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Spaccio di stupefacenti: quando non è lieve entità

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti a carico di un imputato, dichiarando inammissibile il ricorso presentato. La difesa mirava a ottenere la riqualificazione del fatto nell’ipotesi di lieve entità, ma i giudici hanno ritenuto determinanti il dato ponderale (365 dosi di eroina), il contenuto della galleria fotografica dello smartphone e il possesso di denaro contante. Tali elementi, già valutati nei precedenti gradi di giudizio, escludono la natura minima dell’attività delittuosa.

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Pubblicato il 29 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Spaccio di stupefacenti: i criteri per escludere la lieve entità

Il reato di spaccio di stupefacenti è soggetto a valutazioni rigorose da parte della Suprema Corte, specialmente quando si tratta di distinguere tra il reato ordinario e la fattispecie attenuata della lieve entità. La recente ordinanza della Corte di Cassazione analizza come la combinazione di prove fisiche e digitali possa determinare l’esito di un processo penale.

I fatti di causa

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un soggetto condannato per detenzione e spaccio di eroina. La difesa contestava la decisione della Corte di Appello di Roma, sostenendo che il fatto dovesse essere inquadrato come di lieve entità. Gli elementi raccolti durante le indagini includevano un quantitativo di sostanza corrispondente a circa 365 dosi, una somma di denaro contante e, dato di particolare rilievo, una serie di immagini conservate nella galleria fotografica del telefono cellulare dell’imputato, riconducibili all’attività illecita.

La decisione della Corte di Cassazione

La settima sezione penale ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi di doglianza erano proposti in modo generico e tendevano a richiedere una nuova valutazione dei fatti, operazione preclusa in sede di legittimità. La Corte ha confermato la validità del ragionamento dei giudici di merito, i quali avevano correttamente interpretato gli indici fattuali come incompatibili con una dimensione ridotta dello spaccio.

Le motivazioni

Le motivazioni della Suprema Corte si fondano sulla solidità del quadro probatorio emerso nel cosiddetto “doppio conforme” di responsabilità. Il dato ponderale, ovvero le 365 dosi ricavabili, supera ampiamente la soglia della modica quantità. Inoltre, la presenza di materiale fotografico nel dispositivo mobile dell’imputato è stata considerata una prova inequivocabile della destinazione allo spaccio e della non occasionalità della condotta. Il possesso di denaro contante, non giustificato da attività lavorative lecite, ha completato il profilo di un’attività di spaccio strutturata, escludendo l’applicazione dell’attenuante della lieve entità prevista dall’art. 73, comma 5, del D.P.R. 309/90.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza ribadisce che per la configurazione dello spaccio di stupefacenti non lieve non è necessaria una struttura organizzativa complessa, essendo sufficienti indici quali il numero di dosi e le prove documentali (anche digitali). L’inammissibilità del ricorso ha comportato per il ricorrente non solo la conferma della pena, ma anche la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende, sottolineando la necessità di presentare ricorsi fondati su vizi di legittimità concreti e non su mere riletture dei fatti.

Quando lo spaccio di droga non viene considerato di lieve entità?
Lo spaccio non è considerato lieve se elementi come l’alto numero di dosi ricavabili, il possesso di denaro contante e prove fotografiche indicano un’attività organizzata e non occasionale.

Quale valore hanno le foto sul cellulare in un processo per droga?
Le immagini nella galleria fotografica possono essere utilizzate come prova della destinazione allo spaccio della sostanza e della continuità dell’attività illecita svolta dall’imputato.

Cosa comporta l’inammissibilità di un ricorso in Cassazione?
Comporta la conferma della sentenza impugnata, il pagamento delle spese del procedimento e, solitamente, una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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