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Spaccio lieve entità: quando 960 dosi sono troppe?

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti. La difesa sosteneva che il fatto dovesse essere qualificato come spaccio lieve entità, ma la Corte ha stabilito che il possesso di una quantità di marijuana sufficiente per confezionare 960 dosi è incompatibile con tale ipotesi, indicando un’attività di spaccio su larga scala e non un episodio minore.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Spaccio lieve entità: la Cassazione traccia il confine sul numero di dosi

La qualificazione di un fatto come spaccio lieve entità ai sensi dell’art. 73, comma 5, del Testo Unico Stupefacenti è una questione centrale in molti processi penali, poiché comporta una notevole riduzione della pena. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha offerto un importante chiarimento, stabilendo che la detenzione di un quantitativo di stupefacente pari a 960 dosi medie singole non può rientrare in questa ipotesi attenuata. Analizziamo insieme la decisione e le sue implicazioni.

I fatti del processo e la contestazione

Il caso ha origine da una condanna emessa dal Tribunale e confermata dalla Corte d’Appello di Napoli nei confronti di un individuo, ritenuto responsabile del reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Nella sua abitazione era stata rinvenuta una quantità di marijuana da cui era possibile ricavare ben 960 dosi.

L’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che i giudici di merito avessero errato nel non riconoscere la fattispecie di spaccio lieve entità. Secondo la difesa, la qualificazione giuridica del fatto era errata, in quanto doveva essere considerata la minore gravità della condotta.

La valutazione della Corte: perché non è spaccio lieve entità

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato, confermando la decisione dei giudici di merito. Il ragionamento della Corte si è concentrato su un elemento chiave: il considerevole numero di dosi che potevano essere immesse sul mercato.

I giudici hanno sottolineato che un quantitativo di 960 dosi è un chiaro sintomo dello svolgimento di un’attività di spaccio su larga scala. Tale dato, unito alla deperibilità della sostanza che ne impone una rapida commercializzazione, è stato considerato incompatibile con l’ipotesi di lieve entità.

Il criterio quantitativo per lo spaccio lieve entità

La Corte ha ribadito un principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità. Per stabilire se un fatto rientri nello spaccio lieve entità, il giudice deve valutare una serie di elementi, tra cui i mezzi, le modalità, le circostanze dell’azione e, soprattutto, la quantità e qualità delle sostanze.

Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non è solo il peso lordo della sostanza a contare, ma il grado di offensività concreto della condotta. Questo grado è rivelato dal principio attivo e, in modo determinante, dal numero di dosi ricavabili e potenzialmente vendibili. La Corte ha specificato che le ipotesi di “piccolo spaccio” si caratterizzano per la modesta entità delle dosi, conteggiabili “a decine” e non, come nel caso di specie, “a centinaia”.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su una logica stringente: la finalità della norma sullo spaccio di lieve entità è quella di punire in modo meno severo le condotte marginali nel mercato della droga, non le attività strutturate. La detenzione di un numero così elevato di dosi, pronte per essere smerciate, non rappresenta un episodio isolato o di modesta portata, ma un’operazione commerciale significativa che genera un pericolo concreto per la salute pubblica. La Corte ha quindi ritenuto corretta la valutazione dei giudici di merito, che hanno escluso l’ipotesi lieve proprio in ragione dell’enorme potenziale diffusivo dello stupefacente sequestrato.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame consolida un orientamento giurisprudenziale chiaro: nella valutazione dello spaccio di lieve entità, il numero di dosi ricavabili è un parametro fondamentale e spesso decisivo. Se la quantità è tale da superare la soglia delle “decine” per attestarsi sulle “centinaia”, diventa estremamente difficile, se non impossibile, ottenere il riconoscimento della circostanza attenuante. Questa decisione serve come monito: la detenzione di ingenti quantitativi di droga, anche se di tipo considerato “leggero”, verrà trattata con la severità prevista per lo spaccio ordinario, con tutte le conseguenze sanzionatorie che ne derivano.

Quando la detenzione di droga può essere considerata di ‘lieve entità’?
La qualificazione dipende da una valutazione complessiva di tutti gli elementi indicati dalla norma: i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione, nonché la quantità e la qualità delle sostanze. Un elemento cruciale è il numero di dosi ricavabili, che deve essere modesto.

Perché la detenzione di 960 dosi non è stata classificata come spaccio di lieve entità?
Perché un numero così elevato di dosi è stato ritenuto sintomatico di un’attività di spaccio su larga scala, destinata a un rapido smercio sul mercato. La giurisprudenza ha chiarito che l’ipotesi lieve riguarda quantitativi conteggiabili ‘a decine’, non ‘a centinaia’ come nel caso di specie.

Quali sono le conseguenze se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La decisione impugnata diventa definitiva. Il ricorrente, oltre a vedere respinta la sua richiesta, viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, come sanzione per aver promosso un ricorso privo di fondamento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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