La recente sentenza della Corte di Cassazione, sez. 5 Penale, n. 42650 del 2024, offre un importante chiarimento sui requisiti di ammissibilità dei ricorsi e sulla solidità delle accuse nel grave reato di scambio elettorale politico-mafioso. La Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati, ribadendo che affermazioni generiche e non provate non possono scalfire un impianto accusatorio ben motivato, anche se per relationem.
I Fatti alla Base del Procedimento
Il caso trae origine da un’ordinanza del Tribunale del riesame di Napoli, che aveva confermato l’applicazione di misure cautelari (custodia in carcere per uno, arresti domiciliari per l’altra) nei confronti di due persone. L’accusa principale era quella di aver stretto un patto illecito, riconducibile al reato di scambio elettorale politico-mafioso, in vista delle elezioni comunali.
Secondo la ricostruzione accusatoria, gli indagati avrebbero concluso un accordo politico-mafioso con esponenti di un noto clan locale. L’intesa prevedeva la promessa di futuri favori all’interno del consiglio comunale in cambio del procacciamento di voti da parte dell’organizzazione criminale. L’accordo sarebbe stato mediato da una figura femminile, figlia di un boss detenuto all’ergastolo e già condannata per associazione mafiosa. Oltre a questo patto, era emerso un ulteriore accordo finalizzato alla compravendita diretta di voti da parte degli elettori.
La Censura degli Imputati e il Ricorso in Cassazione
I ricorrenti hanno basato la loro difesa su un unico motivo di censura: la mancanza di motivazione riguardo all’attualità dell’esistenza e dell’operatività del clan mafioso coinvolto. Sostenevano, in modo assertivo, che il clan fosse “ormai del tutto dissolto” e che l’influenza esercitata dalla mediatrice non derivasse dalla sua appartenenza mafiosa (peraltro risalente nel tempo), ma dalla sua notorietà legata al ruolo ricoperto in un centro di assistenza fiscale.
In sostanza, la difesa mirava a smontare il presupposto stesso del reato: l’esistenza di un’associazione mafiosa attiva capace di orientare il voto.
Scambio Elettorale Politico-Mafioso: La Decisione della Corte
La Suprema Corte ha respinto completamente le argomentazioni difensive, dichiarando i ricorsi inammissibili. La decisione si fonda su principi procedurali e sostanziali di grande rilevanza, che meritano un’analisi approfondita.
Le Motivazioni della Sentenza
Il fulcro della decisione risiede nella valutazione della genericità del ricorso. I giudici hanno sottolineato come i ricorrenti si siano limitati ad affermare, in modo “generico e puramente assertivo”, la dissoluzione del clan, senza però addurre alcun elemento a sostegno di tale tesi. Di contro, il Tribunale del riesame aveva adeguatamente motivato la propria decisione, facendo esplicito rinvio (per relationem) all’ordinanza cautelare originaria. In quel provvedimento, il Giudice per le indagini preliminari aveva ampiamente illustrato il “contesto camorristico di riferimento”, basandosi su sentenze passate, provvedimenti giudiziari e dichiarazioni di collaboratori di giustizia che attestavano la piena operatività del clan nel territorio interessato dalle elezioni.
La Corte ha ribadito la piena legittimità della motivazione per relationem, un principio consolidato secondo cui un provvedimento è correttamente motivato anche quando richiama le argomentazioni di un altro atto, purché quest’ultimo sia conosciuto e contenga una disamina completa degli elementi.
Inoltre, la Cassazione ha ricordato la natura del proprio giudizio: un giudizio di legittimità, non di merito. Ciò significa che la Corte non può rileggere gli elementi di fatto o adottare nuovi parametri di valutazione, come richiesto implicitamente dai ricorrenti. Il suo compito è verificare la corretta applicazione della legge e la coerenza logica della motivazione, non sostituire la propria valutazione a quella dei giudici di merito.
Le Conclusioni
La sentenza consolida un principio fondamentale: chi intende contestare un’accusa non può limitarsi a negazioni generiche, ma deve fornire argomentazioni specifiche e, ove possibile, elementi di prova contraria. L’affermazione che un clan sia “dissolto” non ha alcun valore processuale se non è supportata da elementi concreti. Di conseguenza, la decisione impugnata, che si fondava su un solido compendio indiziario descritto in altri atti del procedimento, è stata ritenuta immune da vizi logici o giuridici. L’esito, con la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria, serve da monito sulla necessità di presentare ricorsi fondati su critiche precise e pertinenti alla decisione contestata, anziché tentare un inammissibile riesame dei fatti davanti alla Suprema Corte.
È sufficiente affermare genericamente che un clan mafioso non esiste più per contestare un’accusa di scambio elettorale politico-mafioso?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che un’affermazione ‘generica e puramente assertiva’ sulla dissoluzione di un clan, priva di argomentazioni o elementi di supporto, non è sufficiente per invalidare l’accusa. Spetta al ricorrente fornire elementi concreti a sostegno delle proprie tesi.
Un Tribunale può motivare la sua decisione facendo riferimento a un altro provvedimento giudiziario?
Sì. La Corte ha confermato la piena legittimità della cosiddetta ‘motivazione per relationem’, a condizione che l’atto a cui si fa rinvio (in questo caso, l’ordinanza del GIP) contenga un’illustrazione completa e logica degli elementi che fondano la decisione.
Cosa accade quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
In base all’art. 616 del codice di procedura penale, la declaratoria di inammissibilità comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma in denaro (in questo caso, 3.000 euro) in favore della Cassa delle ammende.