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**Stalking** via social: la condanna della Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per Stalking a carico di un utente che ha utilizzato i social network per una campagna denigratoria sistematica. La decisione stabilisce che la reiterazione di post diffamatori, se idonea a generare uno stato di ansia patologico e a compromettere la serenità della vittima, integra il delitto di atti persecutori. I giudici hanno respinto la tesi difensiva basata sul diritto di critica, evidenziando come lo stillicidio persecutorio mediatico travalichi i limiti della libera manifestazione del pensiero, causando danni biologici documentati alla persona offesa.

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Pubblicato il 26 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Stalking e social network: quando la diffamazione diventa reato

Il fenomeno dello Stalking si sta spostando sempre più frequentemente dal piano fisico a quello digitale. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un individuo condannato per atti persecutori commessi esclusivamente attraverso la pubblicazione sistematica di contenuti denigratori su Facebook e blog personali. Questo provvedimento segna un punto fermo nella tutela delle vittime di aggressioni mediatiche protratte nel tempo.

La diffamazione sistematica come forma di Stalking

Il caso trae origine da una condotta reiterata di pubblicazione di post calunniosi e violenti. L’imputato aveva avviato una vera e propria campagna mediatica contro la vittima, con cadenza quasi quotidiana. Tale comportamento non è stato qualificato come semplice diffamazione, ma come vero e proprio Stalking. La ragione risiede nell’effetto che tale condotta ha prodotto sulla persona offesa: uno stato di ansia e malessere tale da richiedere cure farmacologiche per una sindrome ansioso-depressiva.

Il superamento del diritto di critica

La difesa ha tentato di invocare l’esimente del diritto di critica, garantito dall’articolo 21 della Costituzione. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che la libertà di espressione non può trasformarsi in uno strumento di persecuzione. Quando la critica perde il suo carattere di oggettività e si trasforma in uno stillicidio denigratorio volto a distruggere la reputazione e la serenità altrui, si configura il reato di atti persecutori.

Le motivazioni

Le motivazioni della Suprema Corte si fondano sull’interpretazione estensiva del concetto di molestia. Secondo i giudici, rientra nella nozione di molestia qualsiasi condotta che concretizzi un’indebita ingerenza nella vita privata della vittima, creando un clima ostile e intimidatorio. Nel caso di specie, la reiterazione dei post diffamatori ha travalicato i limiti del legittimo esercizio del diritto di cronaca o critica, diventando un’arma per alterare l’equilibrio psichico della persona offesa. La Corte ha sottolineato che il delitto di Stalking può concorrere con quello di diffamazione quando le modalità della condotta esprimono una volontà persecutoria specifica, mirata a isolare e delegittimare il soggetto passivo nel suo contesto sociale e professionale. L’evento di danno, ovvero la patologia psichica riscontrata nella vittima, è l’elemento che distingue questa fattispecie da reati meno gravi.

Le conclusioni

Le conclusioni del collegio confermano la piena responsabilità civile e penale dell’imputato. Il ricorso è stato rigettato poiché le condotte poste in essere integravano perfettamente gli elementi costitutivi dell’articolo 612-bis del codice penale. La sentenza ribadisce che l’uso distorto dei social network per finalità persecutorie comporta l’obbligo di risarcimento del danno, la cui liquidazione è stata rimessa al giudice civile. Questa pronuncia funge da monito per chiunque utilizzi la rete telematica come zona franca per attacchi personali, confermando che la protezione della dignità umana e della salute psichica prevale su una visione assoluta e incontrollata della libertà di manifestazione del pensiero.

Quando i post sui social network possono configurare il reato di atti persecutori?
Il reato si configura quando la pubblicazione di contenuti denigratori è sistematica e reiterata, tale da causare nella vittima un grave stato di ansia o costringerla a cambiare le proprie abitudini di vita.

Il diritto di critica può giustificare una serie prolungata di attacchi online?
No, il diritto di critica non è assoluto e non protegge condotte che si trasformano in uno stillicidio persecutorio volto a ledere la salute psichica e la riservatezza della persona offesa.

Quali sono le conseguenze civili per chi commette stalking mediatico?
Oltre alle sanzioni penali, il responsabile è tenuto al risarcimento dei danni biologici e morali causati alla vittima, che possono essere liquidati in sede civile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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