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Costi soggettivamente inesistenti: deducibilità IRES

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10874/2024, ha stabilito un importante principio sui costi soggettivamente inesistenti. I costi, se effettivamente sostenuti, sono deducibili ai fini delle imposte dirette (IRES/IRAP), anche se il fornitore è una società fittizia. Al contrario, la detrazione dell’IVA è negata se il contribuente non ha usato la necessaria diligenza per verificare l’affidabilità del fornitore, cadendo così in un’operazione fraudolenta.

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Pubblicato il 6 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Costi soggettivamente inesistenti: quando sono deducibili?

La gestione dei costi soggettivamente inesistenti rappresenta una delle questioni più complesse nel diritto tributario. Un’azienda può trovarsi a sostenere spese per servizi reali, ricevendo però una fattura da un’impresa fittizia o ‘cartiera’. Con l’ordinanza n. 10874 del 23 aprile 2024, la Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti fondamentali, tracciando una netta distinzione tra la deducibilità di tali costi ai fini delle imposte dirette (IRES e IRAP) e la detraibilità dell’IVA.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine da un avviso di accertamento notificato dall’Agenzia delle Entrate a una società a responsabilità limitata. L’Ufficio contestava l’indeducibilità di alcuni costi relativi a lavori di demolizione e sgombero, sostenendo che fossero riconducibili a operazioni soggettivamente inesistenti.

In pratica, i lavori erano stati effettivamente eseguiti, ma la società appaltatrice che aveva emesso la fattura era risultata priva di una reale struttura operativa: non aveva dipendenti dichiarati, non presentava dichiarazioni dei redditi da anni e la sua sede legale era un casolare diroccato. Le corti di merito avevano dato ragione all’Amministrazione Finanziaria, negando alla società contribuente il diritto di dedurre i costi e detrarre la relativa IVA.

La Decisione della Cassazione sui Costi Soggettivamente Inesistenti

La Suprema Corte ha ribaltato parzialmente la decisione, operando una distinzione cruciale tra le imposte sui redditi e l’Imposta sul Valore Aggiunto.

La Deducibilità ai Fini IRES e IRAP

Per quanto riguarda le imposte dirette, la Cassazione ha affermato che i costi soggettivamente inesistenti sono deducibili. Il principio si basa sull’articolo 14, comma 4-bis, della legge n. 537/1993, che ha efficacia retroattiva in senso favorevole al contribuente (in bonam partem).

Secondo la Corte, se un costo è stato effettivamente sostenuto e soddisfa i requisiti di effettività, inerenza, competenza e certezza, esso può essere dedotto dal reddito d’impresa. Questo diritto sussiste anche se l’acquirente era consapevole del carattere fraudolento dell’operazione, a meno che i costi non siano direttamente utilizzati per commettere un delitto non colposo. L’elemento chiave è la realtà economica del costo, non l’identità formale di chi ha emesso la fattura.

La Detraibilità dell’IVA: Un Principio Diverso

La conclusione è opposta per l’IVA. La Corte ha confermato che la detrazione dell’imposta non è ammessa in caso di operazioni soggettivamente inesistenti. In materia di IVA, non rileva solo l’effettività dell’operazione, ma anche la buona fede del contribuente.

L’Amministrazione Finanziaria ha l’onere di provare non solo la fittizietà del fornitore, ma anche che il destinatario della fattura sapeva, o avrebbe dovuto sapere usando l’ordinaria diligenza, che l’operazione faceva parte di una frode. Tale prova può essere fornita anche attraverso presunzioni, come nel caso di specie.

Le Motivazioni della Corte

La Corte ha motivato questa doppia soluzione basandosi sulla diversa natura dei tributi. Le imposte sui redditi colpiscono una ricchezza effettiva; pertanto, un costo realmente sostenuto deve poter ridurre la base imponibile. Negare la deducibilità di un costo certo ed esistente significherebbe tassare un reddito fittizio, superiore a quello reale.

L’IVA, invece, è un’imposta neutrale per le imprese, basata su un sistema di detrazioni che richiede la massima trasparenza e correttezza formale per funzionare. La partecipazione, anche solo colpevole (cioè per mancanza di diligenza), a un sistema fraudolento interrompe questa neutralità e fa venir meno il diritto alla detrazione. Nel caso analizzato, gli indizi raccolti (fornitore senza struttura, senza dipendenti, con sede in un rudere) erano sufficienti a dimostrare che la società contribuente non aveva agito con la doverosa cautela richiesta a un operatore economico accorto, e quindi non poteva beneficiare della detrazione IVA.

Conclusioni

L’ordinanza della Cassazione offre un insegnamento prezioso per le imprese. I costi soggettivamente inesistenti, se reali e documentati, sono deducibili ai fini IRES/IRAP. Tuttavia, la stessa disinvoltura non è concessa per l’IVA. Per garantirsi il diritto alla detrazione, è fondamentale per ogni azienda adottare procedure di verifica e controllo sull’affidabilità dei propri fornitori. Ignorare segnali di allarme evidenti può costare caro, trasformando un’operazione commercialmente valida in una pesante passività fiscale.

I costi per operazioni soggettivamente inesistenti sono deducibili ai fini delle imposte dirette (Ires/Irap)?
Sì, secondo la Corte di Cassazione, tali costi sono deducibili a condizione che siano stati effettivamente sostenuti e rispettino i principi di effettività, inerenza, competenza e certezza. La deducibilità è ammessa anche se l’acquirente era consapevole del carattere fraudolento dell’operazione, salvo che i costi non siano legati a un delitto non colposo.

L’IVA relativa a fatture per operazioni soggettivamente inesistenti è detraibile?
No, la detrazione dell’IVA non è ammessa se il contribuente era a conoscenza della frode o avrebbe dovuto esserlo usando l’ordinaria diligenza. La partecipazione, anche solo per negligenza, a un’operazione inserita in un contesto di evasione fiscale fa perdere il diritto alla detrazione.

Chi deve provare la malafede del contribuente per negare la detrazione IVA?
L’onere della prova spetta all’Amministrazione Finanziaria. Essa deve dimostrare, anche tramite presunzioni semplici, non solo che il fornitore era fittizio, ma anche che il destinatario della fattura era consapevole o avrebbe dovuto essere consapevole della frode. Una volta fornita questa prova, spetta al contribuente dimostrare di aver adottato ogni misura ragionevole per evitarla.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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