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Credito non spettante: la Cassazione chiarisce i termini

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18028/2024, ha chiarito la distinzione tra credito non spettante e credito inesistente. Nel caso esaminato, un’impresa aveva utilizzato un credito d’imposta per ricerca e sviluppo, ma l’Agenzia delle Entrate ne contestava la validità per un errore formale nella dichiarazione dei redditi. La Suprema Corte ha stabilito che, poiché l’errore era rilevabile tramite un controllo formale, il credito era da considerarsi ‘non spettante’ e non ‘inesistente’. Di conseguenza, si applica il termine di decadenza ordinario, più breve, rendendo nullo l’atto di recupero dell’Amministrazione Finanziaria perché emesso tardivamente.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Credito non spettante: la Cassazione chiarisce i termini per l’accertamento

L’ordinanza n. 18028/2024 della Corte di Cassazione offre un’importante lezione sulla differenza tra credito non spettante e credito inesistente, una distinzione con profonde conseguenze sui termini di accertamento a disposizione dell’Amministrazione Finanziaria. La pronuncia sottolinea come un semplice errore formale possa determinare la sorte di un credito d’imposta e la validità dell’azione di recupero del Fisco.

I Fatti del Caso: Un Errore Formale in Dichiarazione

Una società operante nel settore industriale utilizzava in compensazione un credito d’imposta maturato per attività di ricerca e sviluppo. L’Agenzia delle Entrate, a seguito di un controllo, contestava l’utilizzo di tale credito, emettendo un atto di recupero per oltre 34.000 euro e applicando una sanzione del 100%, tipica dei casi di crediti inesistenti.

Il contribuente impugnava l’atto, sostenendo che il credito fosse, al più, non spettante, ma non inesistente. La controversia nasceva da un errore puramente formale: la società, pur avendo sostenuto i costi per l’attività di R&S, aveva omesso di compilare l’apposito riquadro ‘RU’ nella dichiarazione dei redditi, adempimento richiesto a pena di decadenza. Sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella di Secondo Grado davano ragione al contribuente, annullando l’atto di recupero perché l’azione del Fisco era ormai prescritta per decorrenza dei termini.

La Decisione della Corte: la distinzione cruciale per il credito non spettante

L’Agenzia delle Entrate ricorreva in Cassazione, insistendo sulla natura ‘inesistente’ del credito e, di conseguenza, sulla applicabilità del termine di accertamento più lungo di otto anni. La Suprema Corte, tuttavia, ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito e qualificando il credito come credito non spettante.

Il punto centrale della decisione si basa su un recente e fondamentale intervento delle Sezioni Unite (sentenza n. 34419/2023), che ha tracciato una linea netta tra le due tipologie di credito.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte ha spiegato che un credito è ‘inesistente’ solo quando ricorrono congiuntamente due condizioni:

1. Il credito è frutto di una rappresentazione artificiosa dei fatti o è totalmente privo dei presupposti costitutivi richiesti dalla legge.
2. L’inesistenza non è rilevabile attraverso i controlli automatizzati o formali previsti dalla normativa (artt. 36-bis e 36-ter D.P.R. 600/73).

Quando, invece, il presupposto del credito esiste (in questo caso, i costi per R&S erano stati effettivamente sostenuti), ma la sua fruizione è impedita da un vizio formale rilevabile in sede di controllo della dichiarazione, si rientra nell’ipotesi del credito non spettante.

Nel caso specifico, l’omessa compilazione del riquadro RU era un’irregolarità che l’Agenzia delle Entrate avrebbe potuto facilmente riscontrare analizzando la dichiarazione dei redditi. Di conseguenza, il credito non poteva essere qualificato come inesistente, ma semplicemente come non spettante a causa della decadenza dal diritto per un vizio formale. Questo comporta l’applicazione dei termini ordinari di accertamento, più brevi, che nel caso di specie erano già trascorsi, determinando la nullità dell’atto di recupero.

Conclusioni: Implicazioni Pratiche per Imprese e Professionisti

Questa ordinanza ribadisce un principio di fondamentale importanza pratica: la massima attenzione agli adempimenti formali è cruciale per la corretta fruizione dei crediti d’imposta. Un errore nella compilazione della dichiarazione può costare la perdita del beneficio, anche se i requisiti sostanziali sono pienamente rispettati.

Dal lato dell’Amministrazione Finanziaria, la pronuncia conferma che i poteri di accertamento sono strettamente legati alla natura del credito contestato. Per i crediti non spettanti a causa di vizi formali e palesi, il Fisco deve agire entro i termini ordinari di decadenza. Solo in presenza di crediti fittizi, non rilevabili dai controlli di routine, può beneficiare del termine più ampio di otto anni. Questa distinzione garantisce un equilibrio tra le esigenze di controllo dell’erario e la certezza del diritto per il contribuente.

Quando un credito d’imposta si considera ‘non spettante’ invece che ‘inesistente’?
Un credito si considera ‘non spettante’ quando, pur esistendo il presupposto sostanziale (es. i costi agevolabili), il suo utilizzo è irregolare a causa di un errore formale, come l’omessa compilazione di un quadro della dichiarazione. La caratteristica chiave è che tale irregolarità è rilevabile attraverso controlli formali o automatizzati da parte dell’Amministrazione Finanziaria.

Qual è la conseguenza della qualificazione di un credito come ‘non spettante’ ai fini dei termini di accertamento?
La qualificazione come ‘non spettante’ comporta l’applicazione dei termini di decadenza ordinari e più brevi per l’azione di recupero da parte del Fisco. Se l’Agenzia delle Entrate non agisce entro tale termine, perde il diritto di recuperare il credito e l’eventuale atto emesso tardivamente è nullo.

Un errore nella compilazione della dichiarazione dei redditi può far perdere il diritto a un credito d’imposta?
Sì. L’ordinanza conferma che il mancato rispetto di adempimenti formali previsti dalla legge a pena di decadenza, come la compilazione di specifici riquadri della dichiarazione dei redditi, comporta la perdita del diritto al credito, anche se i requisiti sostanziali per ottenerlo sono stati soddisfatti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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