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Canone sostitutivo: serve il regolamento comunale

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32047/2023, ha stabilito che per la sostituzione dell’imposta comunale sulla pubblicità con il nuovo canone sostitutivo (CIMP) non è sufficiente una previsione programmatica in un Piano Generale degli Impianti. È necessaria l’adozione di un apposito regolamento comunale. In assenza di tale atto, continua ad applicarsi la vecchia imposta (ICP) e l’avviso di accertamento emesso dal Comune per il recupero di quest’ultima è legittimo. La mera intenzione dell’ente non è sufficiente a modificare il regime tributario.

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Pubblicato il 21 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Canone Sostitutivo: Senza Regolamento Comunale si Applica la Vecchia Imposta

La Corte di Cassazione, con una recente sentenza, ha affrontato un’importante questione in materia di tributi locali, chiarendo che la volontà di un Comune di introdurre il canone sostitutivo dell’imposta sulla pubblicità deve essere formalizzata attraverso un atto specifico, non potendo desumersi da un semplice piano generale. Questa pronuncia offre un principio fondamentale sulla certezza del diritto nei rapporti tra Fisco e contribuente.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine da un avviso di accertamento emesso da un Comune nei confronti di una società specializzata in pubblicità esterna. L’ente locale richiedeva il pagamento dell’imposta comunale sulla pubblicità (ICP) e del canone di occupazione per l’anno 2015.

La società contribuente si era opposta, sostenendo che il Comune, attraverso l’adozione di un Piano Generale degli Impianti (PGI) anni prima, avesse di fatto sostituito l’ICP con il nuovo canone per l’installazione di mezzi pubblicitari (CIMP), previsto dall’art. 62 del D.Lgs. n. 446/1997. Di conseguenza, la società aveva versato il tributo in autoliquidazione secondo le modalità del nuovo canone.

La Commissione tributaria regionale aveva dato ragione alla società, annullando l’avviso di accertamento. Secondo i giudici di secondo grado, il Comune aveva manifestato la volontà di adottare il nuovo regime e non aveva provato che l’importo versato dalla società fosse inferiore a quello dovuto sulla base della legge. Di fronte a questa decisione, il Comune ha presentato ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte di Cassazione sul canone sostitutivo

La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Comune, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado per una nuova valutazione. Il punto centrale della decisione è la netta distinzione tra la volontà programmatica di un ente e l’effettiva adozione di un nuovo regime tributario.

I giudici di legittimità hanno evidenziato una contraddizione nel ragionamento della sentenza di appello: da un lato riconosceva che il Comune non aveva mai adottato gli “atti e le tariffe” per il nuovo canone sostitutivo, dall’altro concludeva che tale canone fosse comunque applicabile.

Le Motivazioni

La Corte ha stabilito che la scelta di un Comune di passare dall’imposta sulla pubblicità (ICP) al canone sostitutivo (CIMP) non può essere implicita o desunta da atti di pianificazione generale come il PGI. L’articolo 62 del D.Lgs. 446/1997 attribuisce ai Comuni la potestà regolamentare di istituire il canone. Questo potere deve essere esercitato attraverso l’adozione di un apposito e specifico regolamento comunale che disciplini tutti gli aspetti del nuovo tributo, comprese le tariffe.

La previsione contenuta nel PGI, che indicava l’intenzione di sostituire l’imposta con un canone, aveva un valore meramente programmatico. Non avendo mai fatto seguito a tale intenzione l’adozione del necessario regolamento istitutivo, la sostituzione non si è mai concretizzata. Di conseguenza, il regime tributario applicabile per l’anno d’imposta in questione rimaneva quello precedente, ovvero l’imposta comunale sulla pubblicità (ICP) disciplinata dal D.Lgs. n. 507/1993.

In assenza di un regolamento che istituisca formalmente il CIMP, non esistono nemmeno i criteri legali per determinarne l’importo. Pertanto, l’avviso di accertamento emesso dal Comune per il recupero dell’ICP era pienamente legittimo.

Le Conclusioni

La sentenza ribadisce un principio cruciale per la certezza dei rapporti tributari: le modifiche ai regimi impositivi richiedono atti formali, chiari e inequivocabili. La semplice manifestazione di un’intenzione in un atto di pianificazione non è sufficiente a innovare l’ordinamento tributario locale. Per i contribuenti, ciò significa che, fino all’adozione di un regolamento specifico, devono continuare a fare riferimento alla normativa preesistente. Per gli Enti locali, la pronuncia è un monito a seguire scrupolosamente l’iter procedurale previsto dalla legge per l’esercizio della propria potestà impositiva, al fine di evitare incertezze e contenziosi.

Un Comune può sostituire l’imposta sulla pubblicità con il canone sostitutivo solo attraverso un Piano Generale degli Impianti?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che la semplice previsione in un piano generale ha solo una valenza programmatica. Per rendere effettivo il canone sostitutivo, è indispensabile l’adozione di uno specifico regolamento comunale che ne disciplini l’applicazione e le tariffe, come previsto dall’art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997.

Se un Comune non adotta il regolamento per il canone sostitutivo, quale tributo si applica alla pubblicità?
In assenza del regolamento che istituisce formalmente il canone sostitutivo, continua ad applicarsi la precedente disciplina, ovvero l’imposta comunale sulla pubblicità (ICP), regolata dal d.lgs. n. 507 del 1993.

Cosa succede se un contribuente paga in autoliquidazione un canone che non è stato formalmente istituito?
Il pagamento non è corretto. L’ente impositore ha il diritto di richiedere il pagamento del tributo effettivamente in vigore (in questo caso, l’imposta sulla pubblicità) tramite un avviso di accertamento, poiché il canone sostitutivo non è mai entrato in vigore a causa della mancata adozione del regolamento attuativo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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