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Credito d’imposta ricerca e sviluppo: onere prova

La Corte di Cassazione ha confermato il recupero di un credito d’imposta ricerca e sviluppo indebitamente compensato da una società. L’Agenzia delle Entrate aveva contestato l’effettività delle attività di ricerca, ritenendole frutto di mera copiatura di lavori universitari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della contribuente, stabilendo che una comunicazione via PEC priva dei requisiti formali della Legge 53/1994 non fa decorrere il termine breve per l’impugnazione. Inoltre, è stato ribadito che, in tema di benefici fiscali, spetta al contribuente l’onere di provare la sussistenza dei requisiti costitutivi, specialmente a fronte di presunzioni gravi e precise fornite dall’ufficio circa la fittizietà dei costi.

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Pubblicato il 23 marzo 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Credito d’imposta ricerca e sviluppo: onere della prova e notifiche PEC

Il credito d’imposta ricerca e sviluppo è uno strumento fondamentale per l’innovazione aziendale, ma la sua fruizione è soggetta a rigorosi controlli. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione analizza i confini tra la semplice comunicazione telematica e la notifica formale, definendo chiaramente chi debba dimostrare l’effettività degli investimenti in caso di contestazione.

Il caso: attività di ricerca o semplice copiatura?

Una società operante nel settore dell’impiantistica ha utilizzato in compensazione ingenti somme derivanti da presunte attività di ricerca e sviluppo svolte tra il 2017 e il 2019. L’Agenzia delle Entrate, a seguito di un controllo, ha emesso atti di recupero sostenendo che la documentazione prodotta fosse una mera riproduzione di lavori universitari preesistenti. Dopo un iniziale successo della società in primo grado, la Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado ha ribaltato il verdetto, confermando la legittimità del recupero fiscale.

La questione della notifica via PEC

Uno dei punti centrali del contenzioso riguardava la tempestività dell’appello dell’Ufficio. La società sosteneva che l’appello fosse tardivo poiché aveva inviato le sentenze di primo grado via PEC all’Agenzia mesi prima. Tuttavia, tale invio era avvenuto con modalità informali, finalizzate esclusivamente a richiedere lo sgravio delle cartelle esattoriali, senza rispettare i requisiti della Legge 53/1994 sulla notificazione telematica.

La validità della notifica telematica

La Cassazione ha chiarito che non ogni messaggio di posta elettronica certificata è idoneo a far decorrere il termine breve di sessanta giorni per l’impugnazione. Per attivare tale termine, la notifica deve contenere nell’oggetto la dizione specifica prevista dalla legge e deve essere accompagnata dalla relazione di notificazione su documento informatico separato. In assenza di questi elementi, l’invio della sentenza resta una mera comunicazione che non pregiudica il diritto dell’altra parte di impugnare nei termini ordinari (cosiddetto termine lungo).

Le motivazioni

La Corte ha fondato la decisione sulla distinzione tra l’onere probatorio generale dell’amministrazione e quello specifico del contribuente in materia di agevolazioni. Sebbene l’art. 7, comma 5-bis del d.lgs. 546/1992 imponga all’Ufficio di provare le violazioni contestate, tale norma non esonera il contribuente dal dimostrare i fatti costitutivi del diritto a un beneficio fiscale. Nel caso del credito d’imposta ricerca e sviluppo, l’amministrazione può avvalersi di presunzioni semplici, come l’inattendibilità della documentazione tecnica o la sproporzione del personale coinvolto. Una volta che l’Ufficio fornisce indizi gravi, precisi e concordanti sulla fittizietà dei costi, spetta all’impresa fornire la prova contraria dell’effettivo svolgimento dell’attività innovativa.

Le conclusioni

Il ricorso della società è stato rigettato con la conferma della condanna al recupero del credito d’imposta ricerca e sviluppo. La sentenza sottolinea l’importanza della certezza del diritto nelle procedure di notifica, che non possono essere affidate all’apprezzamento soggettivo delle parti ma devono seguire schemi legali rigidi. Per le imprese, la lezione è chiara: la regolarità formale della documentazione non basta se non è supportata dall’effettività sostanziale dell’investimento. La mancanza di prove concrete sull’originalità della ricerca espone l’azienda a pesanti sanzioni e al recupero integrale delle somme compensate, oltre alla condanna per lite temeraria in caso di ricorsi infondati.

Quando una PEC fa decorrere il termine breve per l’appello?
La notifica via PEC fa decorrere il termine breve solo se rispetta i requisiti della Legge 53/1994, inclusa la dizione specifica nell’oggetto e la relazione di notifica separata.

Chi deve provare l’effettività della ricerca e sviluppo?
Spetta al contribuente dimostrare la sussistenza dei requisiti per il beneficio fiscale, specialmente se l’Ufficio fornisce indizi sulla fittizietà dei costi.

Cosa accade se la documentazione tecnica è una copiatura?
L’Agenzia delle Entrate può ritenere i costi inattendibili e recuperare il credito d’imposta, poiché la mera apparenza documentale non prova l’attività svolta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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