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Canone sostitutivo pubblicità: quando si applica?

Una società ha chiesto il rimborso di somme versate per la pubblicità, ritenendo che un Comune avesse applicato un canone sostitutivo pubblicità (CIMP) superiore ai limiti di legge. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il Comune non aveva mai formalmente istituito il CIMP con l’apposito regolamento. Di conseguenza, rimaneva in vigore il precedente regime, che prevedeva l’applicazione dell’Imposta Comunale sulla Pubblicità (ICP) cumulabile con un canone per l’occupazione di suolo pubblico.

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Pubblicato il 13 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Canone Sostitutivo Pubblicità: l’importanza del regolamento comunale

L’introduzione del canone sostitutivo pubblicità (CIMP) da parte dei Comuni è una facoltà che richiede passaggi formali ben precisi. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito che, in assenza di un apposito regolamento comunale, il canone non può considerarsi istituito e continua ad applicarsi la precedente disciplina dell’imposta sulla pubblicità (ICP). Analizziamo la vicenda per comprendere le implicazioni pratiche per imprese e amministrazioni locali.

I Fatti di Causa

Una società operante nel settore della pubblicità richiedeva a un importante Comune italiano il rimborso di somme che riteneva di aver versato indebitamente per gli anni dal 2009 al 2013. Secondo la società, l’ente locale aveva applicato un canone sostitutivo pubblicità con tariffe superiori ai limiti massimi del 25% previsti dalla legge rispetto alla precedente imposta (ICP). Sia la Commissione Tributaria Provinciale che quella Regionale avevano respinto le richieste della società, sostenendo che il Comune non aveva mai formalmente istituito il CIMP. L’ente aveva, invece, continuato ad applicare l’Imposta Comunale sulla Pubblicità (ICP), maggiorata di un canone per la locazione degli spazi pubblici, una combinazione consentita dalla normativa.

La Disciplina del Canone Sostitutivo Pubblicità

L’articolo 62 del D.Lgs. n. 446/1997 offre ai Comuni la possibilità di sostituire l’imposta comunale sulla pubblicità e i diritti sulle pubbliche affissioni con un canone sostitutivo pubblicità. Questa scelta, tuttavia, non è automatica. La norma postula l’imprescindibile emanazione di un apposito regolamento comunale che disciplini il nuovo canone in conformità ai criteri previsti dalla legge. L’approvazione di altri atti, come il Piano Generale degli Impianti Pubblicitari (PGI), pur essendo rilevante per l’organizzazione degli spazi, non è sufficiente a supplire alla mancanza del regolamento istitutivo. Il PGI è infatti un atto generale non normativo, con una funzione distinta e autonoma, e le eventuali previsioni in esso contenute riguardo al canone hanno un valore meramente programmatico.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando le decisioni dei giudici di merito. Gli Ermellini hanno ribadito un principio fondamentale: la sostituzione dell’ICP con il CIMP richiede un atto formale e specifico, ovvero un regolamento adottato dal Consiglio Comunale. Nel caso di specie, il Comune non aveva mai adottato tale regolamento. Di conseguenza, il canone sostitutivo pubblicità non era mai entrato in vigore nel suo territorio. La pretesa del Comune si fondava, legittimamente, sull’applicazione del regime previgente: l’Imposta Comunale sulla Pubblicità (ICP), secondo le tariffe vigenti ratione temporis. La Corte ha inoltre specificato che l’ICP è cumulabile con la tassa per l’occupazione di spazi pubblici (TOSAP/COSAP) e con il canone concessorio per l’utilizzo di aree pubbliche, senza le limitazioni tariffarie previste invece per il CIMP. La censura della ricorrente, basata su un’errata interpretazione degli atti amministrativi, è stata quindi ritenuta infondata, poiché il presupposto stesso della sua richiesta – l’avvenuta istituzione del CIMP – era inesistente.

Le Conclusioni

La pronuncia consolida un orientamento giurisprudenziale chiaro: per passare dall’imposta sulla pubblicità al canone sostitutivo pubblicità, la volontà programmatica non basta. È indispensabile un atto normativo specifico, il regolamento comunale, che disciplini l’entrata, le tariffe e le modalità applicative. In sua assenza, le imprese devono continuare a versare l’ICP e le eventuali tasse o canoni per l’occupazione di suolo pubblico, senza poter invocare i limiti tariffari previsti per il CIMP. Questa decisione sottolinea l’importanza della certezza del diritto nei rapporti tra contribuente ed ente impositore, ancorando la legittimità della pretesa tributaria alla corretta adozione degli atti normativi previsti dalla legge.

Quando un Comune può sostituire l’imposta sulla pubblicità con il canone sostitutivo (CIMP)?
Un Comune può sostituire l’imposta sulla pubblicità (ICP) con il canone sostitutivo (CIMP) solo dopo aver emanato un apposito regolamento, conforme ai criteri previsti dall’art. 62 del d.lgs. 446/1997, che ne disciplini l’applicazione.

L’approvazione del Piano Generale degli Impianti Pubblicitari (PGI) è sufficiente per istituire il CIMP?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che il PGI è un atto generale non normativo, con funzione autonoma e distinta dal regolamento. La sua approvazione non può supplire alla mancanza del regolamento necessario per istituire il CIMP.

In assenza del regolamento per il CIMP, è legittimo che il Comune applichi sia l’imposta sulla pubblicità (ICP) che un canone per l’occupazione di suolo pubblico?
Sì. Secondo la Corte, in difetto del regolamento istitutivo del CIMP, l’imposta comunale sulla pubblicità (ICP) continua a trovare applicazione ed è cumulabile sia con la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) sia con il canone concessorio per l’uso di spazi pubblici.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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