La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28655 del 2024, torna a pronunciarsi su un tema cruciale della procedura penale: i limiti di utilizzabilità della testimonianza de relato. Il caso analizzato offre spunti fondamentali per comprendere quando una testimonianza indiretta, specialmente se resa da un agente di polizia, possa costituire una prova valida a fondamento di una condanna, anche in assenza dell’audizione del testimone diretto. Analizziamo insieme la vicenda e le conclusioni della Suprema Corte.
I Fatti del Caso: Il Furto e la Condanna
La vicenda processuale ha origine da un furto di sei confezioni di profumo avvenuto in un negozio di articoli per la cura della persona. Un individuo veniva condannato in primo grado dal Tribunale. Successivamente, la Corte d’Appello, in parziale riforma della prima sentenza, riconosceva una circostanza attenuante, la bilanciava come equivalente alla recidiva contestata e rideterminava la pena in sei mesi di reclusione e 154 euro di multa.
L’imputato, tramite il proprio difensore, decideva di presentare ricorso per Cassazione, affidandolo a cinque distinti motivi di doglianza.
I Motivi del Ricorso in Cassazione
Il ricorso si fondava su diverse presunte violazioni di legge:
- Erronea affermazione di responsabilità: La difesa sosteneva che la condanna si basasse su una testimonianza de relato inammissibile. Un agente della Squadra Mobile aveva dichiarato in aula che un suo collega, non chiamato a testimoniare, aveva riconosciuto ‘senza ombra di dubbio’ l’imputato come autore del fatto visionando i fotogrammi della videosorveglianza. La persona offesa, invece, non ricordava nulla dell’episodio.
- Mancato riconoscimento del vizio parziale di mente: Si contestava il rigetto della richiesta di una perizia psichiatrica, nonostante in un altro procedimento coevo l’imputato fosse stato dichiarato parzialmente incapace di intendere e di volere a causa di un disturbo della personalità e abuso di sostanze.
- Violazione di legge sulla recidiva: Si lamentava una motivazione carente sul riconoscimento della recidiva, non essendo stata specificata l’epoca dei precedenti penali.
- Mancato riconoscimento delle attenuanti generiche: La difesa criticava la mancata concessione delle attenuanti generiche e la mancata prevalenza dell’attenuante specifica sulla recidiva.
- Pena eccessiva: Infine, si riteneva la pena sproporzionata e motivata con formule di stile.
L’analisi della Corte sulla testimonianza de relato
Il cuore della decisione della Cassazione risiede nella disamina del primo motivo, quello relativo alla testimonianza de relato. La Corte lo ha ritenuto manifestamente infondato, richiamando un principio consolidato. L’articolo 195 del codice di procedura penale non pone un divieto assoluto alla testimonianza indiretta. Prevede, piuttosto, che il giudice, su richiesta di parte, disponga l’audizione della persona da cui il testimone ha appreso i fatti.
La Suprema Corte ha chiarito che, se nel giudizio di primo grado la difesa non avanza tale richiesta, si verifica una rinuncia implicita al diritto di controesaminare il testimone diretto. Di conseguenza, la dichiarazione ‘de relato’ diventa pienamente utilizzabile ai fini della decisione. Poiché nel caso di specie non era stata richiesta l’audizione dell’agente che aveva effettuato il riconoscimento, la testimonianza del suo collega è stata considerata legittima e sufficiente a fondare la prova della responsabilità.
le motivazioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili anche gli altri motivi di ricorso. In merito al vizio di mente, ha osservato che la perizia dell’altro procedimento non era stata prodotta davanti alla Corte d’Appello, la quale quindi aveva correttamente deciso sulla base degli atti a sua disposizione.
Sul tema della recidiva, i giudici hanno affermato che la motivazione della Corte d’Appello era adeguata, poiché basata sui numerosi precedenti penali dell’imputato, considerati sintomo di una ‘ingravescente capacità a delinquere’, rendendo irrilevante la mancata indicazione specifica delle date dei precedenti, comunque desumibili dal certificato del casellario giudiziale.
Infine, per quanto riguarda la determinazione della pena e le attenuanti, la Cassazione ha ribadito che si tratta di valutazioni discrezionali del giudice di merito. Poiché la pena era stata fissata al minimo edittale e il diniego delle attenuanti generiche era stato giustificato con i gravi precedenti penali, la motivazione è stata ritenuta immune da censure.
le conclusioni
La sentenza ribadisce un principio procedurale di fondamentale importanza: il diritto alla prova, e in particolare al controesame del testimone diretto, deve essere esercitato attivamente dalla parte interessata nel momento processuale opportuno, ovvero il primo grado di giudizio. Una mancata richiesta equivale a una rinuncia, con la piena utilizzabilità della testimonianza de relato come fonte di prova. Questa decisione sottolinea l’onere di diligenza che grava sulla difesa nel formulare le proprie richieste istruttorie e le conseguenze di una sua inerzia.
Quando una testimonianza ‘de relato’ (indiretta) di un poliziotto è utilizzabile in un processo?
Secondo la sentenza, la testimonianza de relato di un poliziotto, che riferisce quanto appreso da un collega, è pienamente utilizzabile se la difesa, durante il processo di primo grado, non ha richiesto formalmente di ascoltare il collega come testimone diretto. Tale omissione viene interpretata come una rinuncia implicita a tale diritto.
È possibile presentare per la prima volta in Cassazione una perizia psichiatrica svolta in un altro processo per sostenere il vizio di mente?
No. La Corte ha ritenuto inammissibile questo motivo di ricorso perché il ricorrente non ha provato, né dedotto, di aver prodotto tale documento davanti al giudice d’appello. La Corte di Cassazione non può valutare prove nuove, ma solo la legittimità della decisione impugnata sulla base degli atti disponibili nei gradi precedenti.
Come può il giudice giustificare il riconoscimento della recidiva?
Il giudice può legittimamente motivare il riconoscimento della recidiva e la sua incidenza sulla pena basandosi sui numerosi precedenti penali a carico dell’imputato. Secondo la Corte, la reiterazione dei reati può essere considerata un ‘effettivo sintomo di riprovevolezza della condotta e di pericolosità del suo autore’, sufficiente a giustificare un giudizio di maggiore capacità delinquenziale.