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Deducibilità costi: la Cassazione e la presunzione legale

Un’azienda alimentare si è vista contestare la deducibilità di costi per pubblicità, sponsorizzazioni e regali ritenuti antieconomici dall’Agenzia delle Entrate. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 26687/2024, ha respinto le doglianze sulla sproporzione dei costi pubblicitari, affermando che l’antieconomicità è un valido indice di non inerenza e sposta l’onere della prova sul contribuente. Tuttavia, ha cassato la sentenza d’appello per non aver considerato la presunzione legale assoluta di deducibilità dei costi per sponsorizzazioni a favore di associazioni sportive dilettantistiche, rinviando il caso per un nuovo esame su questo specifico punto.

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Pubblicato il 8 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Deducibilità costi: quando l’antieconomicità mette a rischio il bilancio

La corretta gestione fiscale è un pilastro per ogni impresa, e la deducibilità costi rappresenta uno degli aspetti più delicati e controversi nel rapporto con l’Amministrazione Finanziaria. Un costo, per essere sottratto dal reddito imponibile, deve essere ‘inerente’ all’attività d’impresa. Ma cosa succede quando una spesa, pur documentata, appare palesemente sproporzionata o irragionevole? La recente ordinanza della Corte di Cassazione n. 26687 del 14 ottobre 2024 offre chiarimenti fondamentali su questo tema, analizzando il confine tra legittime scelte imprenditoriali e costi non deducibili, con un focus particolare sulle sponsorizzazioni sportive.

I Fatti di Causa: Pubblicità, Sponsorizzazioni e Regali sotto la Lente del Fisco

Una nota azienda del settore alimentare si è vista recapitare due avvisi di accertamento con cui l’Agenzia delle Entrate contestava la deducibilità di diverse voci di costo per gli anni 2009 e 2010. Le contestazioni principali riguardavano:

1. Costi per spazi pubblicitari: Ritenuti manifestamente sproporzionati rispetto ai prezzi di mercato e a operazioni analoghe della stessa agenzia fornitrice.
2. Costi di sponsorizzazione a favore di due diverse associazioni sportive dilettantistiche (ASD). Nel primo caso, il Fisco sospettava che l’attività fosse destinata a finalità ludiche dei familiari dei soci; nel secondo, che la spesa fosse irrazionale e priva di un tangibile ritorno pubblicitario.
3. Costi per regali (gioielli, orologi) a clienti, considerati privi di finalità promozionali e quindi non inerenti.

La Commissione Tributaria Regionale aveva dato piena ragione all’Agenzia delle Entrate, confermando l’indeducibilità di tutti i costi. L’azienda ha quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando una violazione delle norme sulla deducibilità dei costi e un’errata ripartizione dell’onere della prova.

La Deducibilità dei Costi e l’Onere della Prova

La Suprema Corte ha esaminato i motivi del ricorso, fornendo principi chiari. Per quanto riguarda le spese pubblicitarie ritenute fuori mercato, i giudici hanno confermato che l’Amministrazione Finanziaria può legittimamente contestare l’incongruità e l’antieconomicità di una spesa. Questi elementi, pur non coincidendo con la mancanza di inerenza, ne diventano indici sintomatici.

In presenza di una spesa palesemente sproporzionata, l’onere della prova si sposta sul contribuente. Non basta più esibire la fattura; è necessario dimostrare la regolarità dell’operazione e le ragioni imprenditoriali che giustificano un costo così elevato. Nel caso di specie, l’azienda non ha fornito elementi concreti per giustificare la spesa, pertanto la Corte ha ritenuto corretta la decisione di negare la deducibilità.

Il Regime Speciale per la Deducibilità Costi di Sponsorizzazione Sportiva

Il punto cruciale della decisione, che ha portato all’accoglimento parziale del ricorso, riguarda i costi di sponsorizzazione. Il contribuente aveva invocato l’applicazione dell’art. 90, comma 8, della Legge n. 289/2002, una norma che introduce un regime fiscale di favore.

Questa disposizione stabilisce una presunzione legale assoluta secondo cui le spese per la promozione dell’immagine o dei prodotti, erogate a favore di società e associazioni sportive dilettantistiche, costituiscono spese di pubblicità. Questa presunzione opera a precise condizioni:

* Il soggetto sponsorizzato deve essere una compagine sportiva dilettantistica.
* La spesa non deve superare il limite quantitativo di 200.000 euro.
* La sponsorizzazione deve mirare a promuovere l’immagine e i prodotti dello sponsor.
* Lo sponsorizzato deve aver effettivamente svolto un’attività promozionale.

La Corte ha rilevato che la sentenza d’appello aveva completamente omesso di valutare questo aspetto, negando l’inerenza dei costi senza verificare se ricorressero le condizioni per l’applicazione di tale presunzione. Questo vizio di motivazione ha portato alla cassazione della sentenza su questo specifico punto, con rinvio a un nuovo giudice per la corretta applicazione della norma.

Le Motivazioni

La Corte di Cassazione ha motivato la sua decisione distinguendo nettamente le diverse tipologie di costo. Per le spese pubblicitarie generiche, ha ribadito il principio consolidato secondo cui l’antieconomicità palese di un’operazione può legittimamente fondare un accertamento fiscale, in quanto indice di non inerenza. Il contribuente che compie scelte imprenditoriali apparentemente illogiche dal punto di vista economico deve essere in grado di giustificarle per poter dedurre il relativo costo. Discorso diverso, invece, per le sponsorizzazioni sportive. Qui il legislatore ha introdotto una presunzione legale assoluta che, se le condizioni sono rispettate, qualifica la spesa come pubblicitaria, superando ogni valutazione discrezionale sull’inerenza o sulla congruità economica. La sentenza impugnata è stata cassata proprio perché ha ignorato questa norma speciale, compiendo un errore di diritto per omessa applicazione.

Le Conclusioni

L’ordinanza in commento offre due importanti lezioni pratiche per le imprese. In primo luogo, sottolinea che la libertà imprenditoriale non è assoluta in campo fiscale: ogni costo deve avere una sua coerenza economica e una sua funzione nell’ambito dell’attività. Spese palesemente sproporzionate possono essere legittimamente contestate, e spetterà all’impresa provarne la necessità. In secondo luogo, evidenzia l’importanza di conoscere e applicare correttamente i regimi fiscali speciali, come quello previsto per le sponsorizzazioni sportive dilettantistiche. Tale regime offre un vantaggio significativo, qualificando ex lege tali spese come pubblicitarie, ma richiede il rispetto di precisi requisiti formali e sostanziali che devono essere attentamente verificati dall’impresa.

Quando l’Agenzia delle Entrate può contestare la deducibilità di un costo perché ritenuto antieconomico?
L’Agenzia delle Entrate può contestare l’incongruità e l’antieconomicità di una spesa quando questa appare sproporzionata, eccessiva o irragionevole. Tali caratteristiche sono considerate ‘indici sintomatici’ della mancanza di inerenza del costo all’attività d’impresa. In tal caso, l’onere di dimostrare le ragioni economiche e la coerenza della spesa si sposta sul contribuente.

Qual è la regola speciale per la deducibilità dei costi di sponsorizzazione sportiva?
Per le sponsorizzazioni a favore di associazioni sportive dilettantistiche, l’art. 90 della Legge 289/2002 prevede una ‘presunzione legale assoluta’. Se la spesa è inferiore a 200.000 euro e mira a promuovere l’immagine o i prodotti dello sponsor, essa viene considerata a tutti gli effetti una spesa di pubblicità, senza che l’amministrazione possa contestarne l’inerenza o la congruità, a condizione che l’associazione sponsorizzata esista e svolga effettivamente attività promozionale.

In caso di costi antieconomici, chi ha l’onere della prova ai fini della detrazione IVA?
Anche ai fini IVA, se l’Amministrazione finanziaria dimostra l’antieconomicità manifesta e macroscopica di un’operazione, che funge da indizio di non verità della fattura o di non inerenza dell’operazione, spetta all’imprenditore (contribuente) dimostrare che la prestazione del bene o servizio è reale ed inerente all’attività svolta per poter detrarre l’imposta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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