuncia di fatto al ricorso, che ne causa l’inammissibilità per carenza d’interesse. Se da un lato questo chiude la porta a una possibile vittoria in giudizio, dall’altro, come specificato dalla Corte, evita al contribuente il pagamento del doppio del contributo unificato, una conseguenza tipica delle impugnazioni respinte o dichiarate inammissibili per altre ragioni.

Aderire a una definizione agevolata durante un processo in Cassazione che conseguenze ha sul ricorso?
L’adesione a una definizione agevolata e la successiva richiesta di estinzione del giudizio portano la Corte a dichiarare l’inammissibilità sopravvenuta del ricorso per carenza di interesse, poiché tale comportamento manifesta la volontà di non proseguire la lite.

È necessaria una procura speciale dei difensori per rinunciare al ricorso se si chiede l’estinzione dopo aver aderito alla definizione agevolata?
No, secondo la Corte, la richiesta di estinzione del giudizio da parte del contribuente manifesta in modo inequivocabile la sua volontà di rinunciare, rendendo irrilevante l’assenza di una procura speciale a rinunciare conferita ai suoi avvocati.

Se il ricorso viene dichiarato inammissibile per motivi sopravvenuti come la definizione agevolata, si deve pagare il doppio del contributo unificato?
No, la Corte ha stabilito che, poiché l’inammissibilità dipende da motivi sopravvenuti (l’adesione alla definizione), non sussistono i presupposti processuali per condannare il ricorrente al versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati