Sentenza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 30715 Anno 2025
Civile Sent. Sez. 5 Num. 30715 Anno 2025
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data pubblicazione: 21/11/2025
NOME RIMBORSO – IRES 2005.
SENTENZA
sul ricorso iscritto al n. 34054/2019 R.G. proposto da: RAGIONE_SOCIALE, in persona del Direttore protempore, domiciliata in Roma, INDIRIZZO, presso l’Avvocatura Generale dello Stato dalla quale è rappresentata e difesa ex lege ,
-ricorrente –
contro
RAGIONE_SOCIALE, in persona del legale rappresentante protempore, rappresentata e difesa dagli AVV_NOTAIOti NOME AVV_NOTAIO NOME AVV_NOTAIO in virtù di procura speciale a margine del controricorso,
-controricorrente – avverso la sentenza della Commissione Tributaria di secondo grado di RAGIONE_SOCIALE n. 41/2019, depositata il 20 giugno 2019;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10 settembre 2025 dal AVV_NOTAIO; viste le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del AVV_NOTAIO. procAVV_NOTAIO, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
uditi l’AVV_NOTAIO dello Stato NOME COGNOME per l’RAGIONE_SOCIALE, e l’AVV_NOTAIO per la RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE s.p.a.;
FATTI DI CAUSA
RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE, in qualità di incorporante la RAGIONE_SOCIALE, cessionaria -giusta scrittura privata del 21 dicembre 2007, autenticata e ritualmente registrata – di un credito per rimborso di ritenute fiscali applicate , per l’anno d’imposta 2005, dagli istituti di credito sugli interessi attivi maturati sui depositi bancari nel corso della procedura fallimentare della RAGIONE_SOCIALE (fallimento dichiarato l’8 febbraio 1996 dal Tribunale di RAGIONE_SOCIALE, e dichiarato chiuso con decreto dell’11 febbraio 2008) , in data 22 ottobre 2011 notificava l’avvenuta cessione all’RAGIONE_SOCIALE e, successivamente, in data 26 febbraio 2013, presentava istanza di sollecito di rimborso in via amministrativa.
RAGIONE_SOCIALE , con provvedimento n. 69828/2015 prot., notificato il 15 dicembre 2015, rigettava la richiesta di rimborso.
Avverso tale diniego la RAGIONE_SOCIALE proponeva ricorso dinanzi alla Commissione Tributaria di primo grado di RAGIONE_SOCIALE la quale, con sentenza n. 171/2018, depositata il 13 novembre 2018, lo accoglieva, ordinando il rimborso richiesto.
Interposto gravame dall’RAGIONE_SOCIALE , la Commissione Tributaria di secondo grado di RAGIONE_SOCIALE, con sentenza n. 41/2019, pronunciata il 31 maggio 2019 e depositata in segreteria il 20 giugno 2019, rigettava l’appello, confermando la sentenza di primo grado e compensando le spese di lite.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’RAGIONE_SOCIALE, sulla base di tre motivi (ricorso notificato il 7 novembre 2019).
RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE resiste con controricorso.
Con ordinanza interlocutoria n. 29526 del 24 ottobre 2023 è stata disposta la trattazione della causa in pubblica udienza.
Con decreto presidenziale del 14 aprile 2025 è stata quindi fissata la discussione del ricorso dinanzi a questa sezione per la pubblica udienza del 10 settembre 2025.
La controricorrente ha depositato memoria.
All’udienza suddetta sono comparsi i procuratori RAGIONE_SOCIALE parti, che hanno concluso come da verbale in atti.
Il Pubblico Ministero ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
RAGIONI DELLA DECISIONE
Il ricorso in esame è affidato, come si è detto, a tre motivi.
1.1. Con il primo motivo l’RAGIONE_SOCIALE deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 183, comma 2, d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (testo unico RAGIONE_SOCIALE imposte sui redditi) e dell’art. 5, comma 4, del d.P.R. 22 luglio 1998, n. 322, in relazione all’art. 360, comma 1, num. 3), c.p.c.
Rileva, in particolare, che erroneamente la Corte di secondo grado aveva riconosciuto la debenza del rimborso richiesto, in
quanto la dichiarazione dei redditi con la quale era stato richiesto il rimborso era stata presentata prima della chiusura della procedura, nel mentre solo dopo la chiusura del fallimento sarebbe stato possibile presentare la dichiarazione dei redditi relativamente al c.d. maxi-periodo fallimentare (e cioè il periodo dalla data di apertura alla data di chiusura del fallimento), con la conseguenza che, fino alla stessa chiusura del fallimento il credito relativo alle ritenute opeRAGIONE_SOCIALE nel corso della procedura non poteva considerarsi né certo, né liquido ed esigibile.
1.2. Con il secondo motivo di ricorso l’RAGIONE_SOCIALE eccepisce violazione e falsa applicazione dell’art. 43 -bis del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360, comma 1, num. 3), c.p.c.
Evidenzia la ricorrente che, nel caso di specie, la Corte territoriale aveva erroneamente ritenuto legittima la cessione del credito alla RAGIONE_SOCIALE (poi incorporata nella RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE s.p.a.), in quanto tale credito era già stato oggetto di cessione alla società RAGIONE_SOCIALE, per cui la successiva cessione alla RAGIONE_SOCIALE era da considerare inefficace, in quanto realizzata in violazione del divieto di doppia cessione previsto dal citato art. 43bis , comma 1, d.P.R. n. 602/1973.
1.3. Con il terzo motivo di ricorso, infine, viene eccepito, in via subordinata, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360, comma 1, num. 5), c.p.c.
Rileva, in particolare, l’RAGIONE_SOCIALE che la C.T. di secondo grado aveva omesso di considerare che non era
possibile esperire una procedura di rimborso prima della chiusura del fallimento, che nel caso di specie si verteva in una ipotesi di sub-cessione del credito vietata ex art. 43bis d.P.R. n. 602/1973 e che l’RAGIONE_SOCIALE aveva, in ogni caso, contestato la sussistenza del credito, in quanto risultava omessa la dichiarazione dei redditi a conclusione della procedura fallimentare.
Così delineati i motivi di ricorso, la Corte osserva quanto segue.
2.1. Il primo motivo è infondato.
L’RAGIONE_SOCIALE ritiene che, poiché il credito in questione risulta da una dichiarazione dei redditi relativa al c.d. maxi-periodo fallimentare presentata dal curatore del RAGIONE_SOCIALE prima della chiusura del fallimento, tale credito non sarebbe certo, liquido ed esigibile, in quanto tale dichiarazione avrebbe potuto essere presentata soltanto successivamente alla chiusura della procedura concorsuale.
Orbene, è noto che l’art. 183, comma 2, d.P.R. n. 917/1986 prevede, in caso di fallimento (ora liquidazione giudiziale) o di liquidazione coatta amministrativa un unico periodo d’imposta, intercorrente tra l’inizio e la chiusura del procedimento concorsuale ed anche se vi è stato esercizio provvisorio.
L’art. 5, comma 4, d.P.R. n. 322/1998, a sua volta, nel testo vigente ratione temporis prevede che «nei casi di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa, le dichiarazioni di cui al comma 1 sono presentate, anche se si tratta di imprese individuali, dal curatore o dal commissario liquidatore (…) entro l’ultimo giorno del settimo mese successivo a quello,
rispettivamente, della nomina del curatore e del commissario liquidatore, e della chiusura del fallimento e della liquidazione».
Quest’ultima norma indica, tuttavia, solo il termine ultimo entro cui le dichiarazioni di inizio e fine procedura devono essere presentate, ma ciò non esclude che tali dichiarazioni, in particolare quella finale, possano essere presentate anche prima. La disposizione in esame usa infatti l’espressione «entro l’ultimo giorno» , che sta ad indicare, appunto, il limite temporale non superabile, senza aggiungere «e non prima di» o formule analoghe, che individuerebbero la volontà di fissare un termine prima del quale non sarebbe possibile presentare la dichiarazione.
In questo senso, peraltro, è la giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale «in caso di fallimento la dichiarazione dei redditi relativa allo stato finale della procedura, riguardante il periodo d’imposta compreso tra l’inizio e la chiusura della medesima, deve essere presentata, ai sensi dell’art. 10, quarto comma, del d.P.R. n. 600 del 1973, abrogato a decorrere dal 22 settembre 1998 (dall’art. 9, comma nono, d.P.R. n. 322 del 1998) ma applicabile ratione temporis , entro quattro mesi dalla chiusura del fallimento. Tale adempimento del curatore, che presuppone il compimento di tutte le operazioni, necessarie alla definizione dei rapporti giuridico – economici facenti capo al fallimento, in mancanza di una espressa previsione di legge che lo vieti e in considerazione del fatto che l’art. 10, comma quarto, si limita solo a prevedere il termine ultimo, ma non anche quello iniziale per ottemperarvi, deve ritenersi adempiuto in modo legittimo ed efficace anche prima della formale chiusura della procedura, ai sensi dell’art. 119 della
legge fallimentare, quando sussista o una specifica esigenza della procedura o un oggettivo interesse della massa dei creditori e, da un lato, siano stati definiti tutti i rapporti pendenti e, dall’altro, siano noti al curatore tutti gli elementi che compongono il reddito da dichiarare. In caso di omissioni o di incompletezze della dichiarazione, infatti, compete sempre all’RAGIONE_SOCIALE finanziario, sulla base dei poteri di accertamento riconosciutigli dalla legge, di controllare la dichiarazione dei redditi finale, presentata dal curatore del fallimento» (Cass. 1° luglio 2003, n. 10349).
Ne consegue, pertanto, che è ben possibile presentare la dichiarazione dei redditi relativamente al c.d. maxi-periodo fallimentare (ora riguardante la procedura di liquidazione giudiziale, a seguito dell’entrata in vigore del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza) anche prima della chiusura della procedura, purché siano stati definiti tutti i rapporti pendenti, e siano noti al curatore tutti gli elementi che compongono il reddito da dichiarare. Non è possibile, pertanto, presentare una dichiarazione parziale, che valga solo per una parte del ‘maxi -periodo’, per poi integrarla alla fine di detto periodo con una nuova dichiarazione, ove vengano in essere nuovi presupposti impositivi.
Nel caso di specie, è pacifico ed incontestato che il curatore del fallimento RAGIONE_SOCIALE, conclusa l’attività liquidatoria, in data 30 novembre 2006 ha cessato la partita IVA, ed ha presentato la dichiarazione dei redditi il successivo 4 giugno 2007, data in cui erano ultimate tutte le operazioni ed eseguito anche il riparto finale, e quindi si erano già definiti tutti i rapporti attivi e passivi afferenti al fallimento. Ciò riguarda
anche il credito acquistato dalla RAGIONE_SOCIALE (ora RAGIONE_SOCIALE), in quanto il rapporto di credito da cui sono scaturite le ritenute oggetto di cessione era terminato il 31 dicembre 2006.
Peraltro, l’RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE non deduce che, alla fine del maxi-periodo concorsuale, sia emersa una situazione diversa da quella denunziata con la dichiarazione dei redditi presentata il 4 giugno 2007, dove si indicavano perdite di € 22.373.099,00, ed il credito IRES di € 273.130,00 oggetto di causa. L’Amministrazione finanziaria deduce che alla chiusura del fallimento la CuRAGIONE_SOCIALEla presentò una nuova dichiarazione ModNUMERO_DOCUMENTO, ma aggiunge che in essa la situazione era invariata, e quindi non emergeva un reddito della procedura, ma anzi un ulteriore credito di € 23 .756,00, da utilizzare in compensazione.
Ne consegue che correttamente la C.T. di secondo grado ha ritenuto sussistente il credito, in quanto risultante dalla dichiarazione legittimamente presentata dal curatore, e documentato dalla lettera del 28 luglio 2007, con la quale la RAGIONE_SOCIALE Popolare di RAGIONE_SOCIALE certificava che sul libretto a risparmio intestato alla procedura del fallimento RAGIONE_SOCIALE, fino al 31 dicembre 2006 erano stati corrisposti interessi lordi per complessivi € 1.013.462,89, e applicate ritenute fiscali per complessivi € 273.130,00.
Trattasi pertanto di credito che avrebbe potuto certamente essere oggetto di cessione, in quanto sorto in esito e per effetto del compimento RAGIONE_SOCIALE attività di liquidazione da parte del curatore della procedura, e come tale era certo, liquido ed esigibile. Non a caso, è stato affermato che «in tema di
circolazione dei crediti RAGIONE_SOCIALE procedure concorsuali, posto che il credito Ires da eccedenza di imposta versata a titolo di ritenuta d’acconto nasce in esito e per effetto del compimento RAGIONE_SOCIALE attività di liquidazione, di modo che la dichiarazione concernente il maxiperiodo concorsuale comporta soltanto la rilevazione di un credito già sorto, valida ed efficace tra cedente e cessionario è la cessione di quel credito operata dal commissario liquidatore di una società sottoposta a liquidazione coatta amministrativa antecedentemente alla cessazione della procedura, benché non rispondente ai requisiti formali stabiliti dal regolamento sulla contabilità generale dello Stato; laddove il contratto stipulato dopo la cessazione della procedura, che risponda a quei requisiti, si traduce in una riproduzione contrattuale, la quale costituisce un adempimento dovuto, funzionale a consentire al cessionario di far valere nei confronti del fisco il credito che gli è stato ceduto» (Cass., sez. un., 4 febbraio 2021, n. 2608).
2.2. Anche il secondo motivo è infondato.
L’RAGIONE_SOCIALE censura la sentenza d’appello, in quanto avrebbe ritenuta legittima la cessione in esame, nonostante si versasse in ipotesi di c.d. sub-cessione, vietata dall’art. 43 -bis d.P.R. n. 602/1973.
Tuttavia, come correttamente accertato dalla Corte RAGIONE_SOCIALE di secondo grado, la prima cessione del credito, autorizzata dal Giudice delegato del fallimento RAGIONE_SOCIALE, non si era mai perfezionata, poiché l’atto di cessione, stipulato il 6 giugno 2007, non è mai stato notificato all’RAGIONE_SOCIALE nelle forme prescritte dal citato art. 43bis d.P.R. n. 602/1973.
Come è noto, ai fini del trasferimento del credito fiscale la notifica ha efficacia costitutiva, di talché, in mancanza di tale adempimento, la cessione non si perfeziona, e non è opponibile all’Erario (art. 69 R.D. 18 novembre 1923, n. 2440). L’art.43 -bis , comma 1, d.P.R. n. 602/1973 prevede l’applicabilità degli artt. 69 e 70 del R.D. n. 2440/1923 alle cessioni dei crediti d’imposta, per cui la notifica all’RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE è un elemento necessario per il perfezionamento del contratto.
Stante quindi l’inefficacia, nei confronti dell’E rario, della prima cessione, successivamente, con scrittura privata del 21 dicembre 2007, il curatore del fallimento ha ceduto nuovamente il credito alla RAGIONE_SOCIALE (poi incorporata in RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE), e tale cessione è stata regolarmente notificata all’RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE.
Nel caso di specie, pertanto, non vi è stata una sub-cessione del credito da parte del cessionario, ma una cessione sempre da parte dell’originario cedente, una volta appurato che la prima cessione era inefficace. Ne consegue che l’unico atto di cessione valido ed efficace è quello concluso con RAGIONE_SOCIALE, poi incorporata nella banca controricorrente.
2.3. Il terzo motivo di ricorso è invece inammissibile.
Va innanzitutto rilevato che, nel caso di specie, si verte in un’ipotesi di ‘doppia conforme’ , in quanto il ricorso è stato accolto in primo grado, con decisione confermata in grado di appello, per cui non è ammissibile la denuncia per i motivi di cui al n. 5) del primo comma dell’art. 360 c.p.c. (art. 360, comma 4, c.p.c.; in precedenza art. 348ter , comma 5, c.p.c.)
In ogni caso, l a ricorrente lamenta l’omesso esame di tre fatti asseritamente decisivi, e cioè: a ) il primo fatto riguarderebbe
la mancanza di indagine «sulla decisiva circostanza della individuazione del momento in cui i crediti IRES possono emergere»; b ) il s econdo fatto riguarda l’omesso esame della circostanza che vi sarebbe stata una cessione dalla prima cessionaria RAGIONE_SOCIALE alla RAGIONE_SOCIALE (poi RAGIONE_SOCIALE, e nell’atto notificato all’RAGIONE_SOCIALE appariva estranea; c ) il terzo fatto, il cui esame sarebbe stato omesso dalla C.T. di secondo grado, riguarda l’avvenuta contestazione del credito da parte d ell’RAGIONE_SOCIALE.
