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Deducibilità costi sponsorizzazione: onere della prova

Con l’ordinanza n. 23368/2024, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un contribuente, stabilendo che la presunzione legale sulla deducibilità costi sponsorizzazione a favore di associazioni sportive dilettantistiche non esonera dalla prova dell’effettiva esistenza della spesa. La Corte ha chiarito che tale presunzione copre solo l’inerenza e la congruità del costo, ma spetta al contribuente dimostrare che la prestazione è stata realmente eseguita. Inoltre, è stato ribadito che una sentenza di assoluzione penale non è automaticamente vincolante nel processo tributario.

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Pubblicato il 16 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Deducibilità costi sponsorizzazione: l’onere della prova resta al contribuente

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su un tema cruciale per imprese e associazioni sportive: la deducibilità costi sponsorizzazione. La decisione chiarisce i confini della presunzione legale prevista dalla legge e ribadisce il principio secondo cui spetta sempre al contribuente dimostrare l’effettività della spesa sostenuta, anche in presenza di un’assoluzione in sede penale.

I fatti di causa

Il caso nasce da un avviso di accertamento notificato a un contribuente per l’anno d’imposta 2009, con cui l’Agenzia delle Entrate contestava la deducibilità di alcuni costi per imposte dirette e IVA. In particolare, l’Amministrazione finanziaria riteneva indeducibili delle spese di sponsorizzazione erogate a favore di un’associazione sportiva dilettantistica.

La Commissione Tributaria Regionale (CTR) aveva parzialmente accolto l’appello del contribuente, ma aveva confermato la ripresa a tassazione per i costi di sponsorizzazione. Secondo i giudici di merito, nonostante la normativa di favore, l’Ufficio aveva fornito elementi sufficienti (presunzioni semplici) per dubitare dell’esistenza stessa delle operazioni, come la genericità dei contratti e l’assenza di prove concrete sulle prestazioni ricevute. A fronte di ciò, il contribuente non era riuscito a fornire una prova contraria idonea, limitandosi a produrre il contratto, la fattura e la prova del pagamento.

Il contribuente ha quindi presentato ricorso per cassazione, basato su cinque motivi, tra cui la violazione della norma sulla presunzione di deducibilità, l’omessa valutazione di una sentenza penale di assoluzione e l’errata applicazione del raddoppio dei termini di accertamento.

L’onere della prova e la deducibilità costi sponsorizzazione

Il cuore della controversia riguarda l’interpretazione dell’art. 90, comma 8, della legge n. 289/2002. Questa norma introduce una presunzione legale assoluta secondo cui i corrispettivi erogati per sponsorizzazioni a favore di associazioni sportive dilettantistiche, fino a 200.000 euro annui, costituiscono spese di pubblicità e, quindi, sono integralmente deducibili.

La Cassazione, confermando un orientamento consolidato, ha precisato che tale presunzione opera su due piani: l’inerenza e la congruità del costo. In altre parole, la legge presume che tali spese siano finalizzate a promuovere l’immagine e i prodotti dell’impresa erogante e che il loro importo sia adeguato. Tuttavia, la presunzione non copre un aspetto fondamentale: l’effettività del costo.

Questo significa che l’Amministrazione finanziaria può sempre contestare che la spesa sia stata realmente sostenuta o che la prestazione di sponsorizzazione sia stata effettivamente eseguita. In tal caso, l’onere della prova torna in capo al contribuente, che deve dimostrare, con elementi concreti, la realtà dell’operazione, non essendo sufficienti i soli documenti formali come contratto e fattura.

L’irrilevanza della sentenza penale nel processo tributario

Un altro punto rilevante affrontato dalla Corte riguarda il valore di una sentenza penale di assoluzione nel processo tributario. Il ricorrente sosteneva che l’assoluzione dal reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti avrebbe dovuto provare l’effettività delle prestazioni.

La Suprema Corte ha respinto questa tesi, ribadendo il principio dell’autonomia dei due giudizi. Una sentenza penale irrevocabile di assoluzione, anche con formula piena come “perché il fatto non sussiste”, non ha efficacia automatica di giudicato nel processo tributario. Il giudice tributario può prenderla in considerazione come fonte di prova, ma deve valutarla autonomamente, tenendo conto che nel processo tributario vigono regole probatorie diverse. In ambito fiscale, infatti, la pretesa dell’Erario può fondarsi anche su presunzioni semplici, che sarebbero insufficienti per una condanna penale.

Il principio del raddoppio dei termini

Infine, la Corte ha respinto anche la censura relativa al raddoppio dei termini di accertamento. Il contribuente lamentava una disparità di trattamento rispetto alla normativa più recente. I giudici hanno chiarito che, per la normativa applicabile all’epoca dei fatti (ratione temporis), il raddoppio scattava in presenza di una violazione che comportava l’obbligo di denuncia penale, a prescindere dall’effettiva presentazione della denuncia stessa. Le modifiche legislative successive, che hanno limitato o eliminato tale meccanismo, non sono retroattive e non si applicano agli avvisi di accertamento già notificati, come nel caso di specie.

Le motivazioni

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso basandosi su principi giuridici consolidati. La motivazione principale risiede nella distinzione tra la presunzione legale di inerenza e congruità dei costi di sponsorizzazione e l’onere del contribuente di provarne l’effettività. La legge agevola le sponsorizzazioni sportive, ma non crea una “zona franca” in cui i costi possono essere dedotti senza che siano reali. L’Amministrazione Finanziaria ha il diritto di contestare l’esistenza delle operazioni e, se fornisce indizi validi (presunzioni semplici), spetta al contribuente superare il quadro probatorio a suo carico. Inoltre, la Corte ha riaffermato l’autonomia del giudizio tributario rispetto a quello penale, sottolineando che i diversi standard probatori possono portare a esiti differenti. L’assoluzione penale non garantisce la vittoria in sede tributaria. Infine, è stato applicato il principio tempus regit actum per la questione del raddoppio dei termini, confermando la legittimità dell’azione accertatrice dell’Agenzia sulla base delle norme vigenti all’epoca.

Le conclusioni

Questa ordinanza offre importanti spunti operativi per le imprese che investono in sponsorizzazioni sportive. La deducibilità costi sponsorizzazione è un’agevolazione significativa, ma non automatica. Non è sufficiente stipulare un contratto e pagare una fattura; è essenziale conservare e, se necessario, produrre in giudizio tutta la documentazione che attesti la concreta esecuzione delle prestazioni pubblicitarie (fotografie, materiale promozionale, rassegne stampa, ecc.). La decisione sottolinea come la sostanza prevalga sulla forma: per dedurre un costo, bisogna prima di tutto dimostrare che esso sia reale ed effettivo.

La presunzione legale sulla deducibilità dei costi di sponsorizzazione per associazioni sportive dilettantistiche esonera il contribuente da ogni prova?
No. Secondo la Corte di Cassazione, la presunzione legale assoluta prevista dall’art. 90, comma 8, della L. 289/2002 copre solo l’inerenza e la congruità del costo, ma non la sua effettività. Se l’Agenzia delle Entrate fornisce elementi (anche presuntivi) che mettono in dubbio l’esistenza reale dell’operazione, l’onere di provare che la spesa è stata effettivamente sostenuta torna a carico del contribuente.

Una sentenza di assoluzione in un processo penale per reati tributari ha automaticamente valore nel processo tributario?
No. La sentenza penale di assoluzione, anche con formula piena, non ha efficacia automatica di giudicato nel processo tributario. Può essere considerata dal giudice tributario come una possibile fonte di prova, ma deve essere valutata autonomamente, poiché nel processo fiscale vigono standard probatori diversi e meno rigorosi (ad esempio, sono ammesse le presunzioni semplici).

Cosa serve per applicare il ‘raddoppio dei termini’ di accertamento per gli avvisi notificati prima delle recenti riforme?
Per gli avvisi di accertamento notificati secondo la normativa ratione temporis applicabile al caso (ante riforme del 2015), il raddoppio dei termini di accertamento era legittimo in presenza di una violazione fiscale che comportasse l’obbligo di denuncia per un reato tributario. Non era necessaria l’effettiva presentazione della denuncia penale, ma era sufficiente che sussistessero gli indizi di reato che ne imponevano la segnalazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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