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Accertamento bancario: come difendersi per la Cassazione

In un caso di accertamento bancario per presunta evasione fiscale, un contribuente si è visto respingere le prove a sua difesa. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 19711/2025, ha ribaltato la decisione, stabilendo principi cruciali: le dichiarazioni di terzi (atti di notorietà) sono ammissibili come indizi e le registrazioni contabili delle operazioni bancarie sono idonee a superare la presunzione di maggiori ricavi. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame che valuti correttamente tali prove.

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Pubblicato il 29 agosto 2025 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Accertamento bancario: le prove ammesse dalla Cassazione per difendersi

L’accertamento bancario rappresenta uno degli strumenti più efficaci a disposizione dell’Amministrazione Finanziaria per contrastare l’evasione fiscale. Tuttavia, le presunzioni su cui si basa non sono assolute e il contribuente ha il diritto di difendersi fornendo prove contrarie. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 19711 del 16 luglio 2025, chiarisce quali prove sono ammissibili e come devono essere valutate dal giudice, rafforzando le garanzie difensive del cittadino.

Il caso: un accertamento bancario contestato

L’Agenzia delle Entrate, a seguito di un controllo sui conti correnti di un contribuente per gli anni dal 2006 al 2008, notificava tre atti impositivi. Per l’anno 2006, l’Ufficio contestava un maggior imponibile ai fini Irpef, Irap e Iva, basandosi sulle movimentazioni bancarie non giustificate.

Il contribuente impugnava l’atto, ma il suo ricorso veniva inizialmente dichiarato inammissibile e, in appello, respinto nel merito. La Commissione Tributaria Regionale (CTR) riteneva che le prove portate dal contribuente, tra cui dichiarazioni di terzi formalizzate in atti notori e registrazioni contabili, non fossero sufficienti a superare la presunzione legale di maggiori ricavi. Di fronte a questa decisione, il contribuente si rivolgeva alla Corte di Cassazione.

La prova contraria nell’accertamento bancario

Il cuore della controversia ruota attorno alla natura e all’efficacia delle prove che il contribuente può utilizzare per vincere la presunzione legale prevista dagli articoli 32 del d.P.R. 600/1973 e 51 del d.P.R. 633/1972. Secondo tali norme, i movimenti bancari non giustificati sono considerati ricavi o compensi non dichiarati. Il contribuente ha l’onere di dimostrare il contrario.

Il valore delle dichiarazioni di terzi

Il primo punto affrontato dalla Cassazione riguarda l’ammissibilità delle dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale, come gli atti di notorietà. La CTR le aveva escluse a priori, ritenendole inidonee. La Suprema Corte, al contrario, ha ribadito un principio fondamentale del giusto processo (art. 111 Cost.): anche nel giudizio tributario, queste dichiarazioni sono ammissibili.

Esse non costituiscono prova piena, ma assumono il valore di elementi indiziari. Il giudice tributario ha il potere-dovere di valutarne l’attendibilità, considerando la qualità dei dichiaranti, la coerenza delle affermazioni e la loro convergenza con altri elementi probatori. Escluderle senza un’analisi concreta costituisce un errore di diritto.

L’importanza delle scritture contabili

Il secondo motivo di ricorso accolto riguarda il valore delle registrazioni contabili. Il contribuente sosteneva che la presunzione di maggiori ricavi viene meno se le operazioni bancarie sono correttamente transitate nelle scritture contabili. La Cassazione ha confermato questa tesi.

La ratio della norma sull’accertamento bancario risiede proprio nella mancata corrispondenza tra i flussi finanziari e la contabilità ufficiale. Se un’operazione, sia essa un prelievo o un versamento, è regolarmente annotata nei registri (es. libro giornale, registri IVA), viene meno il presupposto stesso della presunzione. La CTR aveva errato nel considerare irrilevante la registrazione del prelievo nel registro IVA, declassando una prova fondamentale per la difesa del contribuente.

Le motivazioni della Corte

La Corte di Cassazione ha accolto il primo, il secondo e il terzo motivo di ricorso, ritenendo fondate le censure del contribuente. I giudici di legittimità hanno sottolineato che, a fronte dell’onere probatorio che grava sul contribuente, sussiste un obbligo speculare per il giudice di merito: quello di analizzare puntualmente e con rigore tutta la documentazione prodotta.

Non è sufficiente, come aveva fatto la CTR, respingere le prove con una motivazione generica e apodittica, affermando che mancava una “congruità temporale” o “elementi certi di riferibilità”. Il giudice deve entrare nel merito di ogni singola prova, per ogni operazione contestata, e spiegare in modo esplicito e logico perché la ritiene o non la ritiene idonea a dimostrare la tesi difensiva.

La Corte ha quindi cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Sicilia per un nuovo esame che tenga conto dei principi affermati.

Conclusioni

Questa ordinanza è di grande importanza pratica per chiunque si trovi ad affrontare un accertamento bancario. Essa riafferma tre concetti chiave:
1. Ammissibilità delle dichiarazioni di terzi: Gli atti di notorietà e altre dichiarazioni extra-processuali possono e devono essere valutati dal giudice come elementi indiziari.
2. Rilevanza delle scritture contabili: La corretta registrazione delle operazioni bancarie nella contabilità è una prova decisiva per superare la presunzione di evasione.
3. Obbligo di analisi puntuale del giudice: Il giudice tributario non può liquidare le prove del contribuente con motivazioni generiche, ma deve esaminarle in modo analitico e rigoroso.

La decisione rafforza il diritto di difesa del contribuente, chiarendo che la presunzione legale su cui si basa l’accertamento bancario, per quanto forte, non è una condanna automatica, ma può essere superata con un’adeguata e ben documentata strategia difensiva.

Le dichiarazioni scritte di terzi (atti di notorietà) possono essere usate come prova in un processo tributario per difendersi da un accertamento bancario?
Sì. La Corte di Cassazione ha stabilito che anche le dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale, come gli atti di notorietà, sono ammissibili nel giudizio tributario. Non costituiscono prova piena, ma hanno il valore di elementi indiziari che il giudice ha il dovere di valutare insieme a tutte le altre prove.

La semplice registrazione di un prelievo o di un versamento nelle scritture contabili (es. registro IVA) è sufficiente per superare la presunzione di maggiori ricavi in un accertamento bancario?
Sì. Secondo la sentenza, la presunzione legale di maggiori ricavi si fonda proprio sulla mancata corrispondenza tra le operazioni bancarie e le scritture contabili. Pertanto, se il contribuente dimostra che le operazioni sono state regolarmente contabilizzate, la presunzione è superata.

In un accertamento bancario, cosa deve fare il giudice di merito di fronte alle prove fornite dal contribuente?
Il giudice di merito non può respingere genericamente le prove offerte dal contribuente. Ha l’obbligo di verificare con rigore l’efficacia dimostrativa delle prove fornite per ciascuna operazione contestata e deve dare conto in modo specifico nella sentenza delle ragioni per cui le ritiene idonee o meno a superare la presunzione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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