Orbene, è noto che è censurabile ai sensi del n. 5) del primo comma dell’art. 360 c.p.c. soltanto l’omesso esame di un fatto storico controverso, che sia stato oggetto di discussione e che sia decisivo; di contro, non è più consentito impugnare la sentenza per criticare la sufficienza del discorso argomentativo a giustificazione della decisione adottata sulla base degli elementi fattuali acquisiti e ritenuti dal giudice di merito determinanti ovvero scartati in quanto non pertinenti o recessivi (Cass. 31 gennaio 2017, n. 2474).
Per ‘ fatto decisivo ‘ deve intendersi innanzitutto un fatto (inteso nella sua accezione storico-fenomenica e, quindi, non un punto o un profilo giuridico) principale o secondario, che sia processualmente esistente, in quanto allegato in sede di merito dalle parti ed oggetto di discussione tra le parti, che risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e se preso in considerazione avrebbe determinato una decisione diversa (Cass. 13 aprile 2017, n. 9637).
Pertanto, non costituiscono ‘fatti’ suscettibili di fondare il vizio ex art. 360, comma 1, num. 5, c.p.c. le argomentazioni o deduzioni difensive, il cui omesso esame non è dunque
censurabile in Cassazione ai sensi del n. 5 dell’art. 360 (Cass. 13 aprile 2021, n. 9637), né costituiscono ‘fatti storici’ le singole questioni decise dal giudice di merito, né i singoli elementi di un accadimento complesso, comunque apprezzato, né le mere ipotesi alternative (Cass. 31 marzo 2022, n. 10525).
Pacifica, poi, l’applicabilità della norma al processo tributario (così Cass., sez. un., 7 aprile 2014, n. 8053), questa Corte, in tema di contenzioso tributario, ha ritenuto inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale non si censuri l’omesso esame di un fatto decisivo ma si evidenzi solo un’insufficiente motivazione per non avere la C .T.R. considerato tutte le circostanze della fattispecie dedotta in giudizio (Cass. 28 giugno 2016 n. 13366, in materia di idoneità RAGIONE_SOCIALE dichiarazioni rese da un terzo a fondare la prova, da parte della contribuente, di fatture per operazioni inesistenti).
Orbene, ciò posto, va rilevato che, con riferimento alla mancanza di indagine «sulla decisiva circostanza della individuazione del momento in cui i crediti IRES possono emergere», ed al l’omesso esame della circostanza che vi sarebbe stata una cessione dalla prima cessionaria RAGIONE_SOCIALE alla RAGIONE_SOCIALE (poi RAGIONE_SOCIALE, non si è in presenza di fatti storico-naturalistici, ma di normali argomentazioni difensive, che peraltro sono state oggetto di esame da parte della Corte territoriale.
Anche con riferimento alla questione riguardante l’asserito omesso esame dell’avvenuta contestazione del credito da parte dell’RAGIONE_SOCIALE, si tratta di una argomentazione difensiva, che è
stata ritenuta infondata, avendo la C.T. di secondo grado ritenuto provato e documentato il credito in questione.
Il ricorso in esame, pertanto, deve essere nel complesso rigettato.
Le spese di giudizio seguono la soccombenza della ricorrente, secondo la liquidazione di cui al dispositivo.
Rilevato che risulta soccombente parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato, per essere Amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.
Condanna l’RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE alla rifusione, in favore d ella RAGIONE_SOCIALE RAGIONE_SOCIALE s.p.a., RAGIONE_SOCIALE spese del presente giudizio, che si liquidano in € 10.300,00 per compensi ed € 200,00 per esborsi , oltre 15% per rimborso spese generali, C.A.P. ed I.V.A.
Così deciso in Roma, il 10 settembre 2025.
Il Consigliere est. Il Presidente
(AVV_NOTAIO. NOME COGNOME) (AVV_NOTAIO. NOME COGNOME)