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Accertamento bancario: onere della prova del Fisco

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18069/2024, ha chiarito la portata delle presunzioni legali in materia di accertamento bancario. Nel caso esaminato, un contribuente era stato oggetto di un avviso di accertamento per versamenti non giustificati su conti italiani e per investimenti non dichiarati all’estero. La Corte ha stabilito che la prova fornita dal contribuente per superare la presunzione di reddito deve essere analitica e specifica, non generica. Per i capitali all’estero, la mancata compilazione del quadro RW preclude la possibilità di considerarli infruttuosi. La sentenza di merito è stata cassata con rinvio.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Accertamento bancario e Onere della Prova: La Cassazione detta le Regole

L’accertamento bancario rappresenta uno degli strumenti più efficaci a disposizione dell’Amministrazione Finanziaria per contrastare l’evasione fiscale. Tuttavia, il suo utilizzo si basa su presunzioni legali che invertono l’onere della prova, ponendolo a carico del contribuente. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 18069 del 1° luglio 2024) offre chiarimenti cruciali su quale tipo di prova sia necessario fornire per superare tali presunzioni, sia per i versamenti nazionali sia per gli investimenti esteri.

I fatti del caso: un accertamento bancario complesso

Il caso trae origine da un avviso di accertamento notificato a un imprenditore per l’anno d’imposta 2009. L’Agenzia delle Entrate contestava maggiori redditi derivanti da due principali fonti:
1. Versamenti non giustificati su conti correnti personali in Italia per circa 169.000 euro.
2. Accrediti su conti esteri per 52.500 euro, ritenuti frutti di finanziamenti erogati a una società con sede in Romania, della quale il contribuente era partecipe.

Il contribuente aveva impugnato l’atto, ottenendo ragione sia in primo che in secondo grado. I giudici di merito avevano ritenuto che la presunzione di reddito fosse ‘attenuata’ e che le giustificazioni fornite, seppur generiche, fossero sufficienti. In particolare, per i versamenti nazionali si era dato credito all’ipotesi che si trattasse di incassi per conto delle società partecipate dal contribuente, mentre per i finanziamenti esteri si era accettata la tesi della loro natura infruttuosa.

L’accertamento bancario e l’onere della prova secondo la Cassazione

L’Agenzia delle Entrate ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando l’errata applicazione delle norme sulle presunzioni fiscali. La Suprema Corte ha accolto le ragioni dell’Ufficio, ribaltando l’esito dei precedenti gradi di giudizio e fissando principi di diritto fondamentali.

La presunzione sui versamenti in conto corrente

Secondo l’art. 32 del d.P.R. 600/1973, i versamenti sui conti correnti bancari si considerano ricavi o compensi se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto nella determinazione del reddito o che non sono fiscalmente rilevanti. La Cassazione ha sottolineato che per superare questa presunzione non è sufficiente una prova generica.

Il contribuente deve fornire una prova analitica, indicando specificamente la riferibilità di ogni singolo versamento a un’operazione estranea a fatti imponibili. Affermare genericamente che le somme erano incassi per conto delle proprie società, senza dimostrare quali attività, quali corrispettivi e quali importi specifici fossero coinvolti, è stato ritenuto inidoneo a vincere la presunzione legale. I giudici di merito hanno errato nel ritenere ‘attenuato’ il valore probatorio della presunzione, applicando in modo scorretto le regole sulla prova presuntiva (art. 2729 c.c.).

La presunzione sugli investimenti esteri non dichiarati

Un altro punto cruciale riguarda i finanziamenti alla società rumena. L’art. 6 del d.l. 167/1990 stabilisce una presunzione di fruttuosità per gli investimenti e le attività finanziarie detenute all’estero e non dichiarate nel quadro RW della dichiarazione dei redditi.

La Corte ha chiarito che, essendo pacifico che il contribuente non avesse compilato il quadro RW, i finanziamenti esteri non potevano essere considerati infruttiferi. La legge presume che tali capitali producano un reddito, salvo prova contraria. La mancata dichiarazione preclude al contribuente la possibilità di sostenere la natura non redditizia dell’investimento. Anche su questo punto, la decisione dei giudici di merito è stata giudicata errata, in quanto non ha tenuto conto della specifica presunzione legale prevista per i capitali illecitamente detenuti all’estero.

Le motivazioni della Corte

La Corte di Cassazione ha motivato la sua decisione sulla base di un’interpretazione rigorosa delle norme in materia di presunzioni tributarie. L’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente è un meccanismo legale che richiede una ‘prova contraria’ non vaga o generica, ma puntuale e documentata. I giudici di merito, accettando giustificazioni sommarie, hanno violato gli articoli 2727, 2728 e 2729 del codice civile, traendo un’inferenza da elementi non gravi, non precisi e non concordanti.

Inoltre, la Corte ha specificato che elementi come la congruità dei redditi dichiarati rispetto a un eventuale ‘redditometro’ o la composizione familiare delle società partecipate sono irrilevanti per superare la presunzione legata ai movimenti bancari. L’accertamento analitico-presuntivo si basa su dati oggettivi (i versamenti) e può essere superato solo da prove altrettanto oggettive e specifiche.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame ribadisce la centralità dell’onere probatorio a carico del contribuente in caso di accertamento bancario. La decisione insegna che, di fronte a contestazioni basate sui movimenti di conto corrente, è indispensabile fornire una ricostruzione analitica e documentata di ogni operazione. Le giustificazioni generiche o le mere affermazioni non sono sufficienti a superare la presunzione di legge. Per quanto riguarda le attività estere, la loro corretta e puntuale dichiarazione nel quadro RW è un presupposto essenziale per poterne dimostrare, eventualmente, la natura infruttuosa. La Corte ha quindi cassato la sentenza e rinviato la causa alla Corte di giustizia tributaria di II grado per un nuovo esame, che dovrà attenersi a questi rigorosi principi.

Quale tipo di prova deve fornire un contribuente per giustificare versamenti sul proprio conto corrente durante un accertamento bancario?
Il contribuente deve fornire una prova analitica e specifica. Non è sufficiente una giustificazione generica, ma occorre dimostrare puntualmente per ogni singola operazione contestata la sua natura non reddituale o che sia già stata considerata nella dichiarazione dei redditi.

Cosa succede se un contribuente non dichiara investimenti finanziari all’estero nel quadro RW?
La legge presume che tali investimenti siano fruttiferi, cioè che producano reddito. La mancata compilazione del quadro RW impedisce al contribuente di poter sostenere che tali investimenti siano infruttuosi, e il Fisco può tassarli applicando un rendimento presunto.

È sufficiente affermare che i versamenti sul conto personale sono incassi per conto della propria società per superare la presunzione fiscale?
No. Secondo la Corte di Cassazione, questa è un’affermazione generica e inidonea a superare la presunzione. Il contribuente deve dimostrare in modo specifico per quali attività della società ha ricevuto i corrispettivi, per quali importi e perché sono transitati sul suo conto personale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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