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Accertamento studi di settore: i limiti del ricorso

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 20242/2025, ha rigettato il ricorso di un contribuente contro un accertamento basato sugli studi di settore. La Corte ha chiarito che, una volta instaurato il contraddittorio, se il giudice di merito valuta le giustificazioni del contribuente come irrilevanti, non si configura un omesso esame di un fatto decisivo. L’accertamento studi di settore si fonda su presunzioni semplici e spetta al contribuente l’onere di provare la specificità della propria situazione economica per superare la ‘grave incongruenza’ rilevata.

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Pubblicato il 28 agosto 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Accertamento studi di settore: quando la difesa del contribuente non basta

L’accertamento studi di settore rappresenta da anni uno degli strumenti più discussi nel contenzioso tributario. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 20242 del 2025, offre importanti chiarimenti sui limiti della difesa del contribuente e sui poteri del giudice di merito nel valutarne le argomentazioni. La pronuncia sottolinea come, a fronte di una ‘grave incongruenza’ tra dichiarato e presunto, l’onere di fornire una prova contraria convincente ricada interamente sul contribuente.

Il caso: un accertamento basato sugli studi di settore

La vicenda trae origine da un avviso di accertamento per IRPEF, IRAP e IVA relativo all’anno d’imposta 2005, notificato a un imprenditore individuale. L’atto impositivo era stato emesso a seguito di un accertamento studi di settore, dal quale emergeva una rilevante differenza tra i ricavi dichiarati e quelli risultanti dall’applicazione dello standard di riferimento.

Inizialmente, la Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto il ricorso del contribuente. Tuttavia, la Commissione Tributaria Regionale, in sede di appello, ribaltava la decisione, ritenendo legittima la pretesa dell’Agenzia delle Entrate. Secondo i giudici di secondo grado, l’Amministrazione Finanziaria aveva correttamente proceduto all’accertamento in presenza di ‘gravi incongruenze’ e il contribuente, nel corso del contraddittorio preventivo, non aveva fornito elementi concreti per giustificare lo scostamento o la sua non appartenenza al ‘cluster’ individuato.

I motivi del ricorso in Cassazione

L’imprenditore decideva di ricorrere per Cassazione, affidandosi a due motivi principali:

1. Violazione di legge: Si lamentava l’errata applicazione della normativa sugli studi di settore (art. 62-sexies, d.l. 331/1993), sostenendo che la CTR avesse avallato un utilizzo automatico e acritico dello strumento presuntivo, senza una reale valutazione degli elementi forniti a sua difesa.
2. Omesso esame di un fatto decisivo: Si contestava alla CTR di aver ignorato circostanze specifiche e non contestate dall’Agenzia, quali lo svolgimento dell’attività con l’aiuto di un figlio collaboratore, la disponibilità di un solo veicolo e la presenza di altre fonti di reddito. Tali fatti, a dire del ricorrente, erano decisivi per dimostrare l’inapplicabilità dello standard e l’antieconomicità dell’attività.

L’analisi della Corte sull’accertamento studi di settore

La Corte di Cassazione ha esaminato congiuntamente i due motivi, rigettando integralmente il ricorso. La decisione si fonda su principi consolidati in materia di accertamento studi di settore, ribaditi anche dalle Sezioni Unite.

Il ruolo del contraddittorio e l’onere della prova

Gli Ermellini hanno ricordato che gli studi di settore danno vita a un sistema di ‘presunzioni semplici’. La loro validità non deriva automaticamente dallo scostamento, ma si perfeziona solo all’esito del contraddittorio obbligatorio con il contribuente. In questa sede, il contribuente ha l’onere di provare, con ogni mezzo, l’esistenza di condizioni specifiche che giustifichino la divergenza e rendano inapplicabile lo standard.

La valutazione delle prove e i limiti del giudizio di legittimità

Il punto cruciale della decisione riguarda il secondo motivo di ricorso. La Corte ha chiarito che non vi è stato un ‘omesso esame’, poiché la CTR aveva effettivamente preso in considerazione le circostanze addotte dal contribuente (collaborazione del figlio, ecc.), ma le aveva giudicate ‘assolutamente irrilevanti’ ai fini della decisione.

Questa distinzione è fondamentale: un conto è ignorare un fatto, un altro è valutarlo e ritenerlo non decisivo. La valutazione del materiale probatorio rientra nel potere discrezionale del giudice di merito e non può essere censurata in sede di legittimità, a meno che non si traduca in una motivazione totalmente assente o meramente apparente. Nel caso specifico, il ricorrente si doleva, in sostanza, di una motivazione insufficiente, un vizio non più deducibile in Cassazione dopo la riforma dell’art. 360, n. 5, c.p.c.

Le motivazioni

La Corte ha motivato il rigetto evidenziando che la sentenza impugnata aveva correttamente applicato i principi giuridici che governano l’accertamento da studi di settore. I giudici di merito avevano accertato l’esistenza di gravi incongruenze, la corretta individuazione del cluster di riferimento e, soprattutto, avevano valutato le giustificazioni del contribuente, ritenendole inidonee a superare la presunzione di maggior reddito. Poiché le circostanze dedotte dal ricorrente erano state esaminate e giudicate irrilevanti, non poteva configurarsi un vizio di omesso esame. La doglianza del contribuente si risolveva in una critica all’adeguatezza della motivazione, non più sindacabile in Cassazione.

Le conclusioni

L’ordinanza ribadisce un principio cruciale per i professionisti e i contribuenti che affrontano un accertamento studi di settore: non è sufficiente presentare delle giustificazioni, ma è necessario che queste siano concrete, specifiche e capaci di dimostrare in modo convincente la peculiarità della propria realtà economica. Se il giudice di merito, con una motivazione logica, ritiene tali giustificazioni irrilevanti o insufficienti, le possibilità di impugnare con successo la decisione in Cassazione si riducono drasticamente. La sentenza conferma che il giudizio di legittimità non è una terza istanza di merito dove ridiscutere la valutazione delle prove.

Un accertamento basato solo sugli studi di settore è legittimo?
Sì, ma a determinate condizioni. Gli studi di settore costituiscono un sistema di presunzioni semplici la cui validità si perfeziona solo dopo un contraddittorio obbligatorio con il contribuente. L’accertamento deve essere motivato non solo sullo scostamento, ma anche sulle ragioni per cui le difese del contribuente sono state respinte.

Cosa deve dimostrare il contribuente per contestare un accertamento da studi di settore?
Il contribuente ha l’onere di provare, senza limitazione di mezzi, la sussistenza di condizioni specifiche che giustificano l’esclusione della sua impresa dall’area di applicazione degli standard o che dimostrano la peculiarità della sua attività economica nel periodo d’imposta, tale da spiegare la discrepanza tra il reddito dichiarato e quello presunto.

Se il giudice di merito considera le prove del contribuente irrilevanti, è possibile ricorrere in Cassazione per ‘omesso esame’?
No. Secondo la sentenza, se il giudice di merito ha preso in considerazione le circostanze addotte dal contribuente ma le ha ritenute irrilevanti, non si configura un ‘omesso esame’. Si tratta di una valutazione di merito sull’insufficienza della prova, che non è più sindacabile in sede di legittimità come vizio di motivazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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