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Credito IVA da cessione d’azienda: onere della prova

Una società che acquista un ramo d’azienda comprensivo di un credito IVA e lo utilizza in detrazione, ha l’onere di provare l’effettiva esistenza di tale credito. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2766/2023, ha stabilito che la responsabilità non può essere scaricata sul cedente. Il semplice atto di cessione non basta a legittimare l’uso del credito; il cessionario deve possedere tutta la documentazione giustificativa, pena l’indetraibilità dell’imposta e le relative sanzioni.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Credito IVA da Cessione d’Azienda: Sull’Acquirente l’Onere della Prova

L’acquisizione di un’azienda o di un suo ramo è un’operazione complessa che può nascondere insidie, specialmente dal punto di vista fiscale. Una questione cruciale riguarda il credito IVA da cessione d’azienda: chi è tenuto a dimostrarne l’effettiva esistenza qualora l’Amministrazione Finanziaria lo contesti? La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 2766 del 30 gennaio 2023, ha fornito una risposta netta: l’onere della prova grava interamente sulla società acquirente (cessionaria) che utilizza tale credito in detrazione.

I Fatti di Causa

Il caso esaminato riguarda una società costituita per la realizzazione di un progetto di ‘project financing’. Tale società aveva acquisito, tramite un’operazione di cessione, un complesso aziendale da un’altra impresa. Insieme a beni e debiti, l’acquisizione includeva un cospicuo credito IVA, che la società acquirente ha successivamente utilizzato per compensare le proprie imposte.

A seguito di una verifica fiscale, l’Agenzia delle Entrate ha contestato la legittimità di tale detrazione, emettendo un avviso di accertamento. Secondo l’Ufficio, il credito era in parte non documentato e in parte derivante da operazioni oggettivamente inesistenti, riconducibili a un complesso schema fraudolento messo in atto dalla società cedente e da altre entità ad essa collegate.

La Questione del Credito IVA da Cessione d’Azienda e l’Onere della Prova

Il cuore della controversia legale si è incentrato sulla ripartizione dell’onere della prova. La società contribuente sosteneva che, avendo acquisito il credito tramite una legittima operazione di cessione d’azienda, spettasse all’Amministrazione Finanziaria verificare e contestare la posizione del soggetto originario (il cedente), non la sua. A sua discolpa, adduceva l’impossibilità di reperire la documentazione contabile, in quanto questa era passata prima al liquidatore e poi al curatore fallimentare della società cedente.

La Decisione dei Giudici di Merito

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella Regionale hanno respinto le argomentazioni del contribuente. I giudici di merito hanno stabilito un principio fondamentale: nel momento in cui la società acquirente decide di utilizzare attivamente il credito IVA nella propria dichiarazione per abbattere il proprio debito fiscale, ne assume la piena responsabilità. Non si tratta di una mera cessione di credito, ma di un’azione diretta di detrazione. Di conseguenza, la società deve essere in possesso di tutta la documentazione necessaria a provare la legittimità e l’effettiva esistenza del credito sin dal momento della presentazione della dichiarazione.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato in toto la linea dei giudici di merito, rigettando tutti i motivi di ricorso. I giudici supremi hanno chiarito che il punto focale non è l’atto di cessione in sé, ma l’utilizzo diretto del credito in detrazione. Questa scelta trasforma la posizione del cessionario, che diventa il soggetto direttamente responsabile nei confronti del Fisco.

La Corte ha specificato che chi intende far valere un diritto, come quello alla detrazione IVA, ha l’obbligo di provarne i fatti costitutivi. Pertanto, la società acquirente avrebbe dovuto agire con prudenza, verificando la sussistenza delle condizioni di detraibilità e acquisendo tutta la documentazione necessaria prima di utilizzare il credito. L’averlo utilizzato senza queste cautele costituisce un comportamento negligente, le cui conseguenze non possono che ricadere sulla stessa società.

Per quanto riguarda le operazioni ritenute oggettivamente inesistenti, la Cassazione ha ribadito che, una volta che l’Amministrazione fornisce un quadro di indizi gravi, precisi e concordanti (come la fallacità della documentazione, i legami tra le società coinvolte, la tempistica sospetta delle operazioni), l’onere di provare la reale effettuazione delle operazioni si sposta nuovamente sul contribuente. Prova che, nel caso di specie, non è stata fornita.

Le Conclusioni

La sentenza n. 2766/2023 rafforza un principio di fondamentale importanza per chi si appresta a compiere operazioni di M&A: la due diligence fiscale è essenziale. Acquisire un credito IVA da cessione d’azienda può rappresentare un vantaggio, ma anche un rischio significativo. La decisione della Cassazione insegna che non è possibile beneficiare del credito e, al contempo, declinare la responsabilità della sua dimostrazione. L’acquirente che sceglie di utilizzare il credito si assume l’onere di provarne la validità, e l’impossibilità di reperire i documenti non è considerata una valida giustificazione se non è stata esercitata la dovuta diligenza prima dell’operazione.

In caso di acquisto di un’azienda, chi deve provare l’esistenza di un credito IVA trasferito?
Secondo la Corte di Cassazione, l’onere di provare l’effettiva esistenza e la legittimità del credito IVA grava sulla società acquirente (cessionaria) nel momento in cui decide di utilizzare tale credito in detrazione nella propria dichiarazione fiscale.

È sufficiente l’atto di cessione d’azienda per poter utilizzare il credito IVA acquisito?
No, non è sufficiente. La semplice menzione del credito nell’atto di cessione non basta. La società acquirente deve possedere tutta la documentazione contabile e fiscale che giustifica l’origine e la correttezza di quel credito, per poterlo legittimamente utilizzare.

Cosa succede se la documentazione che prova il credito IVA è in possesso di terzi, come un curatore fallimentare?
La Corte ha stabilito che la difficoltà nel reperire la documentazione non esonera il contribuente dalla responsabilità. La società acquirente avrebbe dovuto agire con diligenza e procurarsi tutta la documentazione necessaria prima di procedere all’utilizzo del credito. L’aver omesso questa verifica preventiva è considerato un comportamento negligente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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