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Spaccio lieve entità: la valutazione del giudice

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un’imputata, confermando la condanna per spaccio di stupefacenti. La richiesta di qualificare il reato come spaccio di lieve entità è stata respinta a causa dell’ingente quantitativo di droga (249 dosi di cocaina) e di denaro (15.000 euro) rinvenuti. È stato inoltre negato il riconoscimento della continuazione con un precedente reato, poiché il lungo periodo di detenzione intercorso tra i fatti è stato ritenuto idoneo a interrompere il disegno criminoso.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Spaccio lieve entità: i criteri di valutazione della Cassazione

La distinzione tra lo spaccio di sostanze stupefacenti e la fattispecie di spaccio lieve entità rappresenta un punto cruciale nel diritto penale, con significative differenze in termini di sanzioni. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce i parametri che i giudici devono considerare per tale qualificazione, sottolineando come la valutazione non possa prescindere da un’analisi complessiva dei fatti. La Suprema Corte ha confermato che elementi come un ingente quantitativo di droga e cospicue somme di denaro sono indicatori di un’attività non modesta, escludendo così l’ipotesi del fatto di lieve entità.

I fatti del processo

Il caso esaminato dalla Corte di Cassazione riguardava il ricorso presentato da un’imputata contro la sentenza della Corte d’Appello, che aveva confermato la sua condanna per il reato di cui all’art. 73, comma 1, del D.P.R. 309/1990 (Testo Unico Stupefacenti). La difesa sollevava due principali questioni: in primo luogo, chiedeva la riqualificazione del fatto nella fattispecie di spaccio lieve entità, prevista dal comma 5 dello stesso articolo, lamentando una motivazione illogica e carente da parte dei giudici di merito. In secondo luogo, contestava il diniego del riconoscimento della continuazione con un altro reato, precedentemente giudicato.

La qualificazione del fatto e lo spaccio lieve entità

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato, confermando la decisione dei giudici di merito. La sentenza impugnata, infatti, aveva fornito una motivazione congrua ed esaustiva per escludere la lieve entità del fatto. Gli elementi chiave considerati sono stati:

1. Il consistente numero di dosi medie: durante le indagini sono state rinvenute ben 249 dosi medie di cocaina.
2. L’ingente somma di denaro: presso l’abitazione dell’imputata è stata trovata la somma di 15 mila euro, ritenuta un chiaro segnale della redditività dell’attività di spaccio, incompatibile con una dimensione modesta.

Questi elementi, secondo la Corte, dimostrano che l’attività illecita non era occasionale o di piccola scala, ma ben strutturata e lucrativa. La decisione si allinea con la giurisprudenza consolidata, la quale richiede una valutazione globale di tutti gli indici previsti dalla norma: i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione, nonché la quantità e la qualità delle sostanze.

Il diniego della continuazione tra reati

Anche il secondo motivo di ricorso, relativo al mancato riconoscimento della continuazione, è stato respinto. La continuazione presuppone un “medesimo disegno criminoso”, ovvero un’unica pianificazione che lega più reati. La Corte ha ribadito che l’accertamento di tale requisito è una questione di fatto, riservata al giudice di merito e sindacabile in sede di legittimità solo in caso di motivazione assente o palesemente illogica.

Nel caso specifico, la Corte d’Appello aveva correttamente evidenziato due fattori determinanti per escludere l’unicità del disegno criminoso:

* Il lasso temporale: tra i fatti in esame e quelli precedentemente giudicati erano trascorsi due anni e sei mesi.
* Lo stato di detenzione: durante questo periodo, l’imputata si trovava in regime di detenzione. Questa circostanza, secondo la Suprema Corte, è idonea a interrompere la “progettualità criminosa”, rendendo implausibile che i due reati facessero parte di un unico piano iniziale.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché le motivazioni dei giudici di merito erano complete, logiche e rispettose dei canoni interpretativi elaborati dalla giurisprudenza. Per escludere lo spaccio lieve entità, è stata correttamente valorizzata la combinazione tra l’elevato numero di dosi e la notevole somma di denaro, elementi che insieme delineano un’attività di spaccio di un certo spessore. Allo stesso modo, il diniego della continuazione è stato giustificato in modo ineccepibile, identificando nello stato detentivo un fattore decisivo di interruzione del presunto disegno criminoso unitario.

Conclusioni

L’ordinanza conferma un principio fondamentale: la qualificazione di un fatto di spaccio come di lieve entità richiede un’analisi attenta e complessiva di tutti gli indicatori fattuali. Quantitativi significativi di droga e profitti elevati sono elementi che, di regola, escludono tale ipotesi. Inoltre, la pronuncia ribadisce che la continuità del disegno criminoso può essere interrotta da eventi significativi, come un lungo periodo di detenzione, che spezzano la sequenza programmatica dei reati. La ricorrente è stata quindi condannata al pagamento delle spese processuali e di un’ulteriore somma in favore della cassa delle ammende.

Quando un fatto di spaccio non può essere considerato di lieve entità?
Secondo la Corte, lo spaccio non è di lieve entità quando elementi oggettivi, come un consistente numero di dosi (nel caso specifico, 249 dosi di cocaina) e il rinvenimento di una cospicua somma di denaro (15 mila euro), indicano una redditività e una portata dell’attività criminale non modeste.

Un periodo di detenzione può impedire il riconoscimento della continuazione tra reati?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che un periodo di detenzione intercorso tra la commissione di due reati è una circostanza idonea a interrompere la progettualità criminosa, ostacolando così il riconoscimento dell’istituto della continuazione, che presuppone un medesimo disegno criminoso.

Quali elementi valuta il giudice per qualificare lo spaccio di lieve entità?
Il giudice deve procedere a una valutazione complessiva di tutti gli elementi indicati dalla norma, che includono non solo la quantità e qualità delle sostanze, ma anche i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione, al fine di determinare l’effettiva offensività della condotta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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