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Concorso del terzo: la Cassazione chiarisce i limiti

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23229/2024, stabilisce che il principio di responsabilità esclusiva della società per sanzioni fiscali non esclude il concorso del terzo. Un consulente può essere sanzionato se partecipa all’illecito per un vantaggio autonomo, andando oltre il compenso professionale. La sentenza chiarisce la relazione tra l’art. 7 del D.L. 269/2003 e l’art. 9 del D.Lgs. 472/1997, rimandando al giudice di merito la valutazione dei fatti.

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Pubblicato il 16 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Concorso del terzo: quando il professionista risponde dell’illecito fiscale della società

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 23229 del 28 agosto 2024, ha affrontato un tema cruciale in materia di sanzioni tributarie: la responsabilità del professionista esterno che partecipa a un illecito fiscale commesso da una società di capitali. La decisione chiarisce che il principio di responsabilità esclusiva dell’ente non sempre scagiona il consulente, delineando i confini del concorso del terzo e le condizioni per la sua sanzionabilità. Analizziamo i dettagli di questa importante pronuncia.

I Fatti di Causa

Il caso nasce da un accertamento dell’Agenzia delle Entrate che aveva irrogato sanzioni per violazioni IVA e IRAP a una professionista, legale rappresentante di una società di elaborazione dati. L’accusa era di aver partecipato attivamente a una complessa frode fiscale, attuata tramite un consorzio e diverse società cooperative, finalizzata all’ottenimento di vantaggi economici illeciti attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Mentre la Commissione Tributaria Provinciale aveva inizialmente confermato le sanzioni, la Commissione Tributaria Regionale le aveva annullate. Il giudice d’appello aveva infatti ritenuto applicabile l’art. 7 del D.L. 269/2003, secondo cui le sanzioni amministrative relative a società con personalità giuridica gravano esclusivamente sulla persona giuridica stessa, escludendo così la responsabilità di consulenti o amministratori. L’Agenzia delle Entrate ha quindi proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che tale interpretazione escludesse erroneamente l’applicabilità dell’istituto del concorso di persone nell’illecito.

La Questione Giuridica: il concorso del terzo

La questione centrale sottoposta alla Corte era se la norma che concentra la responsabilità sanzionatoria sulla società (art. 7 del D.L. 269/2003) abbia di fatto abrogato la possibilità di sanzionare un soggetto terzo (come un consulente) che abbia concorso alla realizzazione dell’illecito, secondo quanto previsto dall’art. 9 del D.Lgs. 472/1997.

In sostanza, si trattava di stabilire se il perimetro di applicazione delle due norme fosse sovrapponibile, con la conseguenza che, in presenza di una società di capitali, l’unico soggetto sanzionabile fosse sempre e comunque l’ente, oppure se le due discipline potessero coesistere, avendo ambiti di applicazione distinti.

Le Motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, fornendo una lettura coordinata e non abrogativa delle norme in questione. Gli Ermellini hanno chiarito che l’art. 7 e l’art. 9 operano su piani differenti.

L’art. 7 del D.L. 269/2003 regola il rapporto ‘interno’ alla società, identificando nell’ente, e non più nel suo legale rappresentante o amministratore, il soggetto passivo della sanzione. Questa norma ha superato il precedente regime di responsabilità solidale. Tuttavia, la sua ratio è quella di colpire il soggetto che beneficia effettivamente della violazione, cioè la società.

L’art. 9 del D.Lgs. 472/1997, invece, disciplina il fenomeno del concorso del terzo, ovvero la partecipazione di più soggetti, anche esterni all’ente, alla consumazione di un unico illecito. La Corte ha affermato che questa norma non è stata intaccata dall’introduzione dell’art. 7. Escludere la sua applicazione significherebbe negare il principio generale secondo cui un illecito può avere una pluralità di autori, il che sarebbe irragionevole.

Perché il concorso del terzo sia configurabile e sanzionabile, è però necessaria una condizione precisa: il terzo deve aver tenuto una condotta finalizzata al raggiungimento di un autonomo beneficio, un quid pluris che va oltre il semplice corrispettivo per la sua prestazione professionale. Non basta, quindi, che il consulente presti la sua opera; è necessario che egli condivida la finalità illecita per perseguire un vantaggio specifico e distinto da quello della società. Questo si verifica, ad esempio, quando il professionista agisce come ‘suggeritore interessato’, ideatore dell’operazione evasiva o mediatore per il raggiungimento di benefici non spettanti.

Conclusioni

La Corte di Cassazione ha enunciato il seguente principio di diritto: «In tema di sanzioni amministrative relative al rapporto tributario, la ratio che giustifica ai sensi dell’art. 7, d.l. n. 269 del 2003 […] l’applicazione della sanzione alla sola società dotata di personalità giuridica non esclude il concorso del terzo nella condotta illecita, quando essa si concretizzi in una compartecipazione interessata e autonoma al perseguimento di finalità illecite, con conseguente applicazione nei suoi confronti dell’art. 9 del d.lgs. n. 472 del 1997».

Di conseguenza, la sentenza della Commissione Regionale è stata cassata con rinvio. Il nuovo giudice dovrà riesaminare il caso attenendosi a questo principio, verificando in concreto se la condotta della professionista si sia limitata a una prestazione professionale o se abbia integrato una partecipazione attiva e interessata all’illecito, finalizzata a un vantaggio proprio. Questa decisione riafferma un principio di responsabilità fondamentale, impedendo che lo schermo della personalità giuridica possa diventare un’area di impunità per i professionisti che contribuiscono attivamente alle frodi fiscali.

Un consulente esterno può essere sanzionato per un illecito fiscale commesso da una società sua cliente?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, la responsabilità esclusiva della società non esclude la sanzionabilità del consulente che abbia concorso all’illecito. Tuttavia, è necessario dimostrare che il professionista abbia agito per ottenere un vantaggio autonomo e distinto dal semplice compenso professionale.

Cosa si intende per ‘compartecipazione interessata e autonoma’ del terzo nell’illecito?
Significa che il terzo non si è limitato a svolgere le sue tipiche funzioni professionali, ma ha condiviso attivamente lo scopo illecito della società per ottenere un beneficio personale. Ad esempio, agendo come ideatore dello schema fraudolento, mediatore o ‘suggeritore interessato’, perseguendo vantaggi che vanno oltre il corrispettivo della sua prestazione.

La regola che le sanzioni fiscali sono solo a carico della società (art. 7 D.L. 269/2003) è stata cancellata?
No, la regola non è stata cancellata. La Corte ha chiarito che tale norma continua a valere per identificare il soggetto passivo principale della sanzione (la società al posto dei suoi amministratori). Tuttavia, essa non impedisce l’applicazione di un’altra norma, quella sul concorso di persone (art. 9 D.Lgs. 472/1997), che permette di sanzionare anche i soggetti esterni che hanno contribuito all’illecito in modo autonomo e interessato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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