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Amministratore di fatto: prova e ruolo del socio occulto

La Corte di Cassazione conferma un avviso di accertamento IRPEF a carico di un contribuente, ritenuto amministratore di fatto e socio occulto di una S.r.l. a ristretta base partecipativa. La Suprema Corte ha stabilito che la prova di tale ruolo può basarsi su elementi indiziari, come le dichiarazioni di terzi, e che la presunzione di distribuzione degli utili si applica ai soci effettivi, anche se la loro partecipazione è occulta e la struttura formale della società è fittizia.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Amministratore di fatto: la Cassazione fa il punto su prova e ruolo del socio occulto

L’ordinanza n. 17120/2024 della Corte di Cassazione offre importanti chiarimenti sulla figura dell’amministratore di fatto e sulle sue conseguenze fiscali, specialmente in contesti di società a ristretta base partecipativa. La pronuncia analizza come l’Amministrazione Finanziaria possa provare l’esistenza di un socio e amministratore occulto e applicare la presunzione di distribuzione degli utili, anche quando la struttura societaria formale appare diversa dalla realtà sostanziale.

I Fatti di Causa

Il caso nasce da un avviso di accertamento con cui l’Agenzia delle Entrate recuperava a tassazione, ai fini IRPEF, gli utili di partecipazione che un contribuente avrebbe conseguito da una S.r.l. nell’anno d’imposta 2009. Secondo l’ufficio, il contribuente, insieme a un’altra persona, era l’amministratore e socio di fatto della società, la quale era formalmente amministrata da un’altra persona, risultata essere un mero prestanome.

L’accertamento si basava su un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, che aveva rilevato un’organizzazione finalizzata a creare crediti IVA fittizi attraverso la fornitura di manodopera a imprese edili. Il contribuente aveva impugnato l’avviso, sostenendo di non essere mai stato né socio né amministratore, ma di aver svolto unicamente prestazioni professionali come geometra.

Sia la Commissione tributaria provinciale che quella regionale avevano rigettato i ricorsi del contribuente, confermando la validità dell’accertamento. In particolare, i giudici di merito avevano ritenuto provato il ruolo di amministratore di fatto sulla base delle dichiarazioni di dipendenti e committenti, i quali avevano indicato il ricorrente come la persona che gestiva tutti gli aspetti economici e finanziari dell’azienda, incluso il pagamento degli stipendi. La Commissione regionale aveva inoltre applicato la presunzione di distribuzione degli utili ai soci di fatto, trattandosi di società a ristretta base partecipativa.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, basandolo su tre motivi principali:

1. Violazione di legge sulla figura dell’amministratore di fatto: Si contestava che la qualità di amministratore fosse stata desunta meccanicamente da una precedente sentenza non definitiva e da dichiarazioni di terzi, ritenute meri indizi non supportati da altre prove. Secondo il ricorrente, mancava la prova di un’ingerenza gestoria tipica dell’amministratore, essendo egli solo un referente tecnico per i clienti.
2. Errata valutazione di nuovi documenti: Si lamentava che la Commissione Tributaria Regionale avesse erroneamente ritenuto inammissibili dei documenti prodotti in appello, mentre il processo tributario ne consente la produzione.
3. Inconfigurabilità del socio di fatto in una S.r.l.: Si sosteneva l’erroneità della sentenza nell’affermare la qualità di socio occulto, poiché, secondo la tesi difensiva, la figura del socio di fatto non sarebbe concettualmente applicabile alle società di capitali, ma solo a quelle di persone.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e infondato, rigettando tutte le doglianze del contribuente. Vediamo nel dettaglio le ragioni della decisione.

Sulla prova del ruolo di amministratore di fatto

Il primo motivo è stato respinto perché la Corte ha ritenuto che l’accertamento del ruolo di amministratore di fatto fosse una valutazione di merito, correttamente motivata e non censurabile in sede di legittimità. La Corte ha precisato che:
– Per riconoscere la qualità di amministratore di fatto, non è necessario l’esercizio di tutti i poteri gestori, ma è sufficiente un’ingerenza sistematica e continuativa nella gestione della società.
– Le dichiarazioni di terzi (dipendenti, clienti), anche se acquisite in fase di accertamento e non in contraddittorio, possono assumere valore di presunzione grave, precisa e concordante, sufficiente a fondare il convincimento del giudice, come avvenuto nel caso di specie.
– La precedente sentenza che aveva già riconosciuto il ruolo di amministratore e socio di fatto era nel frattempo passata in giudicato, rendendo la questione non più discutibile.

Il secondo motivo è stato giudicato inammissibile perché basato su un’errata lettura della sentenza impugnata. La Commissione regionale non aveva dichiarato i nuovi documenti inammissibili, ma li aveva esaminati nel merito, giudicandoli irrilevanti e privi di credibilità per mancanza di data certa e perché provenienti dalla stessa società gestita di fatto dal ricorrente.

Infine, sul terzo motivo, la Corte ha chiarito che il punto centrale della decisione non era la configurabilità di una società di fatto autonoma, ma l’utilizzo di una società di capitali formalmente esistente come schermo per un’attività gestita da soci occulti. La ratio decidendi dei giudici di merito era che la composizione formale della società fosse una finzione. Di conseguenza, la presunzione di distribuzione degli utili si applica correttamente ai soci reali, ovvero a coloro che di fatto ne detengono il controllo e ne beneficiano, a prescindere dalla formale intestazione delle quote.

Le Conclusioni

L’ordinanza ribadisce alcuni principi fondamentali in materia di accertamento tributario. In primo luogo, conferma che la realtà economica e sostanziale prevale sulla forma giuridica. La figura dell’amministratore di fatto può essere provata con ogni mezzo, inclusi elementi indiziari forti come le dichiarazioni di persone informate sui fatti. In secondo luogo, nelle società di capitali a ristretta base partecipativa, qualora venga dimostrato che la compagine sociale formale è fittizia, la presunzione di distribuzione degli utili opera nei confronti dei soci effettivi, anche se occulti. Questa decisione rappresenta un importante monito contro l’uso di prestanome e strutture societarie fittizie per eludere gli obblighi fiscali.

Come si prova la figura dell’amministratore di fatto di una società?
Secondo la Corte, la prova può essere fornita attraverso elementi indiziari, come le dichiarazioni rese da terzi (dipendenti, committenti), che possono assumere valore di presunzione grave, precisa e concordante. Non è necessario dimostrare l’esercizio di tutti i poteri gestionali, ma è sufficiente un’ingerenza sistematica e significativa nelle scelte operative della società.

È possibile essere considerati soci di fatto di una società di capitali (S.r.l.) ai fini fiscali?
Sì. La Corte ha stabilito che, ai fini fiscali, ciò che rileva è la situazione sostanziale. Se la compagine sociale formale è una finzione, la presunzione di distribuzione degli utili si applica a coloro che sono i soci effettivi (occulti), ovvero i reali destinatari dei profitti societari, anche in una S.r.l.

Le dichiarazioni rese da terzi durante un accertamento fiscale possono essere usate come prova?
Sì. La Cassazione ha confermato che le dichiarazioni di terzi acquisite in fase di accertamento, pur avendo normalmente valore indiziario, possono assumere valore di presunzione grave, precisa e concordante (ex art. 2729 c.c.) e concorrere a formare il convincimento del giudice, anche se non sono state rese in contraddittorio con il contribuente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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